Chiese, pievi e oratori

PIEVE DI San pietro in Tillida

P1010525 ridSituata all’estremo limite della provincia di Verona sulla strada che porta a Padova, questa piccola chiesetta fu letteralmente salvata nel 1919 dal professor Giuseppe Fiocco, quando ormai stava per essere demolita. Era già priva del tetto ed in breve anche i muri perimetrali sarebbero stati abbattuti. Fu solo grazie all’intervento dell’eminente studioso, che ancora oggi possiamo ammirare uno dei più interessanti esempi del romanico nel Basso Veronese.
Amichevolmente chiamata chiesa di San Pierin, questo edificio a mattone rosso a pianta rettangolare con tetto a due spioventi ed abside semicircolare, ha caratterizzato per lungo tempo la vita e gli usi di vari villaggi. Se da un lato il luogo di culto può registrare una certa importanza, dall’altro le vicende storiche che caratterizzarono questa chiesa e il ruolo che essa rivestì in antichità, fanno ben comprendere la sua importanza.
Ad attirare l’interesse, un’epigrafe incisa sopra la porta di ingresso su un blocco in marmo bianco di Verona. Le prime lettere incerte di questa epigrafe non permisero subito di capirne l’importanza ma, grazie ad attenti studi, ci si rese conto di essere di fronte ad uno dei luoghi più importanti e potenti nell’antichità. L’epigrafe così cita:
H PLEBS PORTI ANTIQUA, EISVO TRATORIO SITA M. C. L. X. I. CVR. CV F. IPABAT. ETHABALDVINO FV. ERAT.
Che tradotta in italiano, significherebbe: “questa è la pieve antica di Porto, sita tuttavia nel territorio, ricostruita nel 1161 per opera di Balduino imperando Federico”. Sembra quindi che la chiesetta di San Pierin altro non sia che San Pietro in Tillida, la pieve del X secolo della cui circoscrizione facevano parte ben 12 villaggi tra cui Bonavigo, Begosso ed altri centri divenuti oggi paesi o del tutto scomparsi.
Di questa pieve già nel XII secolo non si aveva più traccia anche se rimanevano una chiesa e un villaggio con lo stesso nome. Da queste e da altre indicazioni, risultava quindi fosse stata eretta ai limiti del bosco di Porto. Di tale avviso è pure lo storico Gianno Moro anche se altri esperti di storia la identificano con la chiesa di Porto.
L’esterno di San Pietro in Tillida è molto interessante e, oltre al mattone rosso, è ornata da un piccolo protiro sporgente, con in fondo i resti di un affresco raffigurante la Madonna. Oltre a questa tribunetta a conca situata sopra la porta, è visibile pure una piccola feritoia a sinistra e, in alto, una finestra a croce. Ai lati della porta d’ingresso si vedono oggi due ampie finestre aperte per far luce allorché la chiesetta venne privata sia del campanile sia delle finestre a strombatura, che dovevano essere simili a quelle di altre chiese.
L’interno è ad unica navata e sono ancor oggi visibili i segni di vari interventi che ne hanno modificato le caratteristiche originarie. Parte delle pareti sono affrescate e visibili ai visitatori grazie ad un recente recupero mentre l’antica tinteggiatura a calce copre probabilmente altre opere. Oltre ad affreschi di carattere religioso ci sono anche alcuni ex voto forse della fine del 1300, o degli inizi del 1400. Le origini molto antiche della chiesetta sono avvalorate, nella parte bassa e nella tribuna absidale, dalla presenza di file di mattoni larghi e bassi, privi quasi di calce e molto simili alla tecnica delle costruzioni romane.
Interessante constatare quanto fosse diffusa la devozione verso la Madonna. Molti, infatti, gli affreschi a lei dedicati e, in particolare, gli ex voto. Buona parte di essi furono realizzati quando la chiesa era ancora in auge, prima del lento ed inesorabile declino. Gli affreschi pur non essendo opera di artisti famosi, sono testimonianze di fede, mentre gli ex voto sono testimonianze di fede fatta da chi vuole mantenere il voto. Tra le opere recuperate, ben cinque su sette sono dedicate alla Madonna. Tra esse, da ricordare una “Madonna in trono con Bambino e Santi”; “Madonna in trono con Bambino e cherubini”; “Madonna in trono con cherubino”; “Madonna in trono tra santi Rocco e Sebastiano”. La pieve di San Pierin è visibile.
 

La parrocchiale di Sant’Antonio Abate

parrochiale bevilacqua ridL’antica chiesa di Bevilacqua venne demolita venne demolita nel 1948, subito dopo il secondo Conflitto Mondiale a seguito di danni patiti da bombardamenti e così buona parte della storia di questo interessante ed antico luogo di culto andò persa per sempre. La chiesa in origine era l’oratorio privato della famiglia Bevilacqua e la sua importanza aumentò progressivamente fino a soppiantare quella della pieve di San Pietro in Tillida che nell’anno Mille deteneva un grande potere su di un vastissimo territorio. La Pieve nei secoli successivi perse progressivamente la propria influenza fino ad essere quasi dimenticata, soppiantata, appunto, dall’oratorio della famiglia Bevilacqua che da semplice cappella divenne chiesa parrocchiale riconosciuta dal vescovo di Verona nel 1526. Da allora i lavori per abbellirla ed ingrandirla si susseguirono senza sosta. Venne quindi ampliata in momenti successivi e questo grazie proprio all’aumento della popolazione di un centro che divenne sempre più importante e fiorente.
Oggi a documentare la struttura della vecchia parrocchiale rimangono solo alcune foto in bianco e nero che ce la presentano come un edificio maestoso, a pianta rettangolare, ad una sola navata, con il tetto a due spioventi e la parte presbiteriale più bassa rispetto al corpo centrale. La facciata era caratterizzata da un pronao con un tetto a tre spioventi e un vano il quale conteneva il mantice dell’organo che si trovava sopra la porta d’ingresso. Collegato alla chiesa c’era il campanile addossato alla facciata. Ora di questo antico complesso è rimasta solo la torre campanaria ed una piccola cappella laterale un tempo dedicata a Santa Teresa oltre ad un pilastro che sorreggeva la cappella per l’altare della Madonna. La vecchia chiesa era anche affrescata ed alcuni suoi pezzi, staccati dal vecchio luogo di culto, testimoniano l’eleganza di quanto recuperato. Sono immagini sacre, in particolar modo una Madonna in trono ed altri santi.
Con l’erezione della nuova parrocchiale l’edificio venne spostato all’indietro di qualche decina di metri e venne studiata una facciata imponente e maestosa che guardasse verso la strada che collega Legnago a Bevilacqua. L’interno, a navata unica, ha due altari che conservano due opere d’arte recuperate dalla vecchia parrocchiale, oltre naturalmente all’altar maggiore con la tela intitolata al santo patrono.        
Il paese di Bevilacqua comunque, riconosce non uno ma due patroni il primo è Sant’Antonio il secondo Santa Monica. La vecchia chiesa, benché demolita, conteneva interessanti opere d’arte recuperate e portate nel nuovo luogo di culto. In particolare una interessantissima pala che si trova nell’abside della chiesa e che raffigura la Madonna in trono con Bambino, Sant’Antonio Abate, e due altri Santi. Quest’opera venne attribuita al pittore Battista dell’Angolo detto del “Moro”, un pittore veronese, nato agli inizi del 1500 e morto nel 1574. Egli operò molto nelle proprietà della famiglia Donà ed oltre a questa pala d’altare affrescò villa Donà delle Rose a Boschi S’Anna e la pala di San Nicolò conservata nella chiesa di Castagnaro. Un’altra opera d’arte visibile nella parrocchiale è una pregevole tela che raffigura San Francesco, opera attribuibile, secondo gli esperti, all’ambiente del Brusasorzi mentre una statua lignea seicentesca raffigurante Maria in preghiera con il Bambino Gesù sulle ginocchia fa capire il valore di quanto è stato recuperato dalla vecchia chiesa.  
 

L’oratorio del Castello

oratorio castello ridAnche se non si hanno documenti certi, l’oratorio risale, quasi sicuramente, al 1600 e contiene le spoglie e le tombe degli ultimi Bevilacqua dei SS. Apostoli; in particolare, quelle di Alessandro Bevilacqua, di sua moglie e dei tre figli Felicita, Giordano e Guglielmo V. Nel 1750 Gaetano Bevilacqua provvide ad un radicale intervento nell’oratorio intitolandolo a Sant’Antonio da Padova. Dell’oratorio si parla in vari documenti: in uno del 1744, si ricorda ai parrocchiani la possibilità di fare la comunione nella cappella del castello e, nel giorno dell’Immacolata Concezione che cade l’8 dicembre, nel piazzale antistante, la Sagra dell’Oratorio di Bevilacqua.
   Parte della storia dell’oratorio è legata ad un terribile fatto accaduto proprio all’interno del maniero. Il 5 aprile 1848 il castello fu occupato da un reparto di 750 volontari romani durante i moto antiborbonici dell’epoca. Gli Austriaci, irritati perché a soli dieci chilometri da Legnago, uno dei capisaldi del Quadrilatero, si trovava un reparto di rivoltosi, inviarono il colonnello Heinzel con due reparti, uno uscito da Legnago, l’altro proveniente da Verona, per scacciare i rivoltosi. In tutto erano 1500 uomini tra ulani, italiani e croati, con 4 cannoni e 2 mortai. Questi reparti occuparono Bevilacqua il 21 aprile 1848. i rivoltosi, non avendo ricevuto rinforzi da Vicenza, si ritirarono in gran fretta verso Este e Padova e da questo momento iniziò la rappresaglia verso il paese e verso la famiglia del castello, rea di parteggiare per gli insorti. Bevilacqua fu messa a ferro e fuoco, venne bombardato e incendiato il castello mentre l’oratorio venne saccheggiato e profanata la tomba di Alessandro Bevilacqua, i cui resti furono dispersi.
L’interno dell’oratorio del Castello è a forma ottagonale con un lucernario da cui entra luce. L’altare non è di gran pregio mentre, oltre alla sontuosa porta d’ingresso, da ricordare una porta interna oggi chiusa, che permetteva, attraverso un corridoio, di entrare nella casa del custode, e da qui, al castello. All’interno di questo corridoio, fino a pochi decenni fa, erano stati sistemati i busti di alcuni componenti della famiglia Bevilacqua, opere di grande valore attribuite al Cignaroli, oggi andate perdute. Da ricordare, all’esterno, un pregevole portale d’ingresso all’oratorio riccamente lavorato probabilmente commissionato dall’architetto Vantini di Brescia nel 1835 durante i lavori di adattamento dell’oratorio e di sistemazione delle tombe.
 

Chiesa di S. Giorgio in Marega

P1010380 ridLa chiesa di S. Giorgio in Marega fu di proprietà della Congregazione del Clero Intrinseco di Verona da prima del 1177 (anno del decreto dell’imperatore Federico I Barbarossa), al 1806 anno della soppressione della Congregazione per decreto napoleonico. L’edificio attuale fu edificato nel 1464. La facciata fu completata successivamente. Esternamente l’edificio si presenta con facciata a capanna. Orientamento a levante. Torre campanaria addossata al fianco meridionale della chiesa, i continuità con la facciata. Impianto planimetrico ad unica aula rettangolare, con presbiterio quadrangolare rialzato di tre gradini, concluso con abside semicircolare di ampiezza ridotta; lungo i fianchi della navata, in posizione centrale, si aprono due semi-cappelle laterali in cui trovano sede l’altare della Madonna, a sinistra, e l’altare di S. Francesco (con S. Antonio da Padova e S. Luigi Gonzaga), sul lato opposto. I prospetti interni sono scanditi da lesene d’ordine ionico, a sostegno dell’alta trabeazione modanata; lungo le pareti della navata l’ordine inquadra semplici archeggiature cieche e gli archi aperti verso le cappelle; lo spazio centrale del presbiterio è sottolineato da quattro colonne ioniche su cui si imposta la cupola sommitale; al centro della parete absidale è posta la pala del Caroto raffigurante “S. Giorgio e la principessa”. L’aula è coperta da una volta a botte con unghie laterali e con decorazioni a tempera; il presbiterio è sovrastato da una cupola decorata a cassettoni; nel catino absidale è dipinto “Gesù Cristo buon pastore”, opera del pittore Agostino Pegrassi (1949). Copertura a due falde con struttura lignea portante e manto in coppi di laterizio. L’aula presenta una pavimentazione a mosaico realizzata con tessere di marmi policromi; il presbiterio è pavimentato con un seminato alla veneziana con scaglie di marmi che compongono un disegno geometrico policromo. Facciata a capanna in stile neoclassico. Orientamento a levante. Rivestimento ad intonaco di color sabbia. Due coppie di semicolonne scanalate con capitelli corinzi reggono la trabeazione su cui si imposta il timpano aggettante ed inquadrano centralmente il portale d’ingresso, sormontato da una lunetta decorata con una pittura raffigurante “San Giorgio che uccide il drago”.