Ville, palazzi, corti

VILLA SPOLVERINI

minerbe 13Questa bella ed antica dimora dei marchesi Spolverini, a pianta quadrata e con il tetto piramidale, si trova lungo la via principale del paese proprio all’incrocio delle vie che conducono a Legnago, Cologna Veneta ed Albaredo D’Adige.minerbe 18

La villa rientrava all’interno di un’estesa dotazione fondiaria che la famiglia Spolverini poteva vantare sul territorio verso la metà del 1600 e che consisteva, nel 1653, in ben 1.250 campi dei quali 750 arativi con vigne e morari e 500 vallivi con 5 case da lavorente e 13 casotti. Una proprietà di indiscusso valore, che continuò ad esser molto estesa anche nel secolo successivo tanto che, nel 1745, Ottaviano Spolverini vantava a Minerbe ben 1.090 campi. La villa, risalente al XIV secolo almeno nel suo nucleo primitivo, è suddivisa su tre piani e presenta a pian terreno e al piano nobile, ampie finestre bordate da marmo bianco mentre, il rimanente della costruzione, è in cotto senza intonaco. Bello il portale d’ingresso a bugnato e il balcone impreziosito da balaustre in tufo. L’interno è tipico delle dimore venete con un grande salone centrale che divide in due la villa e grandi affreschi alle pareti. Sono disegni realizzati con molta probabilità nel settecento ed in uno sembra di vedere il grande palazzo immerso in un bosco mentre le altre grandi raffigurazioni riprendono paesaggi montani. Di certo più antichi sono i bei soffitti lignei dipinti con fiori, gigli ed altri elementi geometrici di grande interesse e di sicuro valore. Un’ampia scala con ringhiera in ferro battuto riccamente lavorata, conduce ai piani superiori che vedono, anche in questo caso, il grande salone centrale dividere a metà la villa. Anche qui le stanze sono dipinte e anche in questo caso tra le cose più belle ed artisticamente di rilievo è il soffitto a cassettoni del salone centrale. Qui trovano spazio un busto e un ritratto di un nobile Spolverini mentre in una stanza è presente un artistico camino. Interessante è poi la stanza delle arti dove degli ovali dipinti richiamano l’agricoltura, le scienze ed i simboli dell’Unità d’Italia segno evidente del periodo in cui questi vennero dipinti. La scala prosegue fino all’ultimo piano utilizzato come granaio. Un’alta recinzione in muratura, ancora oggi nasconde e protegge la villa così come un tempo proteggeva e difendeva non solo la casa padronale ma anche le tante costruzioni rustiche ad essa annesse.

PALAZZO BIGHINATUS

palazzo bighinatusSi trova lungo la via principale e rappresenta uno degli edifici più caratteristici ma allo stesso tempo più enigmatici di Minerbe. Da questo palazzo padronale, che si estende lungo la via del paese, spicca un maestoso portale a doppie lesene con capitello ionico su cui si erge il timpano interrotto, nel suo vertice, da una grande statua. Fu eretto nel 1705 e aveva lo scopo di stupire e allo stesso tempo intimorire l’ospite. L'entrata principale divide simmetricamente il fabbricato; sopra il cancello di ferro, una decorazione lignea fa bella mostra di sé. Sul suo frontespizio è incisa un’espressione latina che sembra riassumere il programma secolare e tutt’ora attuale “in solius Deu Honorem et loci decus ann. dni MDCCV» («in onore all’unico Dio e al decoro del paese»). A realizzare la villa Gasparo Bighignato, uno degli uomini illustri che ebbero i natali proprio a Minerbe. Appassionato di pittura, si diede alle scienze matematiche divenendo ingegnere e perito straordinario per il Magistrato veneto dei Beni inculti. Si appassionò anche ad altre ricerche come cartografo ma soprattutto approfondì lo studio architettonico di ville e palazzi e la stesura di un erbario e fu proprio durante questo periodo che pensò di realizzare palazzo Bighignatus . Il complesso è molto particolare e unico nel suo genere. Infatti si estende in lunghezza ma oltre alla facciata e agli edifici che guardano verso la via principale del paese non vi è nulla. Nessun giardino all’interno, nessuna grande nobile dimora, nessun imponente edificio oltre al trionfale arco d’ingresso. Otto alti pinnacoli della forma di obelischi si innalzano al di sopra del complesso, mentre porte e finestre sono contornate da modanature e balaustrate in tufo. L’ultimo piano è adibito a granaio e piccole finestre rettangolari forniscono luce agli spazi interni. Difficile sapere come il palazzo fosse disposto all’interno in origine. Oggi buona parte dello stesso è stata trasformata e molti esercizi pubblici si trovano a pianterreno mentre varie abitazioni private trovano dislocazione al piano superiore.

VILLA ANGIARIPICT0127 rid

Questa elegante villa, situata lungo la via principale di Minerbe, ospita oggi la sede municipale. Poche e scarne sono le notizie storiche in nostro possesso. La facciata ha sembianze settecentesche, forse è proprio questo il periodo della sua costruzione, impreziosita da un bel timpano centrale e con il portale d’ingresso in bugnato sopra il quale spicca un bel balcone con colonne in tufo. Ai lati due artistici camini danno slancio e bellezza all’intero complesso che vede, su lato destro, la presenza di una cappella annessa alla villa. Gli unici dati certi sono che la villa con il parco e il terreno retrostante vennero ceduti al comune di Minerbe da Giovanni Angelo Babini il 25 giugno del 1969 e che la dimora con il parco antistante furono destinati a sede municipale nell’ottobre del 1974. L’interno è elegante e funzionale al tempo stesso con qualche sala affrescata al piano superiore con disegni e figure geometriche e floreali. Belli, inoltre, alcuni portali in tufo situati all’interno e alcuni soffitti a cassettoni presenti in alcune stanze. Un tempo nell’ampio parco antistante la villa si trovava una grande ghiacciaia, che garantiva il ghiaccio a buona parte del paese, oggi, purtroppo, andata distrutta. Sul lato destro si trova la cappella privata della villa. È, probabilmente, di origine ottocentesca e, pur essendo un piccolo luogo di culto, ha al suo interno varie decorazioni murali e un bell’altare in marmo con un dipinto raffigurante la Madonna con un’aureola di stelle, il Bambino e due santi. Bello, pure, un soffitto dipinto in azzurro e oro riquadrato al centro da una pittura che rappresenta due angeli

 VILLA BERNINI-WEILL WEISS

001 205 ridVilla Bernini è un complesso cinquecentesco con elegante palazzo padronale e ampie barchesse annesse a testimonianza dell’imponenza e della grandiosità di questo possedimento. Analizzata nel suo insieme, la proprietà costituisce un tipico esempio della grande corte contadina con, accanto all’abitazione del signore, le dimore dei tanti contadini alle dipendenze e la barchessa ingentilita da colonne doriche posta a fianco dell’estesa aia. Per accedere alla corte, un grande cancello costruito nei pressi della villa che permetteva l’ingresso sia delle persone che dei carri carichi di materiali e prodotti. Un diverso modo per raggiungere villa Bernini era l’acqua. Infatti, tramite un fiume oggi per buona parte coperto, si poteva arrivare direttamente davanti all’aia con i prodotti agricoli appena raccolti. Per molti abitanti di Minerbe questa corte ha rappresentato, per le sue dimensioni, “La Corte” e cioè quel complesso edilizio guardato con soggezione e rispetto dalla gente a cui faceva capo “el paron” e cioè il signorotto. Un agglomerato ben disposto con l’estesa proprietà coltivata a garantirne l’attività economica, la villa padronale, l’aia antistante, le barchesse, i numerosi rustici funzionali alle attività agricole e un parco Ancora oggi il palazzo conserva le caratteristiche architettoniche di un tempo con i portali abbelliti da visi o mascheroni nella parte superiore e dalle ampie finestre. Per dare l’idea di come il progettista avesse studiato la realizzazione di un palazzo funzionale, rispetto ad altre dimore villa Bernini, Weill-Weiss nella facciata non ha il portale superiore che in altre dimore garantisce luce al salone superiore, ma solo i due portali d’ingresso, sia nella parte anteriore che in quella posteriore. Due alti camini, disposti ai lati della facciata, danno ulteriore slancio alla casa padronale che vede rilegate in piccole finestrelle disposte appena sotto il tetto le aperture che danno luce al granaio. All’interno ampie stanze conferiscono degna importanza agli ambienti. Al salone principale, posto a piano terra, si accede attraverso una bussola lignea ottocentesca, ancora ben conservata; porte ad arco coronate da visi in pietra conducono negli ambienti laterali, mentre un soffitto a vele ingentilisce armoniosamente l’intero spazio. Sul lato opposto del portale d’ingresso principale si trova un’ulteriore apertura che conduce in quello che doveva essere in origine il giardino privato della villa, visto la presenza di alcune specie botaniche. Infatti il prospetto a nord è caratterizzato, al piano nobile, dallo stesso ritmo di aperture di quello principale, come pure il piano terra con portale voltato e sormontato sempre da un mascherone in pietra. Durante recenti interventi di sistemazione, sono venuti alla luce pure alcuni affreschi mentre, in alcune stanze, dei disegni geometrici, poco sotto il soffitto, contribuiscono a fornire ulteriore eleganza alla dimora L’imponente aia, arricchita dagli eleganti volti e colonne degli annessi, costituisce ancor oggi parte integrante ed attiva dell’attività agricola dell’azienda. 

VILLA NICHESOLA001 011 rid

Percorrendo via Roma in direzione S.Stefano, all'incrocio con via Cavour, è ubicata l'elegante villa patrizia Pignolati, successivamente Nichesola di Salorno, risalente al 1700, con alcune parti datate al ‘400. La villa ha le caratteristiche della casa padronale tipica del luogo e ne ha conservato intatta la struttura sino ad oggi. Del grande "Brolo", cinto da mura, è rimasto solamente un piccolo parco che comunque denota la dignità del Palazzo. Entrando dall'ampio portone e seguendo un breve vialetto, si giunge davanti al portale di ingresso caratterizzato da archi balaustrati e sormontato da un balconcino pure balaustrato. Sopra di esso, spicca nitido il blasone della famiglia dei Nichesola, il cui stemma è anche riportato, in tufo e in cotto, nel portale di ingresso. Intatti sono, anche, i soffitti in legno, con travature a vista e una scala originaria in pietra che permette di raggiungere il sottotetto.

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VILLA BURZIO-FRATTINI

La villa, situata lungo via Roma in centro a Minerbe, rappresenta una costruzione di rilievo nel tessuto urbano del paese e, per proporzioni e linee architettoniche, è riconducibile al XIV secolo; in origine di proprietà dei nobili Burzio, è caratterizzata da cuspidi e pinnacoli sul cornicione del tetto mentre un elegante attico, a volute e finestre, un artistico timpano contribuisce ad aumentare slancio all’edificio. A documentarne lavori di ampliamento, è impressa un’epigrafe datata 1727 e voluta da Aurelio Bertolini. Oggi villa Burzio perviene nelle forme dell’immobile edificato e modificato nel Settecento e, considerando l’insieme della recinzione del brolo e le decorazioni sui muri a fianco dei cancelli che presentano alcune caratteristiche comuni, esso con molta probabilità doveva pure comprendere la porzione abitata dai conti Stopazzola. La planimetria dell’intero complesso edilizio presenta l’andamento a forma di “L” lungo il quale venivano distribuite le varie funzioni dell’abitazione patronale e degli annessi rustici. Il fronte principale, rispondente alla casa di abitazione di campagna, è suddiviso su tre livelli e la facciata è caratterizzata dal motivo centrale costituito dal portoncino con sovrastante finestra con finto balcone concluso in alto da un timpano con tre pinnacoli ripresi pure ai lati della villa. Il fabbricato, abbellito da pinnacoli e cuspidi, porta lo stemma di famiglia mentre l’iscrizione fatta apporre da Aurelio Bartolini a ricordo dell’ampliamento da lui voluto dice: «con l’aiuto di Dio Massimo Aurelio Bartolino, figlio di Orazio [costruì], Biagio Aurelio migliorò il decoro 1727». Lateralmente alla facciata principale si apre il portone d’accesso alla corte, archivoltato e contornato da bugnato. La struttura interna della casa è tipica dell’insediamento veneto di campagna anche se oggi le ampie sale interne non presentano ormai più nulla di rilevante per quanto concerne gli apparati decorativi.

 VILLA STOPAZZOLA

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Il complesso edilizio di villa Stopazzola è situato lungo il confine che da Minerbe porta a Boschi Sant’Anna. La conferma di una sua antica origine è data da documenti che attestano come già nel Quattrocento in questo luogo vi fosse un’importante abitazione e che proprio in quegli anni si provvide ad erigere un oratorio dedicato a Santa Maria. L’oratorio è situato sul confine del muro di brolo del complesso al cui interno, oltre alla dimora principale, si colloca anche un interessante edificio padronale, forse di antica origine. La chiesa conserva al suo interno un affresco, rappresentante la Santissima Trinità, con la data del 1441, riportata su di un lato, a conferma della sua origine. Quasi sicuramente la struttura originaria di villa Stopazzola aveva una imponente torre colombara trasformata, nel 1913, dal conte Francesco Somaglia di Stoppazzola. Questi, «per successione paterna proprietario di queste antiche avite feudali dimore», provvide a una consistente opera di restauro, lasciando però inalterato il prospetto posteriore dell’edificio.      La villa ha oggi perso le caratteristiche di un tempo ma gli elementi lasciati inalterati ne fanno comprendere la sua originaria eleganza: sono ancora oggi facilmente identificabili come originari i due portali d’entrata sul lato est e sul lato ovest, entrambi coronati dagli stemmi della famiglia Stopazzola; quello del fronte principale fu voluto dal conte Francesco a memoria del restauro novecentesco, mentre quello posto sul retro della villa è l’originario. La villa, a due piani, vede la trasformazione della torre colombara come parte integrante del nuovo aspetto liberty conferito al complesso. Artistico e di valore il camino impreziosito dal grande cappello. Addossati alla villa altri rustici, pertinenze della stessa e il bell’oratorio intitolato a Santa Maria dove risulta collocato il sepolcro di un antico avo della famiglia Somaglia di Stopazzola, il conte Bono Somaglia Stopazzola. Sempre appartenente a quell’epoca, in chiesa vi era pure un antico crocefisso. Dei documenti presenti in un archivio privato, uno evidenzia come, nel luglio del 1841, sia stato eseguito un restauro della chiesetta mentre un ulteriore intervento porta la data recente del 1987.

VILLA GUARIENTI E CORTE "PRINCIPE ALLIATA"

corte alliata ridNella frazione di San Zenone, nel comune di Minerbe, si trova questa villa prossima alla piazza del paese ma nascosta da un poderoso muro di cinta e da alcune alte piante situate a lato della strada. La sua origine è remota e potrebbe rientrare tra i beni acquisiti nel 1407 dalla famiglia Guarienti dalla Camera di Verona. Infatti il 5 novembre di quell’anno Zonta Guarienti e suo nipote Guglielmo conclusero, per la somma di 4.000 ducati, «l’acquisto de beni di S. Zenon di Minerbe dalla Camera di Verona, nodaro Giacomo dalla Riva». Non ci sono notizie certe sulla situazione di questa proprietà nei decenni successivi avendo Guariente di Girolamo Guarienti e Michele di Francesco Guarienti acquistato, accanto a questi beni, sempre nel comune di Minerbe, altri beni e tutti di una certa rilevanza. Ricerche e studi attestano che proprio in questa proprietà, nella seconda metà del XVIII secolo, si coltivava la canapa mentre, agli inizi del secolo successivo, di un certo valore era la coltivazione dell’uva. È certo che la proprietà venne rivalutata varie volte e fu centro di una fiorente attività economica legata all’agricoltura. A riprova di tutto ciò, vi sono alcune lapidi che attestano quanto affermato. Una di queste degli inizi dell’Ottocento, che ricorda l’erezione di una cappella in onore della Madonna, riporta «in onore della Madonna Addolorata i fratelli Guarienti fecero costruire questa cappella per farne un’offerta con animo riconoscente al fratello Bartolomeo, Canonico veronese, onore della famiglia» mentre un’altra, del 1816, attesta la costruzione di una grande aia per l’essiccazione dei prodotti agricoli: «i fratelli Guarienti costruirono un magazzino per le messi da essiccare al sole e l’aia per stendere il grano, ai suoi lati». Accanto all’aia venne eretto pure un capace granaio per l’immagazzinamento di questi prodotti e, nel contempo, fu ampliato ed abbellito il palazzo. Un ulteriore intervento porta la data del 1930 ad opera di Isabella Guarienti e Giulio Verzobio che adibirono la villa a luogo di villeggiatura campestre. Rendeva bello ed elegante il palazzo un giardino in fondo al quale vi erano la cappella (oggi scomparsa) e una grotta contenente la statua di San Gerolamo. Attualmente la villa si presenta sobria e austera con un portale d’ingresso sormontato da un architrave e da quattro finestre impreziosite lateralmente da colonne poste al piano superiore. Due sole le finestre a pianterreno mentre un particolare foro è visibile a fianco del portone d’ingresso. La facciata denota alcuni interventi che ne hanno modificato in parte la disposizione che risulta asimmetrica rispetto al portale d’accesso. Con molta probabilità vi era presente una meridiana mentre un artistico camino svetta sulla parte destra. Annessi alla villa sono ancora ben visibili altri edifici e le barchesse ampie e funzionali.

VILLA VISCONTI

In località Santo Stefano si trova Villa Visconti, edificio che risale al XVII secolo e che sulla porta d’entrata è ancora visibile lo stemma nobiliare dei Visconti.

VILLA FERRIPICT0091 rid

Situata nel centro abitato, in via Verdi, villa Ferri costituisce un complesso settecentesco, un tempo con annesso possedimento agricolo, oggi assorbito dal nucleo urbano del paese. L’edificio è quindi il bell’esempio di quello che in antichità costituiva l’estesa proprietà un tempo dei conti Ferri di Padova a memoria dei quali ancora oggi fa bella mostra di sé lo stemma di famiglia situato sulla facciata. Sopra la volta di ingresso, ad adornare la villa, un finto balconcino sopra il quale è visibile una delle cinque finestre che danno luce al granaio. A dare slancio all’intera struttura edilizia, un timpano centrale sopra il quale sono situati tre pinnacoli a forma di fiamma. La casa padronale è suddivisa su tre piani e, nelle estremità, sono ben visibili due camini. Tutte le finestre sono contornate in marmo per dare bellezza e geometria alla villa. Il palazzo rappresenta la tipica nobile dimora di campagna con l’interno a pianta veneta con salone centrale a pianterreno e analogo salone al primo piano dai quali si dipartono le varie stanze. Queste, all’interno, hanno poco o nulla di rilevante; infatti i vecchi pavimenti in cotto sono stati rifatti ed altri interventi hanno apportato ulteriori modifiche. L’atrio delle scale conservava anche una Madonna con Bambino ed angioletti in marmo. La villa, di proprietà dei conti Ferri, fu ceduta agli Albertini agli inizi del secolo scorso.

VILLA BERNINI - CAVAZZOCCA (LA COLOMBARA)PICT0129 rid

E' un imponente complesso di edifici di stile cinquecentesco. Visto nel suo insieme, costituisce un bell'esempio di corte contadina con le abitazioni dei dipendenti, l'ampia barchessa con colonne doriche e la grande aia in mattoni, oggi, purtroppo fatiscente. L'edificio residenziale ha linee architettoniche e consueta disposizione dei locali nel tipico stile veneziano con scala a due rami separati che si uniscono in un unico punto al primo pianerottolo. Ai lati dell'edificio spiccano due artistici camini, mentre un portale riccamente lavorato delimita l'accesso principale. L'accesso alla corte per via terra, era possibile grazie ad un grande cancello situato nelle immediate vicinanze della villa. Un altro modo, invece, per raggiungere la corte, era per via fluviale attraverso un corso d'acqua oggi ancora in parte visibile, che, percorrendo buona parte della campagna, permetteva il trasporto per mezzo di barche, dei prodotti agricoli. Al centro del complesso spicca un "Torrazzo" a pianta quadrangolare del tipo "a colombara".

Alla Colombara (poesia di Luciana Gatti da “Cai di acqua di Minerbe”)

"Alla Colombara si snoda il Dugale
sotto la pioggia delle robinie
ed un vortice di ruote …….
Il ponte che si scorge
sovrasta riflessi di cielo
nell’acqua che corre
a cercar la quiete dei campi
e memorie di barche
che portavano riso
alla corte di San Zenone.
Allora lo sciacquio aveva mattini
di guazza e campane,
quando s’indorava di sole nascente"
 

CORTE COMUNIPICT0067 rid

Ai limiti del territorio comunale, in una zona un tempo coperta dalle vaste distese d’acqua delle risaie, sorge Corte Comuni, oggi proprietà Vivaldi: una tipica struttura di corte di campagna, che racchiude al suo interno un piccolo tesoro, un mulino per la lavorazione del riso, completamente restaurato e reso funzionante grazie all’interessamento dei proprietari. Insieme al mulino sono, anche, conservate numerose attrezzature, testimonianze della vita dei campi.

La Pila a Corte Comuni (poesia di Luciana Gatti da “Cai de Acqua a Minerbe”)

"Taglia lo spigolo
del muro possente e corroso
un liquido slargo.
Triangoli d’ombra
sono obliquo sipario
sulla pala di un antico mortaio.
Con lunghe braccia il cao
rinserra le terre a risaia
negli anni ferventi
del mio dopoguerra,
che ora recano l’orma
dell’ampia falcata di Diana.
Con la fiocina vorrei
inchiodare le ore della notte
e con una lanterna andare a frodo,
per far rilucere il pesce
dell’acqua nostra dolce,
in una cesta guizzante di ricordi."
 

CORTE CAMPEGGIO A MINERBE

PICT0121 ridPoco fuori il centro abitato di Minerbe, lungo la campagna che porta verso Cologna Veneta, in contrada Campeggio, si trova questa estesa ed affascinante corte. Antica dimora dei conti Buri, in origine Spolverini, essa si trova in località Anson il cui nome ricorda la grande ansa dell'Adige, che vi scorreva in epoca romana. La struttura di questo bel palazzo, le cui origini risalgono al 1500-1600, è contraddistinta da un’imponente dimora padronale davanti alla quale è disposta una grande aia in mattoni racchiusa e protetta da fabbricati e mura. Fa parte del complesso, anche se rispetto alla corte presenta l' accesso dall' esterno, una chiesetta dedicata a Sant' Antonio da Padova, sulla cui porta d' entrata è posto l'antico stemma del casato Spolverini. Attualmente la corte è di proprietà del conte Bernini e per comprendere come fosse importante dal punto di vista economico questo luogo in passato, una grande una grande mappa settecentesca con i tracciati delle pezze di terra, fa capire la vastità di questa proprietà che fu in precedenza dei marchesi Spolverini rintracciabili fin dal 1329 negli elenchi dei funzionari servizio degli scaligeri accanto ad altre famiglie blasonate minerbesi quali i Buri, i Guarienti, i Serego, i Bevilacqua e gli Stoppazzolo.
Dei possedimenti della famiglia Buri a Minerbe, si hanno notizie già dal 1642 ma forse già prima di tale data la famiglia aveva i propri interessi economici e commerciali su questi paesi. La villa, di origine cinquecentesca, rappresenta un bell’esempio di architettura veneta con alcune delle caratteristiche tipiche di queste dimore di campagna come la meridiana, la campanella, il portale d’ingresso bello e prezioso e le stanze interne funzionali all’attività svolta. Alcune mappe settecentesche, conservate all’interno della villa, ci documentano come già a quell’epoca fosse estesa la proprietà affascinante per imponenza e grandiosità dell’intero complesso.
Tra gli avi degli originari proprietari della villa, una particolare menzione merita Gianbattista Spolverini, chiamato nel 1745 il cantor delle risaie, scrisse un poemetto didascalico pubblicato nel 1758 intitolato “1a coltivazione del riso” dedicato al cattolico Re Filippo Quinto, dove il canto della cetra s’intreccia con le spighe del nobile e bianco cereale, di cui a Campeggio se ne faceva estesa coltivazione.
Ed in effetti questa grande corte fu proprio il cuore della coltivazione del riso in quest’area. Fino a poche decine d’anni fa, infatti,al suo interno sopra la grande aia si trebbiava e si essiccava il riso. La battitura veniva fatta a mano con bastoni che avevano una parte snodata, detti “zerciari”. Il riso veniva portato con le barche ed era il prodotto principe di quella estensione paludiva di circa mille campi, in cui guizzavano carpe, anguille, e tinche. La coltura del riso trovava vantaggiosa condizione nel fruire dell’acqua proveniente dalla Zerpa a Belfiore.
La corte ha forma quadrangolare e la meridiana, sul frontespizio della casa padronale, scandisce il fluire del tempo. Sul tetto fa bella mostra di se un torrino dove alloggia una vecchia campana. Un alto muro in mattoni a vista, fa da raccordo con gli altri fabbricati costituiti da case per i dipendenti, magazzini, barchesse e rustici. Sul lato sud-est, in discrete condizioni si trova una torretta seicentesca con, a lato, l’arcata del ponticello sul “barcagno” che garantiva l’afflusso delle merci all’interno della corte. L’interno è semplice e funzionale con un grande salone centrale e numerose stanze che si snodano sia sul lato destro che su quello sinistro.
Entrando nella grande corte tutto ci sembra immenso e al centro vi è l’aia contornata da una bassa muretta che corre in parallelo alla più alta mura che delimita la corte. Il cuore dell’azienda erano dunque le ampie barchesse e l’aia fin quasi dove le barche portavano il prodotto principe di un’estensione paludiva che, nel 1700, superava i 1.000 campi e cioè il riso.
Sul lato Est della villa con un ingresso che dallo stradone porta fino ad Anson, si trova un bell’oratorio, dedicato a Sant’Antonio e inserito nel complesso ora, così come la villa, di proprietà del conte Danese Bernini.
L’ingresso ha il portale sormontato dallo stemma della famiglia che decise di erigerlo nel lontano 1567: i nobili Spolverini. Oggi esso a noi perviene sbrecciato dall'opera corrosiva del tempo ma denota, a distanza di secoli, l'importanza e la potenza di questa famiglia.
L’estesa corte è cinta da un’alta mura in mattoni a vista fa da raccordo agli altri fabbricati costituiti da case per i dipendenti, da magazzini, da barchesse e rustici, trovando sul lato sud-est una torretta seicentesca, con a lato l’arcata del ponticello sul “barcagno.
All’ingresso la corte appare immensa con un’aia in cotto di grandi dimensioni, contornata da una bassa muretta, che corre in parallelo alla più alta mura che delimita la corte e che caratterizza la corte. Sul lato est, con l’ingresso dallo stradone che porta fino ad Anson .
A Campeggio erano più di trecento i contadini che prestavano la loro manodopera. La contrada di Anson, frazione di Minerbe, è nata appunto dalla esigenza di abitare vicino al posto di lavoro da parte dei braccianti. Negli anni correnti l’azienda conta poco più di una dozzina
di dipendenti.