Curiosità e personaggi illustri

IL BARCARO DI CORREZZO

barcaro ridIl barcaro era uno dei lavori presenti nelle nostre valli dove le acque paludose e i tanti fiumi come: il Tione, il Tartaro, il Tregnone, il Menago ed altri, facevano da cornice ai vari paesi adagiati lungo le loro rive.
Si navigava soprattutto con la sandola, un tipo di barca adatto a questi corsi d’acqua Da alcuni studi effettuati da Bruno Chiappa e da Francesco Ferrarini, a Correzzo, frazione di Gazzo Veronese, c’era una località con un gruppo di case denominato Porto proprio perché ospitava dei pescatori con relativa flotta di sandole. Questo tipo di imbarcazione era molto diffuso nella pianura veneta e in quella lombarda e veniva utilizzata per la pesca, la caccia, per il trasporto della canna palustre, dei covoni di riso e della carice. La sandola, governata da un esperto barcaro, percorreva i cosiddetti fossi barcagni, il cui nome deriva proprio da barca e la sua costruzione dipendeva dal tipo di impiego. Di norma variava la lunghezza dell'imbarcazione, le più lunghe non superava mai i 9 metri proprio per poter affrontare e superare in agilità sia gli ambienti paludosi, sia i piccoli corsi d'acqua che i fiumi di risorgiva.
Era un’imbarcazione molto elegante, infatti si caratterizza per il profilo longilineo, i fianchi bassi, la prora appuntita, la poppa ad arca dove c’era un rialzo usato per fissare la catena d'attracco. Questo mezzo di trasporto fluviale richiedeva delle buone capacità nel suo governo ma ottime conoscenze cantieristica per saperlo costruire;
Era lo stesso barcaro, che si recava dal falegname, sceglieva le assi di larice verificando che non avessero nodi per non trovarvi, un domani delle falle nello scafo. Nel laboratorio il falegname utilizzava degli appositi stampi di cartone o di legno; ritagliava i vari elementi dando una corretta curvatura alle assi del fondo e dei fianchi. L'asse veniva poggiata su un cavalletto mobile e bloccata ad un'estremità poi, grazie ad un peso, si faceva pressione verso il basso sull'estremità libera, mentre con delle torce ottenute legando dei mannelli di canna palustre, si provvedeva a riscaldare la parte inferiore mentre quella superiore la si teneva umida con un panno bagnato.
Anche il cavalletto aveva una sua funzione ed una sua importanza visto che veniva spostato di volta in volta a seconda di come si procedeva nell'opera di curvatura. In questo lavoro il falegname metteva in risalto non solo la propria esperienza ma soprattutto quella del barcaro che, in ogni fase, era presente e che con il suo occhio vigile, sovrintendeva a tutte le fasi della costruzione senza l'utilizzo di alcun riscontro tecnico.
Dagli studi effettuati si comprende come fosse lui a comandare le varie fasi lavorative, come fosse lui a far sospendere il lavoro per poi riprenderlo sistemando gli eventuali errori. Suo era il compito, d'intesa con il falegname, di vigilare e controllare le operazioni di surriscaldamento e di umidificazione delle assi e del fasciame. Una volta terminato il lavoro, l’imbarcazione veniva ripulita dalle bruciature e per questa operazione si utilizzava un'ascia a zappa. Conclusa anche questa fase, era necessario garantire l'impermeabilità della barca perciò il barcaro sistemava un fiocco di stoppa su una tavola coperta di tela di sacco. Si bagnava le mani in un pentolino, lo arrotolava per farne un cordone che poi veniva spinto, grazie ad uno scalpello, nelle fessure.
Di norma per costruire una sandola ci volevano quattro, cinque giornate di lavoro e circa lo stesso tempo serviva per la manutenzione dell'imbarcazione che doveva essere fatta fuori dall’acqua; un lavoro questo che doveva essere fatto periodicamente e soprattutto durante il tempo della raccolta.
 

GAZZO VERONESE: UN COMUNE CON SEI DITA

fiume Tartaro ridfiume Tartaro La formazione geologica del territorio comunale di Gazzo Veronese e le sue trasformazioni, durate svariati millenni, è molto simile a quella della Pianura Padana. Durante l’Eocene che va dai 55 ai 34 milioni di anni fa circa, qui esisteva un mare chiamato Tetide, che si estendeva dal Nord Africa all’Indonesia collegando le aree corrispondenti all’attuale Mare Mediterraneo con l’arcipelago della Sonda. Le terre italiane emerse in quel periodo comprendevano una piccola parte dell’Alto Adige e del Friuli, parte della Campania e del Lazio, la Puglia, la Calabria e la Sardegna. Durante il Miocene che si colloca tra i 24 e 5 milioni di anni fa, con l’emergere di ampie aree dell’Asia Minore, venne a mancare questa comunicazione provocando un sostanziale cambiamento delle condizioni ambientali. Inoltre continuava il sollevamento della catena alpina collegato alle continue eruzioni nella zona del Massiccio Centrale francese, dei Monti Carpazi, dei Colli Euganei, nel veronese e nel vicentino e a ridosso dei Monti Lessini si era formata una laguna. Nella seconda parte del Quaternario denominato Olocene, che si fa risalire a 10.000 anni fa, si verificarono i ritiri delle grandi distese glaciali e vaste aree continentali diventarono nuovamente ospitali. Lo scioglimento dei ghiacciai provocò una enorme massa alluvionale che veniva trascinata a valle da fiumi e torrenti determinando a poco a poco la formazione della Pianura Padana. Quando comparve l’uomo nel territorio, attualmente denominato comune di Gazzo Veronese, si insediò lungo i vari corsi d’acqua su porzioni di terre emerse.
Ancor oggi, pur con le pesanti trasformazioni eseguite nel corso dei secoli dalla natura e dall'uomo, si può vedere e capire come le sei frazioni che compongono questo comune si sviluppano lungo una linea Est – Ovest. Partendo da ponente ci si imbatte nella frazione di San Pietro in Valle con il fiume Tione, poi c’è Pradelle separata da Gazzo dal fiume Tartaro. Proseguendo si superano due fossati, la Possesion e il Condotto per arrivare fino alla frazione di Roncanova divisa a sua volta dalla frazione di Correzzo dal fiume Frescà, ed infine Correzzo e Maccacari separati dal fiume Dugale. Il territorio comunale sembra una grande mano con sei dita; ad ogni dito corrisponde un dosso, e questi dossi sono separati da corsi d’acqua che per secoli hanno contribuito alla formazione delle Grandi Valli Veronesi. Tali barriere naturali hanno favorito forme di campanilismo tra le varie frazioni del comune, aiutate pure da una viabilità rimasta tale per secoli ed almeno fino a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso e da una terra divisa tra poche e potenti famiglie che gestivano e governavano vasti possedimenti. I Romanin e gli Jacur a Maccari e Correzzo, i Conti Casati da Bergamo che commerciavano e allevavano il baco da seta a Roncanova, le famiglie Giusti e Guarienti a Gazzo con la lavorazione delle erbe palustri, così come quella del conte Perez a Pradelle e quella del barone Treves a San Pietro in Valle che oltre al latifondo controllava la lavorazione dell’erba palustre.