Tipicità

IL RISO

scorcio della pila da riso di Corte Colombare ridscorcio della pila da riso di Corte Colombare La diffusione della risicoltura nel territorio di Nogarole Rocca nella seconda metà del 1800 fu tale che a breve il comune divenne il decimo comune della provincia di Verona nella coltivazione di questo prezioso cereale. Erano infatti 850 i campi del territorio adibiti ad esso e le risaie erano attive in località Colombare Marogna, Salette e verso Corte Vivaro in varie aziende del luogo. Vi lavoravano molte persone e accanto agli abitanti di Nogarole, assunti stagionalmente per un periodo che poteva andare dai 30 ai 40 giorni, giusto il tempo per la mondatura, vi era tanta altra gente che proveniva dai paesi limitrofi o anche da diverse province giunte qui per riuscire a guadagnare qualcosa per la propria famiglia.
E visto il notevole afflusso di persone che “ravvivavano” il paese nei periodi più caldi dell’anno, tanti erano anche i pericoli per la comunità ospitante che provenivano dalle possibili malattie che gli stagionali potevano trasmettere e trasmettersi. La promiscuità era infatti di casa e tanti gli accorgimenti adottati per evitare il diffondersi delle malattie. Il pericolo c’era ed era indubbio che tutti ne temessero le conseguenze mentre le colpe risultavano equamente divise.
Chi veniva assunto a stagione, infatti, viveva sotto i portici, sotto le barchesse, nei fienili o nelle stalle e, accanto alla promiscuità generata da tali situazioni, vi erano anche le scarsissime condizioni igieniche ed il letto dove la notte si riposava stanche morti, era composto da paglia troppo poco spesso cambiata e quindi ricettacolo di pulci, cimici, e zanzare. Queste ultime poi, erano portatrici della malaria che veniva quindi ad essere una delle malattie più diffuse tra la popolazione residente e stagionale.
Il medico condotto dell’epoca ricordava come ogni anno ne fosse colpita quasi un terzo della popolazione. Oltre alla malaria, molto diffusa era la tubercolosi mentre si registrava un aumento di aborti e di nati morti tra te mondine incinte.
La risicoltura a Nogarole Rocca prese avvio verso la fine del 1500 grazie ai Bevilacqua Lazise i quali, accanto ai terreni coltivati a risaia, fecero costruire pure un pila da riso indispensabile per proseguire nell’attività.
Ma, sempre verso la fine del Cinquecento, prese avvio un’altra fiorente attività che divenne una utilissima risorsa economica per molte famiglie: l’allevamento dei bachi da seta. Era da circa un secolo, cioè verso la fine del Quattrocento che la bachicoltura aveva fatto la propria apparizione in città e la sua diffusione aveva compensato la crisi che stava attanagliando le altre attività legate allo stesso settore.
Per necessità, il baco infatti si nutre delle foglie di gelso, l’allevamento avveniva in campagna dove c’era la disponibilità di piante con le foglie delle quali potevano cibarsi i bachi da seta. Poi la seta grezza o le galete venivano vendute ai commercianti che le portavano nei luoghi di lavorazione. Anche in questo caso, come in tanti altri, è proprio una controversia tra galete intentata da due famiglie, la prima di Pradelle di Nogarole Rocca e la seconda di Bagnolo, che apre alla conoscenza di tanti casi che portano ad avere una maggior conoscenza di questo fenomeno in a  gli altri iniziato nel 1400.
Intanto la risicoltura aveva conquistato la fiducia delle famiglie nobili del paese e pur avvicendandovi varie colture, il riso veniva coltivato nel Seicento dalle famiglie Allegri, Cossali, e Bevilacqua Lazise  in suoi quattro rampi oltre che da Nicola Torti.
E le risaie venivano condotte in due modi ben diversi: quella stabile e quella a rotazione. La prima era quella legata ai terreni rubati alle acque e convertiti da valli e paludi in zone coltivabili, la seconda invece era quella legata al contratto di locazione condotto a rotazione dove i terreni erano condotti a rotazione triennale con la semina di frumento, mais e riso. Questo secondo utilizzo permetteva raccolti più consistenti e veniva guardato con un certo interesse dai nobili proprietari che assistevano alla rotazione delle proprie terre; ad esempio gli Allegri nel Settecento avevano proprietà sia stabili (100 campi) sia a rotazione (24 campi) che rendevano quasi più dei primi.
 

IL SORGO

sorgo 1Nogarole Rocca si caratterizza, in ambito economico, per la coltivazione del Sorgo. Il suo nome in italiano è Sorghum vulgare, una pianta erbacea annua appartenente alla famiglia delle Graminacee. È originario delle regioni calde ed ha radici fibrose, un fusto eretto e foglie alterne lineari e lanceolate. I suoi frutti sono cariossidi ovali dal colore bianco o giallo-bruno e possono essere rivestiti da glume o glumette.
La sua coltivazione, principalmente, ha scopi alimentari sia per l’uomo che per gli animali, oltre per scopi industriali, grazie alle fibre, utilizzate come biomassa per la produzione dell’energia, e agli zuccheri. La destinazione della pianta è la produzione di granella, foraggio, fibra e zuccheri.
Il periodo di produzione di questo cereale è nel periodo primaverile-estivo. La semina avviene in maggio in un terreno ben lavorato e disponendo il seme ad una profondità di 2-3 cm. Inoltre, il sorgo è da considerare pianta dalle elevate richieste di principi nutritivi.
Per quanto riguarda le sue esigenze idriche, il sorgo è importante soprattutto per la sua capacità di suzione dell’acqua, e ciò consente un migliore sfruttamento delle riserve idriche del terreno.
È da annotare anche la sua capacità di sintetizzare un composto glucosidico altamente tossico, perché in idrolisi libera acido cianidrico, anche se il rischio riguarda solo la produzione di foraggio.

Un consiglio: è sempre meglio non utilizzare la pianta prima della fioritura, stadio in cui la concentrazione del composto è inferiore alla soglia minima di tossicità.

Il coniglio

allevamento conigliIl coniglio nel Veneto lo si è da sempre allevato, esso era parte integrante e caratterizzante degli animali di “bassa corte”, moneta per pagare i vecchi canoni d’affitto o parte aggiunta nella spartizione mezzadrile.
Non tutti sanno che la carne di coniglio per le sue qualità risponde bene alle esigenze del consumatore contemporaneo e che non è assolutamente più difficoltosa nella cottura rispetto al pollo. E’ una carne magra e come tale va trattata per non alterarne le qualità, ma può essere tranquillamente acquistata e, dopo una normale cottura, essere consumata.
Sembra siano stati i Fenici a favorire successivamente la diffusione del coniglio selvatico a tutto il bacino del mediterraneo, anche se già conosciuto dagli egiziani. Quando i primi approdarono nell'attuale Spagna intorno al 1100 a.C. si imbatterono in questo animaletto di cui cominciarono ad apprezzare le carni. Successivamente anche i Romani impararono ben presto a conoscere la bontà delle sue carni realizzando anche i primi allevamenti confinati, i leporari.
Dopo la caduta dell'impero romano le ancora primitive forme di allevamento recederono e di conseguenza la diffusione e lo sviluppo delle tecniche di coniglicoltura subì un forte rallentamento. Per buona parte del Medioevo continuò comunque l’interesse gastronomico del coniglio, che veniva allevato nei monasteri in quanto era consentito mangiarne le carni anche in Quaresima. Inoltre era considerato una preda ambita dai cacciatori e per questo veniva allevato presso le corti europee per poi essere liberato durante le partite di caccia.
I primi importanti cambiamenti verso la determinazione di una vera e propria tecnica di allevamento, arrivarono soltanto nel XVI secolo a cura dei monaci francesi, allorché ci furono i primi tentativi di allevare gli esemplari selvatici in recinti. Inoltre si cercò di rafforzare alcuni caratteri del coniglio: taglia, peso, colore e pellame, anche se con poco successo.
Il vero addomesticamento della specie ebbe inizio sempre nei monasteri a partire dal 1700 con le prime selezioni di soggetti con caratteristiche particolari, frutto di selezioni naturali, dando vita attraverso gli incroci a nuove varietà con diverse colorazioni della pelliccia. Si diffusero nuove colorazioni e anche importanti variazioni morfologiche, prime fra tutte l'aumento della taglia corporea e della lunghezza delle orecchie, cominciarono così a delinearsi le caratteristiche delle attuali razze domestiche.
A partire dall’800 cominciarono a raffinarsi le tecniche di selezione e di incrocio e quelle di allevamento con l’introduzione della separazione tra animali riproduttori e da produzione, con strutture più funzionali agli obiettivi produttivi (carne e pelliccia) e più attenzione alla dieta.
Fino a pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale era presente principalmente l’allevamento di tipo rurale, quale fonte di carne e integrazione di reddito. L’allevamento moderno professionale è cresciuto negli ultimi 30 anni, grazie allo sviluppo delle tecnologie e strutture di allevamento, della tecnica mangimistica e della selezione di razze adatte a produrre incroci vigorosi e produttivi.
Attualmente il coniglio commercializzato, pur non essendo scomparsa la produzione di coniglio rurale, deriva da allevamenti di tipo intensivo per rispondere alle esigenze del mercato in termini di quantità e di prezzo.
La carne di coniglio presenta, dal punto di vista nutrizionale, diverse qualità in quanto è caratterizzata da una percentuale di lipidi ridotta, da un basso valore energetico e da una densità nutrizionale in proteine molto elevata.