Curiosità e personaggi illustri

ISOLA DELLA SCALA E LA CATTURA DI FRANCESO GONZAGA

Francesco Gonzaga Uno di quei fatti che cambiarono il corso della storia, ebbe il suo curioso svolgimento proprio ad Isola della Scala. Parliamo della cattura del marchese Francesco II Gonzaga, narrata con abilità e sagacia da Sandro Bevilacqua nel suo “Piccolo Atlante Provinciale”.
A compiere l’impresa fu un valoroso ed insigne capitano veronese a servizio della Repubblica Veneta. Il suo nome era Girolamo Pompei conosciuto e temuto per il suo ardimento, per la sua freddezza e capacità tattica anche nei momenti più difficili.
Siamo nel 1509 e il marchese Francesco II Gonzaga signore di Mantova conosciuto per aver sposato Isabella d’Este e per essere stato cognato di Lucrezia Borgia, è considerato dai suoi biografi un valente militare abile e veloce tanto da saper infilzare con la propria spada addirittura 12 nemici. Dopo esser stato capitano al soldo della Serenissima nella battaglia di Fornovo del 6 luglio 1495, a seguito di questioni personali, si mise al servizio di papa Giulio II durante la guerra conosciuta come Lega di Cambray (1508).
Il marchese Gonzaga con parte del proprio esercito si trovò a passare nel territorio di Isola della Scala. Pur in zona di guerra e vicino ai soldati avversari guidati dal capitano Girolamo Pompei, pensò di concedersi un po’ di meritato riposo senza avvedersi che il proprio campo, difeso e controllato da 200 soldati, stava per essere circondato dai militari veneziani. Così, all’improvviso, 900 cavalieri agli ordini del Pompei, si lanciarono all’attacco del campo nemico e, dopo aver ucciso i 200 soldati che vigilavano sul riposo del Marchese, si diressero verso la tenda del nobile mantovano per catturarlo.
Francesco Gonzaga tentò di salvarsi nascondendosi in un campo di melica, ma due soldati nemici lo scovarono, lo catturarono e lo consegnarono al loro capitano comandante dell’esercito veneziano. Francesco fu portato via in catene e rimase rinchiuso per un anno nelle carceri veneziane, finché la moglie, Isabella d’Este, abile e geniale stratega, riuscì a farlo liberare tramite papa Giulio II.
La Serenissima, per questa impresa, diede in dono a Girolamo Pompei, come segno tangibile di riconoscenza per la sua fedeltà e la sua abilità militare, il castello di Illasi.
 

ISOLA DELLA SCALA O ISOLA DI SAN MARCO?

confluenza Tartaro e Piganzoconfluenza fiume Tartaro col fiume PiganzoLo Stemma Comunale di Isola della Scala è diviso in due sezioni. Sul lato destro, in campo rosso, spicca una scala con quattro pioli, simbolo del potere esercitato dalla signoria scaligera su queste terre per lungo tempo, mentre sul lato sinistro dello scudo sono presenti tre tife. La tifa, dal latino Typha, in botanica stiancia, è una pianta che cresce nelle pozze d'acqua e diventa vistosa solo quando produce la caratteristica infiorescenza marrone a forma di "salsicciotto" e che, nello stemma comunale, ricorda la zona paludosa su cui è sorta Isola della Scala. Infatti, nei primi documenti risalenti al X secolo, dove compare il nome del paese, il toponimo Isola è sempre accompagnato dall'aggettivo “cenense” che significa luogo paludoso.
La corona del Comune è formata da un cerchio aperto da quattro postierle, di cui tre visibili, con due cordonature a muro sui margini. La cinta è composta di sedici porte, delle quali nove sono visibili, sormontate ciascuna da una merlatura a coda di rondine.
La cosa interessante e curiosa è che il nome di Isola della Scala fu acquisito dal comune solo in un secondo momento. Infatti, durante l'occupazione della Serenissima Repubblica di Venezia, il paese era denominato "Isola di San Marco" dove, nello stemma, le uniche figure presenti erano le tre tife, perché era consuetudine dei Veneziani cancellare i simboli delle precedenti dominazioni.
Questa diversa denominazione del comune è direttamente legata alla storia di Isola che vede le proprie radici legate alla presenza di due importanti corsi d'acqua, il Tartaro e il Piganzo, che nascono dalle sorgive dell'alto Agro Veronese e si uniscono immediatamente a Sud del capoluogo. Proprio alla loro confluenza sorge il mulino conosciuto con il nome “Giarella”, forse il più antico dei tre che un tempo erano usati da questa comunità.
Il corso del Tartaro, su queste terre venne regolato e spostato rispetto a quando dilagava in una vasta depressione provocandone l'impaludamento ed è proprio grazie all'abbondanza di acqua che Isola deve la propria denominazione come terra affiorante in mezzo al bosco e alle paludi.
Ed ecco le tre diverse denominazioni di Isola della Scala. In origine Cenense, cioè fangosa, poi con la specificazione "della Scala" datale dai Signori di Verona nel '300, poi Isola di San Marco come vollero chiamarla i veneziani. Ma tutto questo inutilmente; infatti, agli isolani non piaceva perché non metteva in risalto il loro senso di appartenenza a Verona e vollero tornare a inserire il nome dell'antica e prestigiosa signoria scaligera nel loro nome. Ancor oggi la gente di Isola si riconosce nella cosiddetta Torre Scaligera, fatta erigere da Mastino II della Scala a guardia del Tartaro contro le incursioni mantovane, e nel proprio stemma vi è riportata la scala con quattro pioli, uno dei simboli che distingueva la signoria dei “della Scala” e pertanto riprese il nome di Isola della Scala.
 

I LAVORATORI DELLA RISAIA E NELLA PILA DA RISO

campo di riso ridcampo di riso Nel Basso Veronese viene prodotto uno dei più pregiati risi italiani: il Vialone Nano Veronese, primo ad aver conquistato il marchio Igp dall’Unione Europea. Coltivato su terreni irrigati con acqua di risorgiva, questo riso semifino è assai pregiato e nonostante la forma tondeggiante, è considerato tra i risi medi e non corti. Per promuoverlo e per farne conoscere le caratteristiche e le qualità, è stata costituita una “Strada” omonima che lo tutela e lo valorizza. E’ un itinerario che comprende i comuni di Bovolone, Buttapietra, Casaleone, Cerea, Concamarise, Erbè, Gazzo Veronese, Isola della Scala, Isola Rizza, Mozzecane, Nogara, Nogarole Rocca, Oppeano, Ronco All’Adige, Roverchiara, Salizzole, Sanguinetto, Sorgà, Trevenzuolo, Vigasio, quindi un vasto territorio a vocazione risicola situato nella zona Sud Orientale della Provincia di Verona anche se il luogo principe è senza dubbio Isola della Scala dove si tiene una Fiera ad esso dedicata conosciuta ed invidiata in tutto il mondo.
E a seguito del valore via via acquisito dal riso in questi ultimi decenni sulle tavole italiane e mondiali, alcuni pilatori hanno fatto rivivere l’antica coltura del riso che nel Seicento vedeva nella pratica dello sgusciamento il nodo cruciale di tale lavorazione, ottenuta con pestelli di legno dalle punte metalliche arrotondate, che battevano lentamente i grani di risone in mortai di marmo a più coni.
Tutto questo deriva da una coltivazione del riso che, nel territorio veronese, ha una tradizione antica, conservata e valorizzata dalla passione di alcuni pilatori della nuova generazione che amano profondamente la loro terra. Il riso è una coltivazione che venne introdotta nel Mediterraneo dagli Arabi e che prese piede nel napoletano per impulso degli Aragonesi; passò, quindi, in Toscana e poi, nel XVI secolo, in Lombardia e Veneto. Già nel '600 lo sgusciamento del riso si otteneva con pestelli di legno dalle punte metalliche arrotondate, che battevano lentamente i grani di risone in mortai di marmo a più coni, opera che avveniva grazie alla destrezza del pilatore,
La svolta nella coltivazione del riso, da noi avvenne con la presenza della Serenissima che fece della risicoltura, uno degli aspetti più importanti della vita economica dei nostri avi tanto che esperti veneziani, sfruttarono tutte le risorse idriche del nostro territorio con costruzioni di canali, dighe o sbarramenti mentre le famiglie aristocratiche si lanciarono alla conquista di questo nuovo settore, che assicurava ingenti guadagni senza richiedere costi particolarmente elevati.
risaia ridfoto di una risaia Ma la vera e propria svolta economica fu verso la metà del 1700 quando la Serenissima, di fronte al progressivo aumento della popolazione dopo la crisi provocata dalla peste del 1630 e dalla perdita delle colonie in oriente, fu costretta a prestare più attenzione all’agricoltura, bonificando i terreni paludosi con sensibile vantaggio della produzione e della salute. Fu un costante e continuo aumento di pile da riso e di terreni occupati da risaie. Verso la fine del 1800, ad esempio, se la zona di Bonavicina vedeva un’impennata nella destinazione dei propri terreni in risaie, a Minerbe ben quattro erano le pile attive: Colombaron, Chiode (Pila vecchia), Campeggio (Anson) e Comuni, dove la pila Chiode, di proprietà del Conte Bernini, era la maggiore delle pile esistenti a Minerbe.
Tra il 1700 ed il 1800, il riso aveva una resa assai alta per quei tempi, che si aggirava intorno agli 8-10 quintali per ettaro (oggi raggiunge i 30-35 quintali). Considerata l’alta resa, è comprensibile come, attorno ad esso, si sviluppassero enormi interessi rivolti alla sua coltivazione.
Ed il lavoro sia nella risaia sia nella plia era fondamentale per l’ottenimento di un buon prodotto. Particolare era il campo dove si praticava la risaia. Qui d’inverno si scavavano i fossi e si componevano le aiuole delimitate da “arzerini” che, spezzando il flusso delle acque irrigue, tendevano a facilitarne il movimento. Ai primi di maggio si spargeva il letame e si procedeva ad una prima aratura. Si immettevano quindi le acque e si seminava il risone.
Da metà maggio e per 30-40 giorni, la risaia veniva lasciata a riposo con le sole manovre d’acqua ogni 8 giorni. L'acqua di risorgiva entrava a fiotti nelle ampie distese dove i semi germinavano in immersione, protetti dai rigori notturni della primavera. Gli addetti alla risaia provvedevano a fare due mondature ed una irrigazione. Le spighe così potevano raggiungere una maturazione perfetta a fine settembre e la gente entrava nella risaia e con rapidità, tagliava gli steli, raccoglieva le pannocchie e le sgranava. Il riso grezzo quindi veniva essiccato, poi lavorato.
Ed in merito alla sua lavorazione, specie durante i primi tempi, fu necessario affrontare un problema proprio legato alla sua lavorazione, questione che venne risolta adattando o modificando, i molini ad acqua già esistenti da secoli nel nostro territorio e che servivano per la lavorazione del miglio e dell'orzo, in mulini da riso. Ecco che il mulinaro si trasformò così in lavoratore nel “mulino da riso”, cioè in lavoratore nella pila da riso.
La pila prima del restauro 2La ruota della pila, chimata “Roa o Roda”, veniva mossa dall’acqua e trasferiva il movimento, inizialmente con presa diretta a U lungo l’asse centrale, cioè l’“albaro o fuso”. Lungo questo “albero” erano fissate delle leve a forma di S, i “palatroni”, con il compito di far alzare i pestelli. L’“albaro” e i “palatroni” (albaro dei palatroni) funzionavano un po’ come l’albero a camme in un motore a scoppio. I “palatroni”, grazie al movimento rotatorio dell’ “albaro”, alzavano i pestelli e questi, cadendo con forza nei mortai, “buse”, determinavano il distacco del policarpo, “pula”, dal seme del riso. I pestelli erano costituiti da un’asta di legno, “pilone”, che uniti da assi orizzontali, “banca”, si sostenevano ad una colonna principale.
Il riso prima di essere immerso nelle “buse” era già stato svestito della lolla perché passava attraverso il “bril”. Il “bril” era una macchina costituita da due macine sovrapposte, le “mole”, una fissa e una che, prendendo movimento dall’ “albaro dei palatroni”, girava con velocità.
Le due macine erano opportunamente distanziate fra loro tanto da permettere di contenere nel mezzo i chicchi di riso grezzo, “rison”, senza frantumarli; a volte prima del “bril” era necessario setacciare il riso con il “crivel mondador” per togliere eventuali impurità costituite da sassolini, o subito dopo con il “crivel gianzin” per togliere eventuali semi di giavone, un infestante.
Una volta che la pilatura era terminata, si procedeva all’estrazione del riso bianco, polvere di riso e cascami; quest’operazione veniva indicata come “cavar la bianca”.
Il riso che non risultava lavorato bene veniva sottoposto a una nuova pilatura, il rimanente veniva setacciato a mano e, passando attraverso le maglie dei crivelli da fini a grandi, veniva separata la pula, “crivel semolin”, dai chicchi rotti durante la lavorazione, “crivel frabatin”, e infine, con una terza crivellatura, si separavano i chicchi piccoli “risina”, dal vero riso commerciale.
Il lavoro non era ancora finito perché il chicco doveva essere ripulito da un sottile strato di farinaccio che ancora lo avvolgeva, veniva quindi fatto ruotare in un contenitore e mescolato a semola di frumento, a volte questa macchina era provvista di spazzole setose, “lustrin”.
Anche se diffusa con la Serenissima, la coltivazione del riso ebbe un considerevole salto di qualità tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 quando si iniziò a parlare di qualità grazie ad alcuni imprenditori ma, soprattutto ad un missionario, Padre Calleri che, tornando dalle Filippine, portò con sé 43 tipi di nuove sementi di riso. Grazie a questo missionario e alle prove fatte sul campo dagli agricoltori, si iniziò un lento processo di miglioramento genetico che portò, nel 1937, alla nascita del Vialone Nano. Il nome “nano” gli fu dato perché era un tipo di riso con lo stelo accorciato del Vialone, la varietà la cui pianta aveva il difetto di piegarsi al vento compromettendo poi i raccolti.
Ad Isola della Scala, a ricordare come in passato ma ancora oggi nella coltivazione e nella raccolta del riso era ed è indispensabile un elemento naturale quale l’acqua, è visitabile e tuttora in funzione la Pila Vecia di Passolongo. Fu costruita nel 1650 su autorizzazione della Repubblica di Venezia ed in essa tutti i meccanismi sono in legno e ancora oggi sono mossi da una grande ruota ad acqua. Questo antico stabilimento per la lavorazione del riso, perfettamente funzionante, è diventato una sorta di museo per documentare l'epopea di generazioni di piloti (era questo il nome dei lavoratori addetti alla pilatura del riso). La grande ruota della Pila ha pale enormi ed un diametro di oltre 7 metri ed è azionata dall'acqua della Fossa Zenobia. Sono funzionanti anche le 9 pile ricavate in un monoblocco di marmo rosso di Verona. I relativi pestelli con il loro movimento ritmico liberano il riso grezzo, il rison, dalla pula. Il riso che se ne ricava presenta un aspetto meno accattivante, ma conserva intatte le qualità nutritive e di gusto e ha tempi di cottura maggiori.
Oggi gli antichi processi di lavorazione del riso hanno quasi completamente abbandonato la lavorazione con i vecchi pestelli, sono effettuati con apparecchiature di avanzata tecnologia, ma continuano ad essere nella sostanza molto semplici. Il riso grezzo viene asciugato in impianti ad aria calda e successivamente i granelli, liberati dagli strati esterni, subiscono la sbiancatura, risultato di un semplice processo meccanico di sfregamento. Vengono quindi sottoposti ad una selezione con griglie a lettori ottici capaci di riconoscere e separare, impurità e chicchi difettosi. A questo punto il riso è pronto per essere proposto ai consumatori.
 

PERSONAGGI ILLUSTRI:

Gino Grimaldi, è stato un pittore italiano del Novecento.

Agostino Barbieri, pittore, scultore e scrittore italiano.

Gracco Spaziani, avvocato e scrittore.

Sandro Camasio, giornalista, commediografo e regista

Giulio Bevilacqua, padre spirituale del cardinale Montini.

Nicola Minali, ciclista professionista conta diverse vittorie al Giro d’Italia e al Tour de France.