Curiosità e personaggi illustri

I SEGRETI DI PALAZZO DEL PALAZZO DEL CAPITANIO 

i segretiPalazzo Bianchi ora Feriotto-Scodellari da molti viene anche chiamato Palazzo del Capitanio quale probabile dimora del provveditore o del capitanio, cioè, di colui che doveva reggere le sorti della città. Legnago dal 1405 in poi con l’arrivo della Serenissima Repubblica di Venezia, si vide infatti inviare dalla città lagunare un provveditore o capitanio, che doveva reggere le sorti della cittadina. Un incarico importante che il “rettore” gestiva in campo politico, giudiziario, amministrativo e militare aiutato da un vice rettore che risiedeva a Porto. Questa figura politico- amministrativa continuò la propria attività fino alla fine del 1700 e cioè fino alla caduta della Serenissima. A reggere Legnago furono quasi tutti nobili che appartenevano alle più ricche ed importanti famiglie veneziane come: Soranzo, Bragadin, Giustiniani, Contarini, Diedo, Morosini, Barbarigo, Grimani, Pesaro, Da Mula, Valier, Loredan e altre.
Quindi, per la loro nobile provenienza e per l’intensa attività giuridico-amministrativa svolta, i rettori dovevano avere a disposizione una dimora di rango. Così, se da un lato possiamo ipotizzare che forse palazzo Feriotto-Scodellari fosse stata la Casa del Capitanio, dall’altro è naturale chiedersi perché in una così nobile dimora non sono mai state trovate tracce evidenti di affreschi o dipinti. A dire il vero ancora oggi troviamo alcuni elementi decorativi di pregio come un soffitto a cassettoni ed una cornice interna posta nel sottogronda databili verso la fine del 1400, mentre la mancanza di particolari decorazioni o di abbellimenti interni, può essere dovuta alle numerose presenze succedutesi nei secoli.
Ma la mancanza di affreschi o di altri elementi di rilievo può essere dovuta anche alle rigide modalità di ingresso del capitanio nella città di Legnago in vigore già nel 1400, e dalle ferree regole di vita imposte da Venezia a questi nobili amministratori che si rispecchiavano non solo nella persona, ma anche nella disposizione spartana della loro dimora. Il Rettore nel giorno del suo ingresso ufficiale in città, portava con sé nobili (un numero limitato e non più di 6) e soldati (non più di 300). Una volta giunto a Legnago, si recava nella chiesa di San Martino dove ascoltava la Santa messa al termine della quale riceveva dal primo cittadino il simbolo del potere: un bastone. Terminata la cerimonia religiosa, il Rettore o Capitanio, si trasferiva nel palazzo della comunità (posto nella piazza centrale di Legnago) dove riceveva una copia degli Statuti Legnaghesi. Conclusi i riti ufficiali si recava nella propria abitazione dove viveva senza sprechi né lusso, avere un numero limitato di persone di servizio, tenere un arredamento sobrio nel palazzo, non avere arazzi alle pareti mentre le “spalliere” erano ammesse e concesse solo in due stanze. Le spalliere erano lavorazioni ad intarsio o a tarsia lignea e costituivano decorazioni tipiche dell’epoca che si realizzavano accostando legni o altri materiali. Una moda diffusa già nel Trecento, che raggiunse la massima fioritura nella seconda metà del 1500. La tarsia era impiegata nella decorazione di porte, mobili, cassoni nuziali e per il rivestimento di studi e sacrestie. Nelle altre sale della Casa del Capitanio, la tappezzeria doveva essere semplice, impreziosita solo da un panno verde e con poltrone belle ma limitate di numero.
Ecco forse perché il palazzo, dal 1400 fino alla fine del 1700, non ebbe mai abbellimenti eccessivi ed ecco spiegata la mancanza di affreschi o di altri segni identificativi degni di risalto giunti a noi sulla nobiltà della dimora. Si aggiungano poi i numerosi interventi interni subiti dal palazzo nel corso dei secoli, ed ecco la spiegazione.
Non tutti però sono concordi nel ritenere questo palazzo come la Casa del Capitanio. Infatti un’antica mappa presumibilmente del 1600, raffigura il centro di Legnago visto dalla riva sinistra dell’Adige cioè da Porto e riprende chiaramente il Palazzo del Pubblico Rappresentante (indicato nella legenda) come posto lungo il fiume proprio a ridosso del Torrione e poco lontano dall’acqua con un approdo privato. Questo andrebbe a scontrarsi con l’idea che palazzo Feriotti-Scodellari fosse stata la Casa del Capitanio. Resta il fatto che comunque essa è di gran lunga la più bella e la più elegante dimora dell’intera cittadina del Basso Veronese.
Al Palazzo del Capitanio è poi legata un’altra vicenda ambientata nella seconda metà del 1800. Si dice infatti che fu sede del quartier generale austriaco, che per alcuni giorni abbia ospitato il feldmaresciallo Radetzky e che proprio per questa prestigiosa destinazione, al suo interno conservi un segreto: un tesoro di monete e gioielli occultato in qualche nascondiglio segreto. Una leggenda naturalmente visto che nessuno lo ha mai trovato o ha mai trovato o scoperto nulla di simile, ma che pone l’attenzione sulla presenza austriaca proprio in questo palazzo.
 

LA CINTA MURARIA E LE PORTE 

Planimetria Seicentesca ridPlanimetria Seicentesca di Legnago disegnata da Flavia De PaoliIl Torrione è tutto quello che resta dell'antica Rocca che fungeva da fulcro strategico-militare per il controllo del traffico fluviale e terrestre, in quanto ad essa era pertinente anche l'unico ponte che oltrepassava l'Adige. La Rocca aveva forma quadrangolare con possenti torrioni ai quattro vertici, e due cinte murarie che proteggevano la torre delle munizioni e le abitazioni del castellano e della guarnigione; esterni alla Rocca vi erano i borghi abitativi veri e propri. Nel giardino che oggi circonda il Torrione sono evidenziati i probabili e discussi tracciati delle mura di cinta. Le varie notizie pertinenti alle due rocche di Porto e di Legnago si apprendono dal diario di viaggio in terraferma veneta di Marin Sanudo (1483).
Il "Castrum di Lenniaco" è citato per la prima volta in un documento scritto nel 931 anche se molti sono gli elementi che attestano come Legnago fosse frequentata anche in un periodo precedente. L’intervento più significativo e maggiormente qualificante, fu quello messo in atto verso la fine del 1529 dal Provveditore Generale della Repubblica di Venezia il quale, dopo aver studiato la posizione strategica della città, visitate le opere e i bastioni presenti e sentito il parere di illustri studiosi, decise di ricostruire le mura di Legnago, nonché le varie porte di accesso, con materiali pregiati. Il progetto e l'esecuzione dei lavori fu affidato a Michele Sanmicheli che veniva retribuito con la non indifferente cifra di 80 ducati all'anno.
Il progetto esecutivo procedette abbastanza rapidamente dato che una volta ultimate quelle che oggi chiamiamo le infrastrutture (pontoni nell'Adige per portare pietre e blocchi da Sant’Ambrogio di Valpolicella e dal torrente Illasi), ben 3.000 addetti lavorarono alacremente per completare la difesa per qualche anno sia in destra (Legnago) che in sinistra d'Adige (Porto). Il progetto generale di Michele Sanmicheli, era di una novità pressoché assoluta: una fortezza unica realizzata a forma di stella pur se suddivisa dal corso dell'Adige e a cavallo di questo e difesa da sei bastioni fortificati.
Oggi delle antiche mura sanmicheliane rimangono solo brevi tratti affiorati qua e là dopo vari interventi. La porzione maggiormente visibile è quella che rappresenta le fondamenta dell'antica Porta Mantova, che si apriva nelle mura sanmicheliane. Portata allo scoperto di recente, questa antica porta aggiunge mistero e bellezza a piazza Garibaldi, proprio nel cuore di Legnago. La porta era rivestita in pietra bianca veronese e fu demolita, assieme alle mura, nel 1887. I materiali con cui era stata costruita furono utilizzati per la costruzione delle case dei legnaghesi che vi trovarono un magazzino ben fornito di pietre e di mattoni.
Un altro tratto dell'antica cinta muraria della fortezza è quello adiacente all'area ex Petternella ed è quanto resta della cortina originaria posta tra il bastione centrale di San Giovanni e quello a valle, di San Bernardo. E' questa una delle zone più interessanti della cinta muraria della fortezza di Legnago che in un certo senso richiama al sistema fortificato messo in atto dai piemontesi per difendere la propria città dall'assedio nemico creando delle gallerie sotterranee e utilizzandole come canali esplodenti contro i cannoni avversari; un sistema difensivo conosciuto grazie anche all'impresa eroica di Pietro Micca.
porta mantovaA Legnago Bastione San Bernardo era uno dei sei bastioni difensivi della fortezza trovato ad oggi quasi integro. All'interno di questo spazio si possono ancora vedere le casematte dove si tenevano polvere da sparo e cannoni, in un'area molto estesa di circa 2 mila metri quadrati. E proprio qui è stato trovato un camminamento che segue parallelamente la cinta muraria e che collega i bastioni difensivi. E' una zona di grande interesse che all'interno di un progetto di recupero, potrebbe non solo essere visitabile ma anche attraversabile a piedi utilizzando proprio il collegamento che unisce Porta Stuppa al Bastione San Bernardo.
La cittadella di Torino ha una serie di analogie con quella di Legnago. Innanzitutto il periodo di costruzione; fu nel 1564 che ebbe luogo la posa della prima pietra della Cittadella Piemontese, poi la disposizione. Era a pianta pentagonale (simile a quella di Legnago), era circondata da un ampio fossato asciutto dotato verso l'esterno di una serie di opere difensive che avevano lo scopo di rendere arduo e difficoltoso all'assalitore l'avvicinamento alla Cittadella. L'evento che a noi interessa è però l'assedio di Torino del 1706 durante la guerra di successione di Spagna e il susseguente assedio di Torino da parte dell'esercito franco-ispianico. Tra maggio e settembre 1706, la città venne aggredita da 40.000 soldati francesi ma senza esito. Infatti i piemontesi tra i vari sistemi di difesa crearono una serie di gallerie sotterranee chiamate gallerie di contromina, che raggiunsero una lunghezza complessiva di 14 chilometri. Queste gallerie si trovavano a due livelli, 7 e 14 metri e, accanto ad una galleria principale chiamata “magistrale”, un camminamento lungo e tortuoso che avvolgeva l'intera fortezza, vi erano le altre gallerie più piccole chiamate “capitali” e quelle laterali con i rami di contromina. In fondo una piccola camera bassa chiamata “fornello” dove venivano messi i barilotti con l'esplosivo. In base a precisi calcoli, facevano saltare queste piccole stanze piene di esplosivo, proprio sotto a dove il nemico aveva posizionato i potenti cannoni con un effetto devastante non solo per il cannone sovrastante, ma per tutte le persone che si trovavano attorno ad esso per decine e decine di metri.
Per cercare di eliminare questo sistema semplice ma efficacissimo, la notte tra il 29 ed il 30 di agosto del 1706, una squadra di granatieri francesi riuscì a calarsi nell'avanfosso per entrare nella galleria “capitale” alta (7 metri) della Cittadella per poi scendere in quella inferiore. Fu qui che Pietro Micca, un giovane minatore piemontese di guardia alla scala che univa i due piani, si precipitò a chiudere l'ingresso della galleria “capitale” alta. La miccia era però troppo lunga ed i Francesi stavano ormai entrando. Fu così che egli decise di accorciarla per evitare che la porta venisse abbattuta sacrificando la propria vita ma salvando la città dal nemico. A lui Torino ha dedicato anche un museo che si trova proprio sopra le gallerie ed il luogo dove Micca si sacrificò.
Quel che resta di un lato del bastione detto di San Martino si trova oggi all'interno dell'Istituto Canossiano: vi si accede attraverso la portineria posta in via De Massari e ci permette di comprendere l'esatta dimensione che doveva avere la cinta muraria. Oltre ai cordoli in pietra che abbellivano la facciata esterna, particolarmente interessante è la base di un'altana per il servizio di guardia.
Un’ulteriore minima porzione è visibile grazie ad un recente recupero lungo via Matteotti. Un altro breve tratto di mura si può ammirare nell'attuale via Leopardi: si tratta della porzione compresa tra Porta Ferrara, un tempo posizionata a ridosso dell'attuale incrocio tra via Frattini e via Matteotti, e il fiume Adige. Sono ben visibili i materiali da costruzione impiegati (laterizi, blocchi di pietra e ciottoli) e i punti esatti in cui si inserivano i barbacani.
Una delle tante conseguenze da attribuire alla disastrosa Rotta d'Adige del 1882 fu la demolizione delle secolari mura della fortezza da parte dei legnaghesi. A dire il veroil primo a farlo era stato l'Adige stesso che, con la furia dell'acqua, aveva gettato tra le onde parte dei poderosi bastioni così, quando i comandi militari dovettero decidere se sistemare o meno la cinta muraria, giunsero alla conclusione che, avendo Legnago perduto la sua importanza strategica, non era necessario ripristinare il manufatto difensivo. II primo tratto di mura demolito comprendeva la linea dell'odierna via Matteotti, da piazza Garibaldi a via Frattini quindi, a seguire, il resto.
Se oggi le mura sono quasi completamente scomparse, rimane però “la vendetta del Sanmicheli” che incide con grosse crepe le strade ma soprattutto gli edifici che insistono sul tracciato delle mura che lui stesso aveva progettato.
 

IL SETTIMO LEONE DI LEGNAGO E LE SETTE MERAVIGLIE DEL MONDO 

P9230579Legnago per lungo tempo fu una delle cittadine più importanti per la Serenissima Repubblica di Venezia nel territorio veronese. Era in una posizione strategica e, grazie ai suoi porti, quello di Legnago e quello di Porto, poteva controllare il transito delle merci via acqua di quattro province. Legnago era, in sintesi, una grande fortezza militare all’interno della quale vennero disseminati sette leoni alati in pietra, segno perenne della presenza secolare della Repubblica di Venezia nel Basso Veronese.
I leoni sono raffigurati con il Vangelo di San Marco aperto sotto gli artigli di una zampa all’interno del quale è riportata la frase "Pax tibi Marce evangelista meus". Le zampe anteriori del leone poggiano sulla terra, quelle posteriori sulle onde del mare, a simboleggiare la duplice consistenza della repubblica veneziana, Stato di "terra" e di "mar".
E così come le sette meraviglie del Mondo quali il Colosso di Rodi, il Tempio di Artemide ad Efeso, la piramide di Cheope, il tempio di Giove ad Olimpia, il Faro dell’isola di Faro, i giardini sospesi di Babilonia, la tomba di Mausolo di Alicarnasso, anche Legnago ha le sue sette meraviglie, sei conosciute e la settima scoperta di recente grazie ad alcuni ricercatori.
I leoni alati di Legnago sono oggi collocati: sulla facciata della palestra del Liceo "Cotta", lungo le rampe del ponte che collega Porto a Legnago, nel giardino del museo Fioroni, in via Rosselli e nei giardini di via XX Settembre, angolo viale dei Caduti.
Per lungo tempo del settimo leone si sentì solo parlare ma nessuno sapeva che fine avesse fatto. Troppi scempi Legnago aveva dovuto sopportare dopo la caduta della Serenissima, non ultimo i bombardamenti del Secondo conflitto mondiale. Ma all'inizio degli anni Ottanta, durante i lavori di costruzione del Centro direzionale Bezzecca, furono rinvenuti i resti di ciò che oggi gli studiosi chiamano il settimo leone marciano di Legnago. Si tratta del corpo modellato a tutto tondo, senza più zampe e libro, dell'animale simbolo della Repubblica di Venezia, in origine probabilmente collocato sopra una colonna di una piazza cittadina a imitazione delle famose colonne della Piazzetta di San Marco.
A riprova di quanto detto, alcuni documenti che attestano come agli inizi del 1600 fossero state erette quattro colonne sopra le quali campeggiavano probabilmente anche i leoni. Con l’arrivo dei francesi, in disprezzo della Repubblica di Venezia le colonne furono abbattute e probabilmente uno dei leoni venne irrimediabilmente rovinato. Fu così interrato e abbandonato nella caserma veneziana costruita presso Porta Ferrara per essere recuperato solo di recente.
 

LA LEGGENDA DEL TARTARO 

P9130251La chiusa sul fiume Tartaro in località TorrettaIl luogo denominato Tartaro, nella mitologia classica, indica una località ultraterrena, generalmente rappresentata come una pianura squallida e buia cinta da invalicabili mura e porte di ferro con soglie di bronzo dove stanno i Titani sconfitti da Zeus. Nel Tartaro venivano collocati anche alcuni grandi colpevoli del mito, quali le Danaidi e Sisifo e su di esso poggerebbero le radici della terra, del mare e del cielo. Per la tradizione l’ingresso al Tartaro si trova in un bosco di pioppi bianchi, presso il fiume Oceano. Ciascuna anima che vi si reca è munita di una moneta, che i parenti le hanno posta sotto la lingua. Possono così pagare Caronte, il tristo nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro ad occidente, ed ha come tributari l’Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l’Averno ed il Lete. Le ombre che non hanno moneta devono attendere in eterno sulla riva, a meno che non riescano a sfuggire ad Ermete, la loro guida e custode, introducendosi nel Tartaro da un ingresso secondario, come Tenaro, in Laconia, od Aorno, nella Tesprozia. Un cane con tre teste, chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che osassero introdursi laggiù, oppure le ombre che tentassero di fuggire.
Il Tartaro è una sostanza alchemica dalla quale si ricava la forza per operare nella Maestria. È simboleggiato da un quadrilungo, ovvero da un quadrato allungato. Esso ricorda il Tempio dove si radunano i Fratelli per lavorare, ed è anche il simbolo della Pietra Grezza che ogni Massone deve sgrossare attraverso il suo affinamento spirituale, levigandone la superficie fino a farla diventare Pietra Cubica. 
 

LA NASCITA DI LEGNAGO LEMATHO E IL RE DELLA PATATA 

Lematho e re patataSecondo la leggenda Lematho e il Re della Patata sono i leggendari fondatori di Legnago. Le ipotesi legati all’arrivo di Lematho nelle nostre terre, rimandano alla presenza di profughi greci fuggiti dall’isola di Lemno e approdato dopo varie traversie, proprio in queste terre. Si narra infatti che Lematho, arrivò dalla lontana Grecia dall’Adriatico e discese l’Adige. Quando si fermò nella nostra terra, vide queste campagne assai fertili, l’aria salubre e il luogo ben disposto. Decise così di fermarsi e di chiamare questi luoghi con il nome di Lemniacum cioè Legnago.
Secondo gli storici, invece, il nome Legnago deriverebbe da “legna” o “ligna”, fornita in grande quantità dai boschi fluviali e presente, come tronco d’albero, nell’antico stemma municipale già in uso nel Quattrocento. Altri invece sostengono che il nome della città debba essere ricercato nelle presunte origini romane e precisamente nel “Forum Allieni” citato da Tacito (Storia, libro III) e nel “l’Anejanum” dell’Itinerarium Antonimi del II sec. d.C.
L’ipotesi formulata da Theodor Mommsen, trovò un convinto fautore in don Giuseppe Trecca secondo il quale il nobile romano Allieno Cecina, sostenitore dell’imperatore Vitellio (69 d.C.), avrebbe ottenuto il privilegio di un mercato a lui intitolato, “Forum Allieni”, da cui “Forum Allieniacum”, poi “Alleniacum” e quindi Leuniac, Liniaco, Leniaci/cum, Lignago, Legnago.
L’altro fondatore di Legnago è invece direttamente legato ad un prodotto di cui la nostra terra è fertile: la patata. Il Re della Patata rappresenta infatti il famoso tubero originario del Perù e di altre zone dell’America meridionale. E’ solo leggenda, infatti la patata, pur essendo coltivata in America Meridionale da oltre 2000 anni, sembra sia arrivata in Europa solo nel 1500.
Durante le varie manifestazioni, il Re della Patata è accompagnato da quattro piccoli gnomi che fungono da paggetti.

 

PIER DOMENICO FRATTINI E ANGELO SCARSELLINI

220px Pietro FrattiniNel Lombardo-Veneto, dopo il trattato di Vienna del 1815, la presenza di truppe austriache si faceva sempre più pesante ed opprimente, le libertà risultavano sempre più represse e non ci si poteva fermare neppure in luoghi pubblici o all’aperto.
Il 2 novembre 1850, nella casa del nobile Livio Benintendi, esule in Piemonte, si riunirono una ventina di patrioti. Erano i primi movimenti coordinati per una nuova lotta di liberazione contro l’occupazione austriaca. In breve la rivolta si diffuse in altri paesi e poi in altre province del Lombardo-Veneto. A distanza di un anno o poco più la congiura venne scoperta. Più di cento furono i patrioti processati dal tribunale militare con l’accusa di alto tradimento. Decine le condanne a morte, di cui nove, per ordine del Feldmaresciallo Radetzky, governatore generale del Lombardo-Veneto, vennero eseguite. Nella valletta di Belfiore sul patibolo vi furono pure i legnaghesi Angelo Scarsellini e Pietro Frattini.
Il primo, seppur legnaghese di nascita, visse quasi sempre a Venezia, mentre Pier Domenico Frattini era nato a Vigo di Legnago nel dicembre del 1821 ed era, tra i martiri, uno dei pochi di origine popolana.
Le difficoltà economiche lo portarono a trasferirsi da Vigo a Mantova dove fu assunto come garzone facendo pure il commesso viaggiatore. Fu con molta probabilità in occasione di questi viaggi che conobbe molti patrioti e nel 1848 fu membro attivo della guardia civica di Mantova. Conosciuto Nino Bixio, partecipò ad alcuni atti contro gli austriaci e dopo Custoza risultò tra i ricercati dalla polizia. Fuggì quindi a Modena e si arruolò con i volontari che, assieme a Garibaldi, credevano nella difesa della Repubblica Romana. Prese quindi parte a tutte le battaglie di Roma e, in una di queste, venne colpito ad una gamba rimanendo zoppo per tutta la vita. Fu chiamato “il glorioso zoppo di Legnago” e, dopo la caduta della repubblica romana, con Garibaldi fuggì prima a San Marino e poi a Venezia. Tornò a Mantova grazie ad un’amnistia e si iscrisse al comitato segreto della città. Arrestato nel 1852 a seguito della scoperta del registro degli iscritti al comitato, venne processato nel 1853 e dichiarato reo di alto tradimento con varie aggravanti tanto da essere condannato a morte.
Pietro Frattini fu impiccato il 19 marzo, poche ore prima che fosse notificato un proclama di amnistia a tutti i condannati, edito per il compleanno dell'imperatore da Radetzky.

 

PERSONAGGI ILLUSTRI:

ü  Francesco Brusoni, poeta e umanista

ü  Giovanni Battista Cavalcaselle, critico d'arte italiano

ü  Pier Luigi Cerea, calciatore; ha conquistato il titolo di Campione d'Italia con il Cagliari nella Serie A 1969-1970 disputando anche il Campionato mondiale di calcio 1970

ü  Giovanni Cotta, umanista

ü  Mario Da Pozzo, calciatore, di ruolo portiere; ha detenuto il record d'inviolabilità della porta in campionato

ü  Maria Fioroni, storica, archeologa, ceramologa e filantropa

ü  Aldo Finzi, militare, dirigente sportivo, politico e partigiano italiano

ü  Gian Antonio da Legnago, vissuto nel 1300 fu consigliere di Cansignorio della Scala

ü  Enrico Merlo, maestro di G. Cotta

ü  Luigi Piccinato, architetto e urbanista che influì molto sull'Architettura organica italiana

ü  Antonio Salieri, compositore di musica sacra, classica e lirica nonché direttore d'orchestra italiano

ü  Giacinto Placido Zurla (1823-1834), monaco benedettino camaldolese e cardinale

ü  Pier Domenico Frattini, patriota del risorgimento

ü  Angelo Scarsellini, patriota del risorgimento

ü  Francesco Brandi, attore

ü  Nonna Jolanda, fonditrice

ü  Riccardo Merlini, batterista; ha collaborato con vari musicisti, tra cui Mike Mangini