Ville e palazzi

PALAZZO MONETA

Palazzo Moneta ha avuto una storia travagliata, tanto che di questa dimora di campagna si era persa memoria malgrado la citazione del Vasari: il Palazzo dovrebbe costituire l’ultimo lavoro di Bartolomeo Ridolfi, prima della sua partenza per la Polonia, stando all’incisione che esisteva sulla meridiana esterna del complesso monumentale: 1563. Il Palazzo fu in origine luogo di diletto nella possessione di campagna della famiglia veronese dei Moneta le cui prime notizie risalgono intorno al 1557 e all’epoca essi erano una delle più agiate famiglie della città di Verona.
L’attività dei Moneta era probabilmente legata all’industria del legno, in seguito convertitasi in attività bancaria o monetaria. Dalle ricerche condotte dal Prof. Sancassani, sappiamo infatti che Cosimo Moneta apparteneva ad una vecchia famiglia veronese, che nel giro di qualche generazione aveva accumulato un cospicuo patrimonio con l’industria del legname (il primo nome era “Secca”, cioè “Sega” legato appunto alle segherie), che poi si dedicò all’attività bancaria. Così il nome si trasformò in “Moneta” e con questo cognome venne commissionata l’opera del Ridolfi. Secondo il Sancassani, l’artefice principale della ricchezza della famiglia fu il padre di Cosimo, cioè Antonio Secca-Moneta, che portò il patrimonio familiare a valori assai consistenti. Cosimo Moneta, appena trentenne, eredita i beni di famiglia nel 1557, tra cui la proprietà di Belfiore su cui, forse su un già esistente sedime, egli fece costruire la sua fabbrica.
Ma il Moneta potè godere solo per pochi anni della villa, dato che morì nel 1566, e nella sua pur breve vita si trovò al centro di problemi finanziari per cattivi affari che portarono alla rovina i suoi eredi. A causa di un prestito di 4.000 ducati contratto con Marcantonio di Serego – signore della vicina Cucca – nel 1570 venne data in garanzia la proprietà di Belfiore, che poi il 1 agosto 1577 venne definitivamente ceduta assieme alla Villa.
DSC 0636Viale con sullo sfondo Palazzo MonetaQuesto cambio di proprietà fu un punto di svolta per il Palazzo: il Serego apparteneva ad una famiglia di “imprenditori agricoli” nelle campagne veronesi, che avviarono vaste opere di carattere idraulico per la bonifica delle terre di Zerpa, tra cui la famosa botte Zerpana (opera attribuita al Palladio) nel confinante Comune di Cucca. Palazzo Moneta si trovò così al centro di una vasta zona utilizzata a intesivi usi rurali,
venne costruita l’antica barchessa a nord-est, le aree di Porcile e Bionde bonificate e trasformate in fertili terreni agricoli. A metà 1600 la proprietà era di Pietro Serego Alighieri, la cui possessione durò oltre alla prima metà del 1700, poi i discendenti la cedettero all’Avv. G.B. Cressotti, fino agli ultimi proprietari, la famiglia di Scipione Gemma.

 

  VILLA PANTERONA

untitledLa villa di fine 1600 è poco conosciuta dalla popolazione dei territori limitrofi, forse perché offuscata dalla ben più famosa Villa Moneta, è comunque un “tesoro sconosciuto” del territorio belfiorese da riscoprire, soprattutto adesso che è tornata a vivere, grazie ad una famiglia rurale della zona che ne ha fatto la propria residenza. Vi si giunge dalla ex strada provinciale Porcilaia (via Gombion), arrivandovi sul retro da una strada bianca di campagna, oppure dal lato opposto percorrendo la cosiddetta “Via dei giardini”,
adesso un tutt’uno con via Bova: di fatto la Villa Panterona è in posizione poco visibile al turista di
passaggio e per trovarla bisogna proprio andarla a cercare. La villa attuale, di proprietà in origine della famiglia Cipolla, risale al 1692 ed è formata dal palazzo, rustici annessi e una cappella dedicata a San Rodobaldo. Questa data è infatti riportata sul frontespizio della chiesetta, in cui si ritiene abbia celebrato la sua prima messa Don Bertoni. L’area della corte è per largo tratto delimitata dallo scolo Serega, fossato che attenua la regolarità del paesaggio; il palazzo presenta un bel loggiato a scala esterna, con un pozzo di
pregevole fattura nel cortile. Il complesso è giunto ai tempi odierni privo dell’originario vecchio fondo circostante, fatto che ne ha compromesso la valenza produttiva, col palazzo adibito a dimora di contadini ed utilizzato a scopi esclusivamente agricoli. Parte del fondo di cui era dotata la proprietà Cipolla è visibile in un disegno di Antonio Pasetti del 1784, depositato presso l’Archivio di Stato di Verona. Il complesso della villa Panterona (o Panarotta, come riportato nei documenti della Soprintendenza) è stato assoggettato dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali a vincolo Monumentale. Il valore architettonico del complesso è pertanto confermato da questo vincolo, che a Belfiore è stato posto solamente su tre edifici privati (oltre alla Panterona, Villa Moneta e Villa Tantini). Ragione per cui ogni intervento edilizio sul complesso deve ottenere il nulla osta della Soprintendenza per i Beni Architettonici, nonché del settore Beni Ambientali poiché anche l’adiacente corso d’acqua Serega risulta tutelato ai fini paesaggisti da una legge del 1985. Da qualche anno la villa Panterona è stata acquistata da una famiglia di agricoltori della zona, che ne ha fatto sede della propria azienda agricola, nonché stabile dimora (Graziana Tondini).

 

LA CORTE BOVA E L’ORATORIO DELLA SANTA CROCE

IMG 8225 1 ridLa Corte Bova si lega strettamente al periodo di dominazione della Repubblica Serenissima: i suoi primi
proprietari furono i Baldù, strettamente imparentati alla famiglia Balbi di Venezia. Nell’archivio di Stato di Venezia si trovano documenti sul “fondo Baldù, 500 campi veronesi”. I Baldù fecero richiesta al
Sovrintendente alle acque pubbliche di Venezia per costruire in zona un canale di irrigazione, con una serie di chiuse, la più bella nota come “chiavica del Cristo”. Il canale prese il nome di “Fossa Balbi” dal nome di coloro che l’autorizzarono e la sua acqua fu utilizzata come forza motrice della “pila da riso” posta a sud della Corte Bova, da tutti erroneamente considerata come “mulino” per i cereali. La Corte Bova, disposta in una lunga teoria di fabbricati in asse est-ovest, mostra al centro il palazzo padronale, adiacente all’Oratorio della Santa Croce, con ai lati le barchesse con le case dei lavoranti e le “boarie”, ricoveri per gli animali (da cui deriva il nome in dialetto: la “Boa”). Nell’oratorio di Santa Croce la croce lignea è stata spostata dall’altare, ora è collocata sul lato sinistro dell’entrata e si mostra senza il corpo del Cristo, avvolta in un lenzuolo sindonico, a dimostrazione che Gesù è già risorto. L’Esaltazione della Santa Croce è una festività della Chiesa cattolica, della Chiesa ortodossa e di molti gruppi protestanti, soprattutto gli Anglicani. La celebrazione della festività è il 14 settembre, anniversario della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme. In seguito, questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce dalle mani dei Persiani nel 628. Sul pavimento dell’Oratorio è visibile la lapide di don Francesco Farsaglia, parroco a Bionde, Zerpa e Porcile, dal 29 settembre 1791 al 16 settembre 1810, in pieno periodo napoleonico.1 Mons. Francesco Farsaglia si tolse la vita in tale data con un colpo di fucile, afflitto da una malattia ne che minava le capacità intellettive, probabilmente la pellagra.
Dopo i Baldù, la proprietà della Bova passò alla famiglia vicentina dei Valmarana, che si insediarono a
Ronco all’Adige, ed avevano un fondo di 106 campi in loc. Zerpa – Valfonda. La terza grande famiglia fu
quella di Piero Serego-Alighieri, che nel 1653 a Bionde di Porcile, possedeva 1310 campi, di cui 900 vallivi dichiarati improduttivi. Ai Serego i beni rimasero fino al 1762, come dimostra un disegno datato 18 ottobre 1762 conservato presso la famiglia Serego-Alighieri.
Dopo i Serego, il fondo della corte Bova, fu rilevato dalla famiglia Pagan o Pagani. Con la Repubblica Serenissima, Belfiore era incluso nel Capitaniato di Soave, a cui fece seguito il Vicariato di Soave. Da Venezia ben 102 famiglie furono spostate in provincia di Verona, a tutela delle proprietà veneziane in terraferma, tra essi i Gritti, i Lorendan, gli Zenobio, i Seriman ed altri. Si spartirono il territorio sottraendolo alle famiglie veronesi. I Baldù della Bova, essendo legati ai Balbi veneziani, poterono conservare il loro patrimonio.

 

CORTE CA’ TANTINI BANTERLE

Belfiore Villa Cà Tantini ridE’ un’antica corte che si impernia attorno ad una torre del 1300-1400 quale punto di avvistamento sulla strada Porcilana, poi sviluppatasi nei secoli successivi come dimora rurale con il corpo padronale, la barchessa, le case per i lavoranti del fondo agricolo.
Notevole è la struttura a quattro archi ribassati di sostegno della torre, che consente la datazione intorno al 1400 del manufatto. Altri due archi sono visibili nell’ex scuderia per i cavalli ed altrettanti dovrebbero trovarsi nella stalla per i buoi. Probabilmente questi locali erano in origine adibiti a stanze per i soldati e loro forniture.
Annesso alla Villa si trova un parco con piante secolari.