Curiosità e personaggi Illustri

Tracce del castello

oppean02Dopo la rotta della Cucca avvenuta nel 589 con la conseguente deviazione e nuovo percorso del fiume Adige, gli abitanti si trasferirono sulla fascia di terra prosciugata e così nell’Alto Medioevo nacque il “Castrum Euppedanum”. In origine era un campo trincerato che in età feudale e comunale fu rinforzato e completato con un modesto castello. Di esso rimane ad Ovest della piazza di Oppeano una torre mutilata e quasi irriconoscibile.
Fu di sicuro un importante punto di riferimento nonché di difesa specie durante la dominazione scaligera tanto che lo stesso stemma comunale lo raffigura. Esso risulta infatti costituito da questi elementi: “d'argento alla torre di rosso murata e finestrata di nero, merlata di quattro alla ghibellina e cimata di un alberello al naturale; il tutto fondato su campagna di verde”.
Della storia di questo castrum” invece poco o nulla sappiamo se non che condivise nei secoli la storia del comune di Oppeano, in particolare quando nel 1230 Ezzelino da Romano, condottiero di Federico II, occupò Verona e, tre anni dopo sconfisse i mantovani proprio ad Oppeano. Nel 1234 i mantovani diedero però alle fiamme il paese, sorte che toccò anche a molti altri paesi. Dopo Ezzelino da Romano arrivarono gli Scaligeri e il castello di Oppeano venne rinforzato. Era comunque di secondaria importanza rispetto alla vicina Zevio che poteva contare su di un fortilizio di maggior valore strategico.
Agli Scaligeri successero i Veneziani i quali piuttosto che rafforzare le difese preferirono bonificare i terreni ancora incolti, paludosi e boscosi, per destinarli alla coltivazione.
La torre divenne parte integrante insieme con gli altri edifici, del centro storico di Oppeano e così è giunta fino a noi. Inserito nel tessuto urbano del paese è visibile solo l’esterno.

 

I misteri dell’Elmo di Oppeano

elmoVerso la fine del 1800 venne scoperto nella campagna di Oppeano, un antico copricapo bronzeo di pregiata fattura, decorato ed impreziosito da disegni frutto di abili artisti in stile etrusco. Esso per lungo tempo rimase negli scantinati del Museo Archeologico di Firenze e solo di recente è stato rivalutato e studiato per quello che è e per l’importanza che esso riveste. Infatti è un oggetto raro e prezioso, un copricapo sacro di uso rituale il cui simbolismo concerne il tema centrale dell’esistenza umana legata all’ineluttabilità della morte attorno alla quale gli uomini hanno da sempre fantasticato ricercando una via magica per salvarsi e per scoprire una via sacra verso l’immortalità. Molti studiosi hanno analizzato questa scoperta e da studi e ricerche sembra che il sito dove è stato ritrovato l’elmo di Oppeano fosse nelle adiacenze di un grande e importante luogo sacro, da varie parti identificato come un santuario delle tenebre. Un ritrovamento unico quindi e di grande valore proprio per ricostruire quelle che erano le credenze e le tradizioni religiose di quella gente e di quei popoli. Un luogo magico quindi dove venivano insegnate le prime forme di scrittura per poter comunicare con gli dei.
Questo copricapo rigido, scoperto nelle campagne veronesi, rappresenta un percorso di preparazione ad un rito legato alle stagioni che cambiano e alla natura che si trasforma. E’ il potere regale indossato dal re come simbolo supremo del suo potere, della sua dinastia; di chi, grazie al copricapo, può viaggiare nei due mondi, quello dei vivi e quello dei morti.
Effettivamente l'elmo rinvenuto ad Oppeano presenta delle caratteristiche assai interessanti che rivelano come esso sia stato creato per uno scopo ben preciso: essere utilizzato per attività sacre e rituali. La sua forma conica, sormontata da un piccolo elemento appuntito che assomiglia molto al classico cippo etrusco, richiama la stessa forma di copricapi simili a punta tipici dei sacerdoti etruschi o italici. L'elmo e il tumulo di Oppiano furono ritrovati in località Montara, così chiamata proprio per il dislivello del terreno in prossimità di una vasta necropoli e risale alla prima fase etrusca in Italia cioè all' VIII – VII secolo a.C. Ufficialmente non si conosce il luogo preciso del suo ritrovamento anche se nei documenti dell'epoca si parla del fondo Carlotti, tuttavia sembra certo che il punto esatto sia rimasto nella memoria collettiva di chi visse quei momenti e poi sia stato dimenticato. La zona della scoperta è costituita da terreno sabbioso e ghiaioso indice che forse questo era un probabile antico alveo del fiume Adige. E’ quindi facile supporre che l'elmo appartenesse a quegli accessori rituali usati solo dal sacerdote e che alla sua morte o venivano consegnati al suo successore, o erano gettati nelle acque dei fiumi per garantire fertilità e vita alla gente della tribù dello sciamano.
L'elmo è a forma conica con un pomello schiacciato al vertice, costruito in robusta lamiera di bronzo tenuta assieme da dei rivetti. Il disegno in esso impreso propone cinque cavalli oltre ad un animale strano che molto assomiglia ad una sfinge o ad un centauro alato o meglio ancora ad un cavallo pegaseo, figura comune nel mondo arcaico greco e presso le varie religioni orientali. Questa figura umana con le ali che si trova sull'elmo di Oppeano, molto probabilmente raffigura un importante personaggio mitico ben conosciuto nel mondo etrusco che potrebbe essere il cacciatore e gigante Orione. La sua figura era anticamente associata al segno dello Scorpione per ricordare la necessità del rito sacrificale il cui fine era di morire per rinascere divenendo così un'anima liberata e immortale. Di sicuro quindi non era un elmo da difesa; era troppo leggero per proteggere il cranio e non si adattava al capo in maniera funzionale ed adeguata. Un copricapo simile si trova su antiche statuine di sacerdotesse o di persone in preghiera; maghi o fate ma anche su reperti del mondo romano e su imperatori-sacerdoti. Quindi la scena raffigurata sulla superficie dell'elmo, rappresenta una serie di figure di spiccato valore simbolico rinvenibili in altri contesti di arte sacra etrusca; sei personaggi raffigurati sullo sfondo dell'elmo che possono essere letti come sei figure che compiono un giro virtuale e rituale alle fasce dell'elmo, infatti il numero sei è ripetuto nelle sei fasce circolari che contornano l'elmo. Le sei figure sono quindi cinque cavalli ed un centauro alato che tiene per la coda il cavallo davanti a sé, un gesto che significa potere e controllo esercitato sull'animale. Possiamo quindi pensare che il centauro guidi il corteo dei cavalli verso il regno spirituale e non terreno. La scena raffigurata può quindi essere interpretata come l'offerta di sacrifici cioè degli animali alle unità che governano l'aldilà permettendo in questo modo all'animo umano di liberarsi e volare staccandosi dalla sfera terrestre e salendo verso l'alto e, grazie al potere del cippo, ottenere l'immortalità.
 

El Feniletto e la leggenda del Conte Miniscalchi

PICT0035 ridCorte Miniscalchi, Peccana, Bottagisio detta “Feniletto”, si trova a metà strada tra Vallese ed Oppeano ed ha in sé la bellezza e la funzionalità delle proprietà di campagna dove, accanto alla vita del signore, si doveva svolgere quella del mondo agricolo.
Passando lungo la strada non si più fare a meno di ammirarla e di vedere questo esteso complesso che racchiude nella parte posteriore, un’oasi naturalistica. In passato pullulava di gente ed era molto viva, infatti, il Feniletto era una corte con molti salariati i quali abitavano nelle casette poste a occidente. Nella tenuta si coltivava prevalentemente riso per la grande disponibilità di acqua, tant’è che parte della zona era ed è tuttora avocata a palude.
In merito alla corte, le prime notizie risalgono al XII secolo e, con tutta probabilità, si trattava di una delle costruzioni erette a difesa della grande valle, bonificata dal Comune veronese all’epoca e percorsa dalle barche che trasportavano le proprie merci verso il mare.
Altre notizie della corte si hanno dal 1567 quando un disegno di Iseppo Dalli Pontoni, ce la descrive come massiccia e quasi arroccata attorno alla torre colombara con, attorno, i terreni arativi e le valli. Una proprietà estesa quindi, che, agli inizi del 1500, apparteneva alla famiglia Miniscalchi che provvide a venderla ai Baughi di San Paolo nel 1696 i quali dichiararono di avere una villa detta “Ca’ degli Oppi” o “Finiletto del Vallese” con casa e alcune pezze di terra arative e parte vallive con alcuni “morari e sabioni” con case diroccate. Un’altra parte della proprietà apparteneva, invece, alla famiglia Bertoldi. Un’appartenenza limitata, comunque, visto che, in breve, il possedimento cambiò ancora proprietario. E’ di Gaspare Bighignato, infatti, il disegno del 1711 che in maniera dettagliata descrive “Il Feniletto” passato dai Baughi ai Peccana. Il complesso edilizio è riprodotto con corte, torre colombara, palazzo padronale e con la vecchia barchessa che sarà ristrutturata nel 1780. Interessante notare, a poca distanza, il mulino e la pila da riso appartenente al Maffei che aveva il diritto di uso delle acque della fossa Maffea, poi Peccana. Nel 1737, anche il mulino viene inglobato nella proprietà che quindi si ampliò e si completò. Uno dei tanti interventi di ristrutturazione e ampliamento, risale alla metà del ‘700 quando venne ristrutturato il palazzo padronale e realizzato l’imponente colonnato in stile dorico con lo stemma dei Peccana che troneggia ancora al centro della trabeazione della barchessa. La corte fa parte di un’estesa proprietà condotta in maniera moderna e all’avanguardia che vede la famiglia Peccana svolgere interventi costanti di ampliamento e di miglioramento della stessa. La famiglia ne è ancora proprietaria agli inizi del 1800 quando la casa padronale diventa casa di villeggiatura e l’antica pila un mulino da grano a tre ruote. Nel 1849 ai Peccana subentrarono i Bottagisio e, sul finire del secolo, i Colleoni nobili Galeazzo. Poi, il “Feniletto” fu acquistato dai Rizzoli che lo vendettero ai Farina e in seguito alla famiglia Rana.
Oggi il Feniletto sorge isolato a circa due chilometri dal centro abitato immerso nella campagna veronese. Nella parte retrostante scorre un fiume ed estesi pioppeti fanno da cornice alla proprietà. La planimetria presenta un andamento iconografico tipico della corte rurale veneta con l’insieme dei fabbricati che formano la corte, suddivisi in più parti sia per la funzione svolta, sia per i differenti periodi di costruzione. Entrando nella proprietà, sulla sinistra dell’abitazione, quella di maggior rilievo, si trova un piccolo ingresso ad arco che dà accesso alla fossa Peccana e che si unisce ad un lungo fabbricato con le abitazioni dei lavoratori, un tempo molto numerosi, ed il vecchio mulino. A seguire, poi, le due barchesse che si protraggono ai lati mentre, un altro fabbricato ad archi, chiude frontalmente la corte. La parte più importante è quella centrale entrando dal portone principale formata da un porticato suddiviso da sei colonne sormontate da una possente travatura a cornicioni in cui si trova uno stemma dei Peccana, datato 1780. Sulla sinistra, un po’ arretrato rispetto al porticato, c’è il palazzo a tre piani la cui facciata è ancora in buono stato di conservazione. La porta d’ingresso è ad arco mentre le finestre e il balcone sono di particolare bellezza; la facciata è pure impreziosita da una bella meridiana mentre due fumaioli, tipici del periodo veneziano, sono ben visibili sulla sommità del tetto. L’interno è, invece, caratterizzato dalla centralità geometrica e dalla funzionalità degli spazi tipici delle dimore di campagna utilizzate per la gestione delle estese proprietà. Oggi una sapiente opera di restauro, sta riportando all’antico splendore la Corte.
Tornando a parlare della tradizione orale, tramandata di generazione in generazione, la valle del Feniletto ha sempre suscitato curiosità e timore quasi reverenziale e le stesse risorgive che ancora oggi alimentano la palude, erano vissute non solo come fenomeni naturali, ma anche come eventi magici e sacrali. E proprio su di loro vi è una particolare leggenda chiamata “La storia del boio de Miniscaichi”.
Gli anziani infatti, raccontano che in una nebbiosa mattina invernale il parroco del paese attraversava la proprietà per portare il viatico ad un moribondo. Il conte Miniscaichi, si aggirava seduto in carrozza, con il cocchiere che incitava una coppia di cavalli a muoversi, per i suoi possedimenti. Tutto ad un tratto scorse il prete seguito dai chierichetti e lo rimproverò per aver violato, senza permesso, i confini della proprietà. Il sacerdote, con le ostie consacrate tra le mani, lo invitò piuttosto ad inginocchiarsi davanti al “Paron del mondo”. Il Miniscalchi ribatté superbo e sdegnato dicendo: “Se Lu l’è el Paron del mondo, mi son el paron del fondo”; in quel preciso istante la terra si aprì, il conte fu inghiottito e dalla voragine iniziò a sgorgare acqua risorgiva. Ancora oggi, si narra, che nelle notti di luna nuova “tra el batar e ribatar de la meza note” dal fondo del laghetto si può vedere la carrozza sprofondata del conte Miniscalchi. In realtà il luogo non è facilmente accessibile ma i cacciatori assicurano che è tutto vero e tanto che dicono: “Se a no volì credare, che mora desso de un colpo.” sicuri di farla franca.
 

Un’esecuzione antichissima

oppeano scavo archeologicoLa Bassa è un paradiso archeologico. Gli scavi nell’area dell’ex fornace di Oppeano restituiscono reperti di valore assoluto tra cui uno scheletro di un uomo a faccia in giù: fu gettato in una fossa per punizione o giustiziato? Un’esecuzione avvenuta forse sei secoli prima della nascita di Cristo. A «raccontarla» c’è oggi lo scheletro della vittima, ritrovato in una grande fossa di scarico durante la campagna di scavi nell’area dell’ex Fornace condotta dall'equipe del professor Alessandro Guidi, dell'università di Verona.
Si tratta di un uomo di non più di trent’anni, alto 1,60 circa. «È un caso del tutto eccezionale trovare resti di un morto a faccia in giù», spiega Guidi. L’ipotesi, quindi, è che le cause della sua morte vadano ricercate in una vendetta od un’esecuzione: il poveretto ha dovuto pagare con la vita per aver commesso qualcosa e, perciò, è stato buttato nella grande fossa dei rifiuti ricavata da quella che un secolo prima era una cisterna per raccogliere l'acqua. Ipotesi a parte resta la soddisfazione per il ritrovamento che si aggiunge agli altri: una coppa zonata cioè dipinta a fasce alterne di colore rosso e nero, dei frammenti di vaso, rocchetti per tessere, fibule. Soprattutto la coppa è un reperto assai importante: nella fascia di colore rosso arancio reca incisa una papera riconducibile al culto religioso della “barca solare”. I due frammenti di vaso risalenti al VI secolo riportano iscrizioni, una incisa prima, l'altra dopo la cottura, di poche lettere in antico alfabeto venetico detto princeps Il tutto testimonia come Oppeano fosse un centro veneto di grande importanza, ribadendo quindi una considerazione emersa già dopo il ritrovamento dell'elmo esposto a Firenze e risalente al V secolo. Il sito archeologico oppeanese non cessa di regalare sorprese. Dal 2000, in base a una convenzione con l’università di Verona e la supervisione di Alessandro Guidi, le ricerche hanno centrato la loro attenzione sulla ricostruzione della nascita e dello sviluppo dell'abitato, con una serie di ricognizioni di superficie che hanno permesso di recuperare più di 10 mila frammenti ceramici. «Oppeano era un abitato che, nella prima età del ferro, era esteso per più di 80 ettari. Vi erano nuclei di capanne alternati a spazi vuoti e possiamo definirlo un grande centro proto-urbano, poi trasformatosi in una vera e propria città, ma a differenza di altri noti centri veneti come Este e Padova non proseguì in età romana. Il centro moderno del paese occupa solo una superficie molto limitata della parte antica: quindi si è potuto scavare tranquillamente concentrando gli studi e ricerche soprattutto su un campo occupato nell'ultimo dopoguerra da una fornace poi dismessa.

 

PERSONAGGI ILLUSTRI:

-          Giovanni Modena, fu uno dei maggiori cantori della civiltà e della tradizione veneta e veronese; fu fondatore e anima della compagnia teatrale Piccolo Teatro di Oppeano che con diverse commedie ha portato in giro per l’Italia la storia e la vita della gente dei nostri paesi vissuta nei secoli passati..

-          Dante Bertini (1878-1944) pittore e poeta. Nato a Roverbella (MN) ad Oppeano visse gli anni della fanciullezza e della govinezza, anni che ebbero un influsso decisivo per la sua attività di pittore e poeta.

-          Vasto Malachini (1900-1953) geografo ed intellettuale.

-          Gilberto Altichieri (1901-1979) giornalista e sindaco di Oppeano

-          Mario Pasti (1884-1975) sindaco di Oppeano e deputato. Da sempre sostenitore della necessità di modernizzare l’agricoltura.