Ville, Palazzi e corti

IL CASTELLO DI SALIZZOLE

Salizzole ridE' il simbolo del paese ed in esso gli abitanti di Salizzole si riconoscono andandone fieri. Imponente e maestoso, il castello costituisce uno dei complessi edilizi medievali tra i più significativi della media e bassa pianura veronese. E' costituito da due torri poste ai lati del corpo centrale che presenta uno sviluppo orizzontale, in gran parte rifatto nelle epoche successiva. La torre occidentale è merlata e risale al XII secolo, quella orientale, alta 30 metri, nella quale si trova il portale d’ingresso con ghiera ornata da una fascia in cotto con motivi geometrici, viene attribuita all’intervento effettuato da Alberto della Scala. Il castello è legato al nome della contessa Verde de Saliceli, proprietaria di alcuni terreni a Salizzole nel XIII secolo.
Fonti d’archivio attestano che nel Trecento la contessa era sposa di Alberto I della Scala (iniziatore della Signoria scaligera nel 1277) ed è quindi probabile che, a seguito della nascita di Can Grande I la proprietà del castello sia passata agli scaligeri dopo la sua morte avvenuta nel 1305. Con la caduta della signoria scaligera, il 24 marzo 1407 Nicola Cappella acquistò il maniero dalla Repubblica di Venezia e la famiglia ne conservò la proprietà fino al Seicento, quando l’ultima erede Eleonora, sposata a Camillo Giuseppe Cosmi, lasciò la proprietà al figlio Cosmo Cosmi Cappella. Quando nel 1793 l’ultimo erede maschio della famiglia morì, la proprietà venne divisa fra le tre sorelle rimaste. Così, nel 1813 alla stesura del Catasto Napoleonico, l’edificio risultava diviso prevalentemente in due parti: la parte occidentale con il corpo centrale e la torre più antica apparteneva alla famiglia Cosmi-Cappella mentre la torre orientale al demanio regio.
Durante la sua lunga storia, il castello non assunse mai un vero ruolo difensivo sotto il dominio scaligero, diventando invece un luogo residenziale. Le due torri probabilmente non erano almeno in origine, unite e questo lo si desume da vari elementi tra cui l'arretramento di una di esse (quella posta ad Ovest). Probabilmente vi erano altri edifici addossati su entrambe. Le architetture interne presentano soffitti con volte a crociera e costoloni marcati da nervature ogivali, oltre che da aperture ornate da ghiere in cotto e tufo. Il pregevole complesso è rimasto per molti anni in uno stato di assoluto abbandono, fino a quando nel 1980 è divenuto proprietà del comune di Salizzole, che negli anni successivi, ha portato avanti una costante opera di restauro per riportare questo simbolo all’antico splendore.
 

SALIZZOLE - CORTE SAGRAMOSO, CAMPOSTRINI, MALFATTI

corte sagramoso ridTra le famiglie che diedero maggior impulso alla coltivazione del riso nel comune di Salizzole, vi è senza dubbio la Cosmi-Capella. Si registra infatti già nel 1600 la costruzione di due pile da riso che ricevevano l'acqua dal Piganzo. Grazie ad esse la produzione aumentò sensibilmente e fece la fortuna della famiglia. Le tenute passarono di mano in mano ad altri proprietari per finire alla fine del Settecento al Sagramoso che provvide a intervenire sulla casa padronale la quale ebbe una profonda trasformazione conferendo alla stessa l'aspetto attuale. I primi documenti di questa Corte, risalgono al 1571 quando un disegno di Gio Batta Di Remi, rappresentava la corte di Camillo Capella come un complesso di tre fabbricati racchiusi da un alto muro interrotto da due diversi accessi. Da tali ricerche si comprende come la proprietà e la casa dominicale, appartenessero un tempo alla famiglia Capella, quindi Cosmi Capella, poi Sagramoso, quindi Campostrini poi Malfatti.
I due antichi accessi davano: il primo verso la strada Salizzole-Isola della Scala e il secondo verso i terreni di proprietà. All’interno del complesso racchiuso da mura, sul lato nord era disposta la casa padronale con, a fianco, una colombara. Questa disposizione venne mantenuta anche nel secolo successivo e alcune modifiche vennero apportate verso la fine del 1600. La corte e la proprietà rimasero dei Capella fino alla fine del 1600 allorquando passarono al conte Cosmo, figlio di Giuseppe Camillo Cosmi dalla Capella che la mantenne fino alla fine del 1700. Corte e fondo vennero acquistati dai Sagramoso e rimase di proprietà fino al 1850 quando furono ceduti al nobile Antonio Campostrini.
Il palazzo è maestoso ed elegante un profili delle finestre in tufo e con degli elementi di gusto baroccheggiante. La facciata che dà sulla strada è impreziosita da caratteristici balconcini a coppa delle finestre d'angolo e dal portale in tufo con un cornice decorata a motivi floreali che immetteva in un oratorio privato intitolato a Sant'Irene. L'intero complesso è disposto su uno dei lati del grande cortile circondato da fabbricati rustici e da alti muri; è del XVI secolo ed è di notevole valore architettonico. Ancora oggi conserva buona parte delle caratteristiche dell’epoca con i bei profili in tufo delle finestre e la lavorazione tipica settecentesca. Bello il portale in bugnato che immette nel salone centrale così come il grande archivolto che dà accesso al cortile. L’interno della villa ha due saloni di vaste proporzioni affrescati su disegno del Sansovino mentre le stanze laterali e la scala, danno un indiscusso tocco di signorilità all’interno complesso. Il soffitto del salone del piano nobile ha come affreschi degli elementi settecenteschi di soggetto allegorico dove troneggia un'aquila ad ali spiegate mentre nella stanza attigua si trovano altri affreschi con soggetto agreste.
 

VILLA TURCO, VALMARANA DETTA MEZZO PALAZZO

corte turco ridNella frazione di Bionde di Visegna, troviamo questa interessante ed antica struttura che, dopo un recente intervento di restauro, è tornata all'antico splendore. E' un edificio per certi sensi enigmatico, che tra il suo nome proprio dal fatto che non sia stato terminato. Ecco perché villa Turco, Valmarana ora Brutti, è detta anche “Mezzo Palazzo”.
Dalle ricerche effettuate da studiosi locali, sembra che la corte appartenesse, nella metà del 1600, alla famiglia Turco di San Fermo di Verona. Infatti alcuni documenti del 1653 testimoniano come Pietro Antonio Turco fosse titolare di “una possessione nella villa di Bionde di Visegna con casa da Patron”. Di essa si perdono poi le tracce essendo Pietro Antonio morto senza discendenza e non figurando la corte lasciata in eredità ad alcun parente; fu perciò, con molta probabilità, alienata prima di questa data.
L'impianto di questa villa richiama il periodo tardo cinquecentesco ed è costituito da un corpo centrale a cui sono addossate quattro ali laterali ed un complesso stalla-portico-fienile oggi ristrutturato. Sul lato sinistro della villa si trovava pure un rustico minore ora scomparso. L'ingresso, posto su di un lato, è garantito da un doppio scalone a gradoni di buona fattura realizzato in cotto che conduce all'atrio, in bugnato.
Il fascino maggiore esercitato dalla villa è, oltre al doppio scalone d'accesso, il bel portale in bugnato con sottostante piccolo atrio che riprende motivi cinquecenteschi. Un alone di mistero invece è dato dall’essere rimasto incompiuto. Molte le congetture a riguardo, ma forse la più attendibile è quella che vede il primitivo progetto cinquecentesco con sontuosa casa padronale, abbandonato per difficoltà economiche della famiglia dei Turco alle soglie del Seicento; difficoltà che proseguirono anche con gli eredi e che costrinsero Giovan Battista Turco, a vendere il palazzo. Ad acquistarlo i patrizi veneziani dei Valmarana la cui presenza è documentata proprio a Bionde di Visegna nel 1740. Un’altra tesi, invece, è legata ai Valmarana già proprietari della corte di Mezzo Palazzo nel 1540 quando furono investiti dall’imperatore Carlo V della contea di Nogara. Il feudo era costituita da ben 2.700 campi distribuiti tra Nogara, Isola della Scala, Engazzà, Gabbia, Salizzole e Bionde di Visegna. In questo caso si può ipotizzare che al primitivo progetto cinquecentesco che prevedeva una grandiosa ed imponente dimora padronale, si decise di optare per una più semplice e funzionale casa di campagna.
Nel 1813 la tenuta con la casa padronale, declassata a “casa da massaro”, era di proprietà dei fratelli Benedetto e Andrea Valmarana. Venne da questi venduta con 190 campi a Cesare Bertoli il quale, nel 1882, la cedette ai fratelli Betti.
Mezzo Palazzo conserva ancora oggi tutto il suo fascino; esternamente si vede chiaramente come la villa sia del tutto incompiuta. Infatti accanto al gran portale in bugnato, solo la parte situata alla destra risulta completa e disposta su due piani mentre gli ovali, appena sotto il tetto, sono le aperture per dare luce al granaio.
L’interno, recentemente ristrutturato, è composto da un grande salone centrale che si estende per tutti e due i piani con un bel soffitto a formelle di legno dipinte dove dei putti sorreggono gli stemmi di alcune casate imparentate con la famiglia. Tutt'intorno troviamo scene a trompe l'oeil, decorazioni con finta balaustrata ed alcuni stemmi. Imponente anche la caneva e degni di rilievo i rustici annessi. Davanti alla villa, un’ampia aia con le rimesse per gli attrezzi agricoli.
 

VILLA CAMPAGNA, PORTALUPI, CHIARAMONTE

villa portalupi ridSiamo nel 1581 e Girolamo Campagna chiede ai Provveditori sopra i Beni Inculti, di irrigare un appezzamento di terra situato di fronte alla sua corte sul lato destro della parrocchiale. E’ il primo documento che parla di questa tenuta situata nella frazione di Bionde di Visegna.
Ad attestarci in maniera dettagliata sulla presenza di una corte, è invece un disegno realizzato da Antonio Benoni nel 1683 nel quale vengono rappresentati la corte recintata da un muro e divisa in due parti tramite un ulteriore muro interno. Nella zona settentrionale, di fronte alla chiesa, sono visibili la casa padronale con la relativa torre colombara rivolta verso la strada ed un piccolo edificio rustico, mentre una barchessa con un'altra torre colombara sono posizionati sull’angolo Sud Ovest.
Il palazzo oggi, conserva chiari segni di interventi in epoche successive ed è composto da uno stabile che si presume essere cinquecentesco con a fianco un torrione merlato e un altro più recente. Si può comunque presumere che la casa padronale già attestata nel Cinquecento sia proprio l’edificio centrale con il maestoso portale a bugnato, mentre l’insieme dei fabbricati ad esso adiacente, sormontati da merlature, con portali ogivali e con un un torrazzo di pianta circolare, siano il frutto di una ricostruzione in stile neogotico eseguita verso la fine dell’Ottocento, così come la torre, con il relativo coronamento ad archetti. Un sistema usato sia a Cerea in Ca' del Lago, sia al castello di Bevilacqua. Questo di Salizzole invece, potrebbe essere la trasformazione successiva di un’antica “casa da paron” diventata residenza di villeggiatura e realizzata dai Portalupi nella seconda metà dell’Ottocento. L’interno è a pianta veneta mentre la scalinata della torre è a volta; le porte e le finestre sono riquadrate in marmo. Le stanze che si aprono sui lati sono disposte su tre piani, il pian terreno ed il piano nobile, mentre il terzo era adibito a magazzino e granaio.

Altri sono i documenti che ci attestano l'esistenza della villa come un documento del 1696, quando Lodovico Campagna descrive la “possessione in villa di Bionde di Visegna con Casa Domincale e parte rusticale” con annessi vari campi. La proprietà rimase al nobile Perseo Campagna anche nel 1740; nel 1813 era di Giambattista Campagna che possedeva l’antica casa padronale adibita a “casa da massaro”. Nella seconda metà dell’Ottocento, Paolina Campagna portò in dote la proprietà della tenuta al marito Giorgio Portalupi e, con testamento del 1873, la stessa nominò erede dei suoi beni il figlio Giulio Portalupi. Nel 1891 le proprietà vennero acquistate da Stefano Chiaramonte.

Oggi villa Chiaramonte ha tutte le caratteristiche della nobile dimora di campagna. Al suo interno si trova un vasto salone centrale decorato con statue su plinti raffiguranti Diana ed Endemione. Quattro stanze danno sul salone centrale, mentre altre due si trovano agli angoli della costruzione nella parte rivolta a campagna. Una di queste era, probabilmente, la cucina e conserva il camino con cappa sporgente.

Villa Serego Alighieri, Scipioni-Zerboni in località Bionde

Complesso di origini cinquecentesche e costituito da corpo padronale e annessi rustici.

La villa appare come un tipico esempio di edificio realizzato per la gestione delle ingenti tenute agricole ed è parte integrante di un complesso composto da casa padronale e da vari immobili annessi. È un imponente edificio a sviluppo orizzontale che costituisce la parte residenziale dell’intera corte e trova l’interesse maggiore negli elementi decorativi settecenteschi. I profili a bugnato regolare a pian terreno e la balaustra in pietra al primo piano con i suoi timpani arcuati e triangolari danno all’intero complesso eleganza e bellezza. La villa è un corpo allungato con facciate pressoché simmetriche sui due lati sia verso la strada che verso la corte. La pianta è quella tipica della casa veneta con il salone centrale a doppio affaccio e serie tripartita di finestre.
Il prospetto principale è caratterizzato dal loggiato enfatizzato dalla balaustrata in pietra e dalla preminenza della finestra centrale. I corpi rustici, realizzati probabilmente tra il Sei-Settecento, si compongono di tre barchesse e delle annesse residenze dei lavoranti.
All’interno del salone nobile si scorgono porzioni di una vasta decorazione ad affresco che dovrebbe quasi sicuramente estendersi lungo tutte le pareti. Da quello che oggi si può vedere, si intravedono delle figure in una nicchia e delle finte architetture. È possibile supporre che possa trattarsi di una decorazione di notevole interesse riferibile al XVII secolo.
Da ricordare poi la presenza di bei camini alcuni semplici, altri lavorati. Di questa corte si hanno notizie storiche già verso la fine del Cinquecento. A quell’epoca apparteneva a Girolamo Campagna e questa famiglia ne risultava proprietaria anche nel Seicento. Infatti a Bionde di Visegna aveva una propria casa di abitazione da Paron. Con la fine del Seicento, l’immobile venne ereditato da Lavinia che lo portò con sé in dote divenendo proprietà della nobile famiglia Bojani. Il proprietario successivo fu Felice Gaioni che, oltre la casa dominicale, aveva altre due case e campi di terreno.
Nel 1813 Angelo Gaioni la utilizzava come casa con brolo per propria abitazione e i suoi figli ne fecero uso solo come fondo prevalentemente agricolo. Dopo divenne proprietà Serego-Alighieri, quindi Scipioni. Quanto giunto a noi può essere ricondotto a lavori effettuati nel Sei-Settecento. Di essa e dell’esteso fondo di cui era parte essenziale abbiamo documentazione in un disegno realizzato da Valerio Bovolon forse agli inizi dell’Ottocento.
 

Villa Magalini in località Bionde

Complesso cinquecentesco composto da villa e, ai lati, due rustici simmetrici uno dei quali costruito di recente

La Villa si presenta come una casa padronale tipica delle dimore della campagna veneta. Suddivisa su tre piani, ha un portale d’accesso ai cui lati si aprono due aperture lavorate a quadrifoglio che il recente restauro ha fatto inserire in una cornice in marmo. Quattro finestre danno luce alle stanze del piano terra. Il piano superiore è abbellito da una loggia centrale con relativa balaustra e due colonne che sostengono la volta circolare. Anche al piano superiore, disposte in maniera simmetrica con le sottostanti, si aprono quattro finestre. L’ultimo piano è occupato dal granaio illuminato da quattro finestre a quadrifoglio anch’esse recentemente inserite in riquadri marmorei rettangolari. I lavori di restauro hanno aggiunto alla villa due camini ai lati e un abbaino posto al centro della villa. Ai lati della casa padronale si sviluppano i due rustici simmetrici uno dei quali costruito di recente.
Dalle caratteristiche della villa, si può presumere che essa sia stata realizzata tra il Sei-Settecento con la tipologia e le caratteristiche di analoghe dimore del territorio volute dai nobili signori per la gestione e il controllo dei propri fondi.
 

Villa Veronese De Poli, detta “La Gabbia” in località Gabbia

Complesso di origini cinquecentesche, riadattato nel tempo e profondamente rimaneggiato nel Settecento. Si compone di villa con ali laterali in linea e annessi rustici quali la barchessa.

La Gabbia, anche se costituita da un corpo centrale povero di motivi architettonici di rilievo, rappresenta un complesso edilizio di grande bellezza ed imponenza ubicato nella località omonima del comune di Salizzole. Fu alla fine del Quattrocento che andò a costituirsi parte del fondo della Gabbia ad opera del nobile veronese Giacomo Boldieri il quale, dopo aver ereditato i beni della famiglia Boldieri che comprendevano anche parte del castello di Salizzole, effettuò varie transazioni che lo portarono ad acquistare estesi possedimenti in tre località, una delle quali era proprio la Gabbia.
Nella metà del secolo successivo, a seguito di matrimoni, i beni passarono alla famiglia Giusti e, nel 1607, Isabella Giusti possedeva alla Gabbia metà del palazzo e altri rustici annessi. L’altra metà apparteneva, con molta probabilità, alla famiglia Vanini che, nel 1579, aveva iniziato un’intelligente campagna di acquisto di terreni proprio in questa zona.
Con la seconda metà del Seicento la tenuta passò alla famiglia Rolandi e il primo disegno che testimonia la presenza di abitazioni in questa località è quello di Francesco Cuman che nel 1687 descrive la presenza di una chiesa e un complesso di fabbricati con torre colombara al centro.
L’intervento più rilevante porta la data del 1789, quando la proprietà era già in mano alla famiglia Monga e Domenico Monga volle intraprendere una radicale ristrutturazione della corte testimoniata da un disegno di Plino Roveda del 1802. I progetti commissionati all’architetto non vennero però eseguiti e la casa padronale mantenne le forme semplici della tipica casa di campagna con l’eleganza e la bellezza del timpano e l’imponente barchessa a pilastri dorici di stile neoclassico a lato. Nella zona settentrionale della casa di villeggiatura venne poi realizzato un parco all’inglese con relativo laghetto.
Fu, infine, aperto lo stradone che collega la corte con la chiesa della Gabbia. Verso la metà dell’Ottocento la Gabbia disponeva pure di un brolo, una peschiera, una pila da riso con mulino da grano ad acqua e ben 486 campi annessi. La villa fu sottoposta, durante i secoli, a vari interventi il più consistente dei quali fu quello avviato verso la fine del Settecento. Il palazzo, semplice ed elegante, oltre al grande timpano centrale è abbellito da un balcone e da due grandi meridiane oggi sapientemente restaurate. Accanto al timpano e allo stemma di famiglia che campeggia al centro, la Gabbia risulta suddivisa su tre piani; il pianterreno a cui si accede tramite una semplice porta d’accesso e quello superiore abbellito da un balconcino con ringhiera in ferro e da due meridiane. La pianta interna del palazzo rimane quella di un tempo anche se, della disposizione originaria, non è rimasto nulla. Degni di rilievo sono gli edifici annessi alla casa di villeggiatura come la lunga barchessa con 16 pilastri dorici. Da vedere il parco e il caratteristico specchio d’acqua immerso nel verde.
Ancora presente l’edificio che ospitava il mulino e ben visibile la disposizione dello spazio antistante la villa, con l’aia per l’essiccazione dei prodotti agricoli, che testimoniano come, alla Gabbia, tra le colture prevalenti vi fossero mais e riso.
 

Corte Bra, Verità-Poeta, Cipolla Frazione: Engazzà

Complesso costituito da villa cinquecentesca barchessa, stalla e granaio, mentre la parte antistante la casa è occupata dall'aia.

Un bel disegno di Domenico Piccoli, realizzato nel 1710, ci presenta corte Verità in tutta la sua bellezza con la casa da lavorante, l’annesso complesso composto da stalla, portico e fienile, torre colombara, il tutto ben delimitato da un muro di recinzione e due accessi, uno ad Est e uno ad Ovest. Oggi di quel disegno rimane solo una porzione; è scomparsa la torre colombara mentre gli edifici e i fabbricati rustici annessi sono stati aggiunti in periodi successivi.
I primi documenti su corte Verità alla Bra, si hanno nel 1653 quando il conte Marcantonio Verità possedeva una tenuta con casa da patron e da lavorente de 100 campi. Nei secoli successivi, per questa tenuta, ci fu un susseguirsi di alterne vicende come il di dimensionamento del fondo anche se, nel 1813, essa era costituita da 109 campi con tre case da massaro. Nella prima metà del secolo scorso la corte e i campi furono venduti ai fratelli Cipolla che ne ampliarono sensibilmente l’estensione.
Oggi corte Verità, situata nella frazione di Engazzà nel comune di Salizzole, è costituita da una elegante dimora caratterizzata da una rampa d’accesso a gradini in cotto che conducono al portale d’accesso e alle cui estremità si trovano due teste leonine in pietra. La facciata è semplice; interessante la decorazione del cornicione poco sotto il tetto. Un abbaino dà luce all’ultimo piano mentre due comignoli posti ai lati della casa attestano la presenza un tempo di camini al suo interno. Il portale d’ingresso, ai cui lati si trovano due grandi finestre riprese anche al piano superiore e che vede anche la presenza di una terza finestra centrale, immette nel grande salone. Qui sono visibili tracce di affreschi.
Vicino al palazzetto si trovano una barchessa, la stalla e il granaio mentre la parte antistante la casa è occupata dall’aia.
 

Corte dominicale Da Vico, Franceschini in località Bionde

Complesso costituito da villa degli inizi del Settecento e annessi rustici ottocenteschi.

Nella frazione di Bionde di Salizzole e precisamente in contrada Caovilla, si trova questo imponente edificio datato 1710. Esso conserva integra la struttura settecentesca con un corpo a due piani e, nella parte superiore, gli ampi granai. Le ricerche indicano che l’edificio sia stato eretto agli inizi del Settecento mentre gli ex proprietari, i Da Vico, il cui stemma appare nei comignoli, lo retrodatano di quasi 100 anni, facendo risalire la villa al 1625.
Studi recenti indicano come la corte di Caovilla fosse già esistente, anche se sicuramente in forma diversa, nel 1589, e di proprietà di Tomaso Da Vico. Nel 1653 il suo proprietario, Cristoforo, la descriveva come Una possessione in Villa di Bionde di Visegna de c. 30 di terra garba sottoposta all’acqua con casa da Patron con un poco di Brolo magro di c. 4. Quasi sicuramente anche questa costruzione non coincide con quella giunta sino a noi ma, di sicuro, era una nobile abitazione. Nel 1696 il figlio di Cristoforo Da Vico, Pietro Martire, descriveva di possedere una casa a Bionde con corte, barchesse, orti e un brolo. Di essa e della relativa proprietà si parla poi nel 1740 quando viene descritta come casa dominicale, e ancora nel 1813 come residenza di Leopoldo Da Vico. Infatti fu, per lungo tempo, la residenza storica della famiglia Da Vico e solo nel 1800 fu declassata a fabbricato per azienda rurale.
L’architettura della villa è caratterizzata dalla sobrietà delle sue dimensioni, esaltate dalle cornici marcapiano e dalle riquadrature in tufo di finestre e elementi. La facciata del palazzo è divisa in tre parti nettamente distinte, con quella centrale caratterizzata da un timpano triangolare che racchiude una finestra ellittica che dà slancio ed eleganza all’intero edificio. La facciata, inoltre, presenta un’ampia loggia a tre archi al primo piano, con colonne doriche e una balaustra in pietra. L’interno originariamente comprendeva due sale centrali sovrapposte e stanze laterali con originali travature decorate a motivi figurali di eccellente fattura. È da ricordare che un tempo l’intonaco esterno e quello di rivestimento dei pilastri era dipinto simulando una struttura in tufo ed in cotto a corsi alternati.
Corte Da Vico rappresenta un tipico esempio di architettura classicheggiante temperata dal tufo lavorato delle cornici, delle finestre, del portale, delle tre arcate, delle colonne, delle balaustre e dei pinnacoli.
Bello anche il portale d’accesso alla villa recuperato dopo un intervento di restauro eseguito attorno agli anni settanta, che ha ripristinato l’uso residenziale della villa. In tale occasione furono ricostruiti quasi integralmente gli edifici annessi da tempo crollati.
 

Corte dominicale Spolverini, Martini in via Roma, 31

Complesso costituito da villa e annessi rustici, di disegno planimetrico rettangolare.

L’edificio quattrocentesco è impreziosito da una bella bifora gotica ed è unico nel suo genere nell’intero territorio. Notizie certe della corte si hanno nel 1571 quando venne rappresentata come di proprietà di Giacomo Spolverini e descritta come un unico edificio privo di muratura di recinzione. Degli Spolverini e in particolare di Alessandro sembra fosse anche nel 1682 mentre un disegno, realizzato da Iseppo Cuman nel 1684, ne attesta la proprietà a Baldassarre Spolverini.
Della corte non si hanno più notizie fino al 1813 quando, da ricerche effettuate, risulta assorbita dal Regio demanio. Ulteriori scarne notizie portano la data del 1849 quando la corte, declassata da casa padronale a casa colonica, fu acquistata da Girolamo Asson. Oggi corte Spolverini risulta perfettamente conservata e, oltre alla canna fumaria esterna ancora oggi ben visibile, colpisce la piccola bifora gotica quattrocentesca con arco trilobato e pilastrino in marmo rosso di Verona situata al primo piano. L’ingresso della casa padronale è impreziosito da un portale ad arco mentre il piano superiore ha, di caratteristico, come prima ricordato, la bifora; l’ultimo piano è riservato al granaio. Di fianco alla casa i rustici per depositare gli attrezzi agricoli e per ammassare i prodotti della terra.
 

Corte Capella-Guarienti, Masotto Via Dante Alighieri, 5

Era in passato un'imponente corte ad oggi è costituita dalla villa con relativi rustici annessi.

La corte, pur nella sua semplicità e sobrietà, in passato, era un’imponente corte con villa e relativi rustici annessi. Oggi di corte Capella-Guarienti, colpisce la casa, che un tempo rappresentava la nobile dimora, e due edifici, situati sul lato opposto della strada, che appartenevano alla famiglia Guarienti e venivano utilizzati per uso agricolo.
Notizie di questa corte si hanno già agli inizi del Cinquecento. Infatti in un disegno di Giovan Battista di Remi, del 1571, la corte viene rappresentata come un complesso composito suddiviso in tre ben definiti edifici, uno dei quali, disposto parallelamente rispetto alla strada, è l’attuale casa padronale. Staccate, si distinguono la stalla e la casa per i lavoranti mentre a sud della corte si estende una vasta area recintata chiamata serraglio. Proprietario della corte era Alessandro Capella.
Con la fine del Seicento, a detenere la corte era Francesco Guarienti che possedeva beni a Sorgà, San Zenone di Minerbe e Salizzole. Altri disegni successivi a tale data danno un’idea dell’importanza del fondo che veniva sempre disegnato con casa dominicale, barchessa, stalla, fienile e con vari rustici per i lavoranti.
Da queste descrizioni si deduce che l’intero complesso rappresentava un elemento di grande importanza per la famiglia Guarienti. La corte, pur nella sua semplicità e sobrietà, mostra chiaramente importanti linee cinquecentesche ed è impreziosita dai due portali in pietra mondanata, probabilmente seicenteschi, posti simmetricamente agli ingressi del salone centrale e sulla cui sommità campeggiano gli stemmi della famiglia Guarienti. Da rilevare, inoltre, due belle canne fumarie che danno slancio al simmetrico prospetto laterale dell’edificio: suddiviso in tre piani e con il grande tetto a due spioventi, presenta al di sopra dell’elegante portale del piano terra un balcone ora privo di elementi architettonici di pregio e, ancora sopra, è ben visibile un’apertura che garantisce luce al granaio. Il prospetto che volge verso la strada è suddiviso su due piani con un elegante portale d’accesso posto asimmetricamente rispetto alla forometria di facciata. Il salone centrale a pianterreno è abbellito da due portali in tufo scanalato chiusi alla sommità da eleganti mascheroni. Anche il piano superiore riserva alcune piacevoli sorprese come un dipinto a fresco sulla parete raffigurante la Madonna con Bambino databile al Seicento.
 

Corte Spolverini, Soldi in località: Pozza

Il complesso è costituito dalla casa padronale affiancata da una torre colombara.

Della proprietà legata a villa Spolverini, Soldi si hanno notizie nel 1571 quando in un disegno di Gio Batta Di Remi compare la villa racchiusa all’interno di un brolo. Un successivo disegno del 1684, realizzato da Iseppo Cuman, identifica gli edifici che un tempo componevano la corte. L’elemento di maggior interesse era la casa padronale affiancata da una torre colombara. Ad Est vi era la barchessa e verso occidente si trovava la casa dei lavorenti anch’essa caratterizzata dalla presenza di una torre colombara.
La proprietà rimase degli Spolverini fino al secondo decennio dell’Ottocento quando l’immobile venne ceduto al nobile Girolamo Orti Manara che a sua volta lo cedette, nel 1865, ad Andrea Martinato. La casa padronale, oggi in buono stato, è con molta probabilità il risultato di interventi realizzati nel Seicento e nel Settecento. Belli i portali in tufo scolpiti da modanature in rilievo che ornano gli ingressi al salone del piano terra di entrambi i prospetti. Al di sopra di essi si apre la monofora del primo piano con il balcone anch’esso finemente scolpito con motivi vegetali. La dimora, disposta su tre piani, si presenta compatta e dall’impaginato di prospetto simmetrico e tripartito.
 

Corte Turco, Scipioni in località Bionde

La corte è costituita dalla casa dominicale che si affacciava sul brolo, in linea con l'edificio si trovano gli annessi rustici, e la barchessa.

Un bel portale sormontato da tre piccoli pinnacoli dà forma all’ingresso di questa corte situata nella frazione di Bionde di Visegna a Salizzole. La proprietà prende il nome da Camillo Turco che, nel 1581, volle che Giovanni Battista De Remine ne realizzasse il disegno. A distanza di oltre 50 anni, la corte apparteneva a un discendente della famiglia, un certo Pietro Antonio che risiedeva abitualmente proprio a Bionde di Visegna. Con gli anni la corte continuò ad ingrandirsi e, alla fine del Seicento, era composta da casa dominicale con corte et horto nella villa di Bionde di Visegna. In tale descrizione colpisce, in particolare, una precisazione nella quale, accanto alla casa, viene segnalata la presenza di un brollo attaccato a detta casa con altri pradi bassi da mezzo fieno per essere li medesimi dietro il fiume Tregnon, ogni anno in parte o tutta l’entrata rimane annegata. Un problema costante quindi quello del vicino fiume che, con una periodicità quasi sistematica, continuava ad allagare parte della corte.
Accanto ad essa, la famiglia poteva contare su 230 campi e su due altre proprietà, la prima vicino a Nogara, la seconda sempre a Visegna. Ancora oggi l’antica dimora dei Turco, che si trova nell’angolo sud-orientale del centro abitato di Bionde, si distingue per il grande portale voltato che si apre nel muro di cinta che delimita l’intero complesso. La casa padronale ha le due facciate simmetriche scandite da sequenze di finestre che tripartiscono la facciata. Al centro del piano terra, il grande ingresso ad arco a tutto sesto è affiancato dalla sequenza delle due monofore che si ripetono, con la stessa proporzione, al piano superiore.
Recenti lavori di restauro hanno interessato corte Turco che, nel corso dei secoli, ha subito varie trasformazioni. Da rilevare pure la presenza di ben quattro comignoli sul tetto disposti anch’essi simmetricamente, e l’ala degli annessi rustici collocati in linea con l’edificio.
L’interno è semplice, tipico della dimora di campagna con le stanze disposte in maniera funzionale all’attività svolta all’interno della corte. A fianco del complesso nobile si trovano le barchesse a tre luci con lesene, mentre a destra dell’ingresso proprio vicino alla strada, ha trovato disposizione anche un antico oratorio privato dedicato a San Giuseppe decorato esternamente da semplici paraste in cotto.
All’interno della proprietà è pure visibile, tra gli alberi del brolo, l’antica giazara con la volta d’accesso in cotto.
 

Corte Stiver-Marinelli, Minozzi in località Zanon

Uno dei primi disegni che documentano la presenza della corte, con casa padronale e annessi, risale alla metà del Cinquecento: precisamente nel 1568 Cristoforo Pontoni, su richiesta di Gio Batta Stiver, disegnava il progetto per lo scavo di un condotto che da Tarmassia portava dritto verso le valli di Bovolone. Il condotto avrebbe preso il nome di condotto Stiver e nel disegno è riportata, oltre al corso irriguo, anche la corte chiusa dalla cinta muraria e composta dalla casa padronale e dal rustico ad archi.
Il palazzo padronale, suddiviso in tre piani, ha sobrie forme cinquecentesche con un bel portale d’ingresso e serie simmetriche di sei finestre ai piani: le grandi aperture rettangolari al piano nobile segnalano la presenza del tipico salone passante. Un grande portale, dalle caratteristiche lesene, conduce all’interno della corte e uno stemma vi campeggia come chiave d’arco. In aderenza su uno dei lati si estende uno degli edifici annessi: altri edifici rustici prospettano all’interno della corte.
Dell’importanza e allo stesso tempo della grazia dell’edificio è prova il ritrovamento, nella stanza interna posta a pianterreno nella zona posteriore sul lato sinistro, di affreschi fatti eseguire da Giovanni Marinelli nel 1777 dove, all’interno di riquadri separati da colonne ioniche dipinte, sono visibili scene allegoriche e mitologiche.
Con il Seicento la proprietà venne ceduta alla famiglia Mona che, nel 1628, possedeva 100 campi. A documentarci sulla disposizione della corte, vi è un disegno realizzato da Francesco Cuman nel 1681 su ordine del nuovo proprietario Giovan Battista Zonta.
Con gli inizi del Settecento, l’intero fondo venne ceduto ai Marinelli, famiglia di commercianti residente a Verona. Costoro continuarono a detenere la tenuta di Salizzole che, verso la metà del Settecento, comprendeva una casa con orto e poca terra. La proprietà continuò ad essere della famiglia anche per buona parte del secolo successivo finché, nel 1870, venne frazionata fino ad arrivare in parte agli attuali eredi Minozzi.
 

Corte Campagna-Sanzana, Chiaramonte in località Ca’ dell’Ora

La nobile famiglia veronese dei Cerdone, agli inizi del Quattrocento, iniziò ad acquistare beni fondiari nei territori di Bionde di Visegna e di Salizzole. È quindi probabile che il figlio di Graziano Cerdone, Antonio, abbia edificato nel 1470 la corte di Ca’ dell’Ora. È una tesi esposta da Gagliardi e che viene avvalorata da una lapide situata nel sottogronda della casa padronale dove si legge: Ad fundamenta / lanno 1470 / rifondata / lanno MDCCLXXX. Successivamente la tenuta fu acquistata dai Campagna che nel 1589 ne erano i proprietari. Nel 1653 la proprietà era descritta come una possessione posta parte nella villa di Bionde di Visegna e parte sotto Salizzole con casa da Patron ed da Lavorente de campo 130.
Verso la seconda metà del Settecento venne acquistata dalla famiglia Sanzana che provvide a una radicale ristrutturazione dell’intero edificio. Rimase di loro proprietà per lungo tempo per passare, infine, a Renato Chiaramonte. La corte è suddivisa in casa padronale, casa del lavorante e barchessa a tre archi di forme settecentesche. Da rilevare il portale d’ingresso in tufo e la balaustrata del primo piano della facciata che un recente restauro ha riportato all’antico splendore.
 

Corte Capella, Maggi, Morini in località Casale

Complesso formato da una casa padronale, con annessa torre colombara, e da un altro edificio il tutto racchiuso dal muro di brolo.

Di essa si parla già nel Cinquecento e documenta la sua presenza un disegno di Gio Batta Di Remi del 1571 che raffigura un complesso formato da una casa padronale, con annessa torre colombara, e da un altro edificio il tutto racchiuso dal muro di brolo. La proprietà risultava di Alessandro Capella e un secondo disegno del 1682 documenta come essa passi poi alla famiglia Cosmi Capella. Nel 1745 fondo e corte appartengono ancora gli eredi Cosmi Capella mentre sul finire del secolo vengono acquistati dai Maggi che, a loro volta, nel 1849 li cedettero a Giovan Battista Codognola. È il periodo in cui la villa viene declassata ad azienda rurale ed è proprio nel Settecento che il palazzo residenziale subì una radicale ristrutturazione
La villa giunta a noi comunque conserva la bellezza e l’eleganza di un tempo con un bel portale d’ingresso sormontato da pinnacoli. La facciata, classicamente tripartita, presenta ampie finestre perimetrate da modanature in tufo e la monofora d’ingresso è sormontata dalla balaustrata, finemente lavorata, del piano nobile. L’interno è quello tipico delle dimore venete con il grande salone centrale e doppie stanze ai lati.