Curiosità e personaggi illustri

GIACOMO FAVRETTO ED IL MISTERO DELLA FINTA MALATA

La Finta malata del FavrettoUno dei misteri di Villa Polettini è legato a questo grande affresco che troneggia nel salone nobile della villa: “La finta malata”. E' un affresco murale posto nella parte centrale del muro sulla destra posta a Sud dell'edificio ed è un’opera di grande valore ed importanza recentemente restaurata.
Per lungo tempo non attribuita, raffigura una malata (o finta malata come dice il titolo) seduta su di una comoda sedia ed assistita da un giovane medico mentre a poca distanza si vede il marito.
Questo curioso soggetto, atipico rispetto alle raffigurazioni dell'epoca, ha mosso la curiosità e le supposizioni sul significato reale o intrinseco della sua commessa. Sembra infatti che a commissionarlo sia stato il proprietario della villa che, in maniera quasi burlesca, abbia voluto mettere in guardia o inviare un segnale alla moglie prendendo spunto da una commedia di Goldoni dal titolo appunto “La finta malata”, che fu una delle opere più belle e rappresentate dell’artista veneziano. E lo stesso Favretto, tra i pittori veneziani di gran lunga uno dei maggiori esponenti in Laguna del “Verismo”, realizzerà proprio qui ad Isola Rizza, forse una delle sue opere di maggior prestigio. La bibliografia di Giacomo Favretto è piuttosto scarsa e, se da un lato è sufficiente ad inquadrare l’artista e la funzione della sua opera, dall’altro è scarna ed imprecisa su quanto riguarda la vita. Figlio di Domenico Favretto, modesto falegname, e di Angela Brunello, il pittore nacque a Venezia l’11 agosto 1849. I primi insegnamenti gli furono impartiti dal conte Antonio de’ Zanetti, e dallo zio il pittore Gerolamo Astolfoni.
Poi Favretto iniziò a lavorare in una bottega di cartolaio dove si divertiva a dipingere. I suoi disegni vennero notati un giorno da un antiquario, un certo Vincenzo Favenza, che riuscì a convincere il padre a dare un'educazione artistica al figlio. Entrò così nel 1864 all’Accademia di Belle Arti dove rimase fino alla fine degli studi nel 1870. Cominciò ad essere conosciuto come valido pittore non solo a Venezia ma anche fuori dalla laguna e fu grazie al capolavoro, “La finta malata”, che grazie a Favretto si aprì a Venezia il periodo del “Verismo”. Le sue opere erano richiestissime e nel 1884 inviò all’Esposizione di Torino cinque quadri, che ottennero un buon successo di critica e pubblico. La sua breve carriera si interruppe nel 1887 a trentotto anni a causa della febbre tifoide.
 

LA NECROPOLI DI CASALANDRI E IL TESORETTO

images3Abitata fin da epoche preistoriche, questa terra, nonostante i vari sconvolgimenti che dovette subire per le inondazioni dei fiumi che la solcano, ha restituito testimonianze di quelle lontane civiltà: qualche decennio fa, ad esempio, a Pieve, nel corso dei lavori d'affossamento per l'impianto di un pioppeto, a circa sessanta centimetri di profondità, apparve un'urna fittile eccezionalmente integra risalente al periodo di transizione tra l'età del Bronzo e l'età del Ferro, oggi conservata presso il Museo di Storia Naturale di Verona. Presso il Museo Archeologico di Verona è invece conservato l'attacco di un'ansa riferibile ad un vaso di bronzo realizzato con testa di bovide con anello soprastante rinvenuto ad Isola Rizza nel 1889 di tipo etrusco databile al VI secolo a.C.
Nel gennaio del 1982 in località Casalandri, vennero alla luce alcune tombe a seguito di lavori edilizi. La necropoli è stata poi oggetto di tre campagne di scavo, dal 1982 al 1984, per opera della Soprintendenza alle Antichità delle Venezie e sotto la direzione di Luciano Salzani. Complessivamente sono state portate alla luce 211 sepolture. La massima parte è in semplice fossa, alcune però sono di tipo a cassetta di tegoloni. L'area centrale della necropoli è tuttavia occupata da un edificio moderno e quindi impossibile da riportare alla luce nella sua totalità. Dagli studi effettuati sul materiale rinvenuto, è stato possibile datare le sepolture tra il II ed il I secolo a.C..
Annota Salzani: "II rito funebre è misto, con una prevalenza del numero degli incinerati rispetto a quello degli inumati. Le ossa bruciate delle tombe a cremazione non sono deposte all'interno di un'urna, ma sono ammucchiate in un angolo della tomba. E' anche possibile che fossero contenute all'interno di un recipiente di legno o di cuoio che non ha lasciato tracce. Assieme alle ossa si trovano una o più monete e le fibule. Il resto del corredo è costituito da piccoli vasetti, ollette e da ciotole contenenti ossa d'animali. Le armi sono rappresentate da spade, coltellacci, punte di lancia e umboni di scudo. Le tombe ad inumazione non presentano un'orientazione ben definita. In queste tombe il corredo si trova di regola presso la testa del defunto".
Anche per l'Alto Medioevo il territorio è stato prodigo di ritrovamenti. Di qui viene, infatti, il cosiddetto "Tesoretto di Isola Rizza", custodito ora al Museo di Castelvecchio. Fu appunto nell'inverno del 1873 che un contadino, mentre scavava in un campo, rinvenne, sotto una pietra, un tesoro: diversi oggetti d'oro e di argento che furono subito acquistati dal Museo di Verona dove adesso sono custoditi. Tra di essi merita una speciale attenzione un piatto d'argento con un grande medaglione centrale a sbalzo sul quale è rappresentato un cavaliere che infilza con la sua lancia un guerriero. Tutti i pezzi ritrovati possono essere datati fra la fine del VI secolo e i primi decenni del VII e devono essere stati nascosti durante i tempi di pericolo, probabilmente determinato da guerre o incursioni. Evidentemente i proprietari del tesoro, senza dubbio longobardi, non poterono più riprendersi, passato il pericolo, i loro oggetti preziosi: forse perché trucidati o forse perché allontanati dalle loro dimore. La straordinarietà di questo tesoro sta nella sua misteriosa sorte: ricevuto in dono, nascosto, ritrovato, dimenticato e tornato agli antichi spendori.
 

 IL BANDITO NINETA, MITO O REALTA’

banditoI briganti che imperversavano nei territori della Bassa Veronese, erano conosciuti soprattutto attraverso i loro soprannomi: Chioca, Casaleto, Bemech, Terigio, Marzarol, Bellin, Pitarolo, Ceppa, Macchion, Nineta, Manina, Verza, Pantoz e Moro, Cantel, Morse1, Balosson, Gon, Scavezzato, Barugio, Biso, Castald. Chi era scoperto o colto in flagrante e catturato, a volte veniva giustiziato sul posto, altre volte nel luogo di provenienza, come monito per gli altri briganti dei dintorni.
Proprio in quegli anni venne coniato un detto popolare giunto fino a noi che diceva: - Te gh’in fè pì de Nineta oppure Te gh’in fè pì de Stella – ed in effetti, da studi e ricerche effettuati sul territorio, Nineta e Stella esistettero davvero, il primo nativo della provincia di Vicenza, il secondo di quella di Verona. Quindi Nineta non fu il frutto della fantasia popolare o il simbolo idealizzato del brigante buono, ma la figura di un lavoratore di giorno e di un brigante nel restante tempo, che di professione faceva il facchino e che abitava a Isola Porcarizza, l’attuale Isola Rizza. Di questo si ha notizia grazie a vari documenti tra i quali uno datato 1822 e conservato presso l’archivio comunale di Villa Bartolomea, che riporta l’ordine di arresto per Francesco Nesi detto Nineta nativo, probabilmente, di Malavicina, l’attuale Bonavicina.
Il Nesi in quella circolare, è accusato di complicità per alcune aggressioni commesse in provincia commesse assieme ad altri malfattori e si afferma che il suo comportamento truffaldino mina la sicurezza pubblica. Sempre nella circolare redatta dalla Regia Delegazione di Legnago si richiede il fermo di un “così cattivo e pericoloso soggetto” e se ne descrivono i connotati.Anche sui pantaloni la descrizione era dettagliata, ma quello che colpisce di più è che Nineta portava due orecchini. Nineta era sposato con Francesca Venturini, una donna di 23 anni di statura normale con gli occhi castani ed i capelli neri.
Era quindi un giovane che amava farsi notare e di certo divenne presto un simbolo per chi combatteva i soprusi, le angherie ma anche per chi cercava di sopravvivere ogni giorno. Non sappiamo come morì, di certo era una delle persone più ricercate del territorio e forse qualcuno, dopo molto tempo passato alla macchia, lo denunciò all’autorità giudiziaria austriaca; o forse, più semplicemente, morì di vecchiaia, almeno così sperano i cuori romantici. L’unica cosa certa e che venne catturato e condotto nelle carceri di Padova e da lì di Nineta si persero le tracce.
 

EL GANGAJON PER REGOLARE LE ACQUE DEL BUSSE'

001 087 ridottaIl Consorzio di Bonifica Veronese ha recentemente provveduto al completo recupero di un manufatto posto ai confini tra il comune di Isola Rizza e quello di Ronco all'Adige di grande importanza sia economica che di controllo del territorio, già nelle epoche passate. E' un complesso di grande valore architettonico ed idraulico posto in località Gangajon costruito nel XVII secolo per la regolamentazione delle acque del fiume Bussè. Era un fabbricato inserito perfettamente nel contesto territoriale dove era stato ideato ed il complesso idraulico del Gangajon risultò da subito una struttura che, controllando il deflusso delle acque, garantiva una visione completa e totale delle estese proprietà coltivate della zona e permetteva anche il controllo del territorio circostante in un luogo strategico per dare o per togliere acqua alle tante attività economiche che vivevano grazie allo scorrere del fiume. Costruito nel XVII secolo, il manufatto fu completamente rifatto nel 1850 come riportato nella lapide incastonata nel prospetto frontale. E’ quindi un manufatto legato al fiume Bussè, l’importante corso d’acqua che lambisce alcuni paesi del Basso Veronese come Roverchiara, Angiari e soprattutto Legnago. Nella seconda metà del Settecento il progressivo innalzamento del letto dell’Adige aveva reso sempre più difficile il deflusso delle acque nel Bussè e i terreni, più bassi si erano man mano impaludati.
Per risolvere questo problema, venne dato l’incarico al Lorgna che pensò di far defluire le sue acque nel fiume Tartaro eliminando il condotto Ronco-Tomba, pur utilizzandone alcuni tratti nel disegnare il nuovo alveo del fiume. Venne così costruito il Nuovo Bussé, tracciando un percorso rettilineo che da Roverchiara portava fino a Ponte Fior di Rosa, a Legnago, dove si immetteva nel Naviglio Bussè.
Il recente intervento di ripristino del Gangaion proprio alla confluenza dei comuni di Isola Rizza e Ronco all'Adige, ha interessato sia il letto del fiume Bussè e quindi tutte le componenti idrauliche che regolano il corso d’acqua, sia la torre settecentesca dell’edificio adiacente. Le opere idrauliche si sono concentrate sulla realizzazione di un canale con baypass per lo scarico dell’acqua che è andato ad integrare un manufatto regolatore a tre bocche, facilitando così il deflusso delle acque, delle erbe e dei vari materiali trasportati. Questo manufatto assicura l’attività idraulica per l’intero corso dell’anno soddisfacendo anche le attività agricole ed economiche ad esso annesse; si tratta di paratoie e regolatori idraulici che governano le quantità d’acqua all’interno del fiume a seconda della stagione, della portata delle piogge favorendo la fauna ittica e la vegetazione delle campagne.
 

PERSONAGGI ILLUSTRI:

-          Catterino Rizzi – uno dei sedici partecipanti veronesi alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi.

-          Emidio Bedendo – ciclista più volte vincitore di corse e uno dei migliori rappresentanti dello sport dilettantistico italiano

-          Stefano Scandola – sportivo di arti marziali, vincitore di numerose medaglie oro e argento a livello nazionale e mondiale.

-          Claudio Zuliani – commentatore sportivo di Rai Italia.

-          Il bandito Nineta – Francesco Nesi detto Nineta nato verso la fine del 1700 e legato al fenomeno del brigantaggio del 1800