Curiosità e personaggi illustri

 

NAPOLEONE BUONAPARTE A SAN PIETRO DI MORUBIO

imagesYTC1WQMKIl paese di San Pietro di Morubio è conosciuto per le sue ricche e maestose dimore. Case di nobili famiglie proprietarie di estesi possedimenti in una terra fertile e vasta come quella del Basso Veronese. Una di queste nobili dimore posta poco fuori il centro abitato lungo la strada che porta a Cerea, verso la fine del 1796 vide come ospite il grande Napoleone Bonaparte. La villa ora in via IV Novembre ma un tempo via Murogiolo, è un palazzo secentesco di proprietà dei signori Beltrame-Fornasari ora Mazzoni. In antichità era della famiglia Troiani-Alcenago e ancor oggi conserva la struttura esterna di allora confermata anche da alcuni rilievi cartografici eseguiti dal marchese Gabriele Dionisi verso la metà del '700.
Nel disegno di Francesco Galese del 1589 sono infatti indicati la corte ed i terreni di Alessandro Troiani, posti a sud-est dell' abitato di “San Pietro di Morugiolo”. Il disegno fu eseguito in occasione della supplica che il Troiani, unitamente al vicino Ridolfi, aveva presentato per poterli ridurre a risaia. Qualche decennio dopo Dorotea Troiani, unica erede dei beni di Alessandro, si uni in matrimonio con Camillo Alcenago e cosi tutte le proprietà Troiani di S.Pietro di Morubio entrarono a far parte del patrimonio degli Alcenago di Ferraboi, Si trattava di tre tenute: la Motta, la Bernardina al Minello e la Valle, per complessivi 240 campi: “parte sono vignadi, parte garbi e parte prativi e tutti sono affittati, per d. 600”. Sia Camillo nel 1653 che i suoi figli Alessandro, Ottavio e Giovanni nel 1682 affermavano, nelle rispettive polizze d’estimo, che il fondo “la Valle” era dotato di “casa da patron e da lavorente”. Alla metà del secolo successivo il fondo apparteneva ancora agli Alcenago, come appare dal disegno di Gabriele Dionisi, mentre nel 1813, l' edificio abitativo, declassato a casa da massaro, era già intestato ad Alessandro Beltrame.
L'edificio padronale, che con la corte ed i rustici è racchiuso da una recinzione muraria, è in semplici forme neoclassiche ed è famoso proprio per la lapide che ricorda la sosta di Napoleone Bonaparte in questo luogo il l0 settembre 1796. La Lapide sulla facciata della villa e posta vicino alla porta, in alto a sinistra, è molto particolare e si legge "Il 10 settembre 1796 tra una battaglia e l'altra qui sostò Napoleone Buonaparte".
In effetti proprio in quel periodo Napoleone prendeva il comando dell'Armée d'Italie e dopo aver sconfitto gli austriaci, era entrato a Verona il 3 giugno di quell'anno. Dopo la battaglia di Arcole, le truppe francesi si erano acquartierate negli accampamenti disposti davanti a Mantova, a Porto di Legnago e lungo l’argine dell'Adige inferiore. Ecco quindi che il generale fece visita alle sue truppe proprio in quei mesi e, ad ulteriore riprova della sua presenza sul territorio, il 24 luglio del 1796 Buonaparte pernottò nel paese di Villafontana dove era arrivato con 40 soldati fidati e scortato da otto soldati della guardia personale fermandosi a pranzo presso la famiglia Noris, dopo aver visitato il campo militare di Vallese di Oppeano. Di lì a poco quindi si trasferì a San Pietro di Morubio dove pernottò il giorno 10 settembre. Nel mese di dicembre la divisione francese del generale Augereau che aveva il suo quartiere generale a Porto di Legnago mentre la sua ala destra si trova a Badia Polesine e quella sinistra a Ronco all'Adige, dovette sostenere un significativo scontro per la Campagna d'Italia. Infatti il quinto reggimento di fanteria leggera era posizionato a Bevilacqua lungo il fiume Fratta; alle sei del mattino dell’ 8 gennaio 1797 il generale Duphot a capo dell'avanguardia, venne attaccato dall'avanguardia austriaca del generale Provera. I francesi riuscirono non solo a sostenere lo scontro ma addirittura a respingere il nemico. Giunta l'artiglieria austriaca, il generale francese decise di ritirarsi ripiegando verso Minerbe e San Zenone. Gli austriaci si erano intanto posizionati a Bevilacqua dove rimasero fino al giorno 12 quando decisero di gettare un ponte sull'Adige nei pressi del paese di Angiari dove gettarono un ponte di barche nei pressi dell'antica parrocchiale. La contromossa francese fu immediata e da Rovigo giunsero dei rinforzi che attaccarono ad Angiari la retroguardia austriaca, bruciarono il ponte di barche e si misero all'inseguimento degli austriaci che passata Cerea, si diressero di gran carriera verso Mantova.
 
LA STATUA MADONNA DELLE GRAZIE DEL GIOLFINO
 
La chiesa dei Santi Pietro e Paolo Apostoli situata nella piazza principale del paese, racchiude alcune opere di grande interesse storico artistico. Tra le più significative una statua di Antonio Giolfino raffigurante una Madonna con bambino, realizzata in pietra tufacea e databile all'inizio del XV secolo. L’opera, dal titolo “Madonna delle Grazie”, è tornata all’antico splendore grazie ad un recente intervento di restauro che ha riportato alla luce l’antica policromia di questo piccolo capolavoro artistico rimasto per lungo tempo un enigma irrisolto che trova nel basamento, la soluzione a quelli che potrebbero essere parte delle domande legate a questa immagine sacra: la data di realizzazione e la sua committenza. Infatti grazie al certosino lavoro svolto, è stata riportata alla luce una scritta e lo stemma nobiliare della famiglia Dal Verme probabile committente dell'opera. Una casata, quella dei Dal Verme, di illustri condottieri di ventura presente a Verona tra il 1300 e il 1400 e che fa pensare non solo ad un’opera riferibile a tale periodo, ma addirittura ad una sua probabile per non dire certa, attribuzione al grande Golfino. Alcuni dubbi comunque rimangono perché le prime tracce documentarie presenti in parrocchia e riferibili alla statua portano la data del 1639 all’interno di un inventario dei beni della chiesa dove è segnalata la presenza di un altare dedicato alla Beata Vergine delle Grazie. Ad ogni modo dagli studi fatti, possiamo supporre che la scultura sia stata collocata a San Pietro di Morubio tra il 1430 e il 1441 tenendo questa data quale termine ultimo per essere stata ordinata dai Dal Verme alla bottega del Giolfino considerata allora la più prestigiosa di Verona e provincia.
La famiglia dei Giolfino, ha lasciato nella nostra provincia tracce indelebili del proprio lavoro. Ricordiamo Bartolomeo (1410 - 1486) forse lo scultore piu illustre della famiglia, ma anche Antonio del quale però nulla ci rimane di certo. Di Bartolomeo abbiamo alcuni lavori datati e firmati come l'ancona lignea per l'oratorio di Villa Persa dei Querini Stampalia a Pressana del 1470, il S.Antonio di Colognola ai colli del 1433 e due rilievi con gli Apostoli sempre a Colognola sempre del 1433. La scultura di San Pietro di Morubio “Madonna delle Grazie" ben si sposa con lo stile della scuola veronese di questa prestigiosa famiglia e dimostra l’alta qualità dell’opera con il bel panneggio che ricade nel corpo della Vergine, il viso della Madonna di grande ed intensa delicatezza ed eleganza e le vesti in oro e azzurre, che ripropongono i disegni dei broccati del tempo. E' poi interessante notare come il disegno del damascato della veste della Madonna sia sottolineato da una leggera incisione della pietra che sembra essere trattata come materiale ligneo.
Dagli approfonditi studi realizzati sul capolavoro si può poi presumere che la statua, per la semplicità della composizione sacra, le dimensioni ridotte della stessa, l’eleganza e la raffinatezza nella ricerca dei particolari, fosse probabilmente destinata ad una piccola cappella magari privata piuttosto che ad una chiesa. Poco importa; l’elemento rilevante è che da secoli ormai la "Madonna delle Grazie" della chiesa dei SS. Pietro e Paolo di S. Pietro di Morubio risulta essere tra le sculture veronesi più importanti della prima meta del 1400 riscoperte di recente.
 

SAN PIETRO DI MORUBIO - I MISTERI DI VILLA VERITA’

affresco villa verità ridAffresco in Villa Verità Al piano nobile di Villa Verità, i recenti lavori di restauro hanno riportato alla luce preziosi quanto enigmatici affreschi che lasciano aperti ad oggi molti interrogativi e dubbi anche da chi nella villa ci ha lavorato come l’architetto Antonio Prospero.
Innanzitutto il loro ritrovamento fa supporre ad una retrodatazione sulla data di costruzione dell’intero complesso di almeno un secolo. Infatti il salone prima di essere affrescato era sicuramente una loggia aperta, un impianto tipico del periodo che va dalla fine del 1500 agli inizi del 1600. Questo fa quindi supporre che solo in un secondo momento si provvide prima a chiudere questo spazio e poi ad affrescarlo. Un’altra sorpresa è data dallo stato di conservazione delle opere pittoriche, pressoché perfette e solo pulite dai restauratori. I pannelli presentano alcune immagini che potremmo ricollegare alla “Continenza di Scipione l'africano” dove l'eroe seduto sul trono riavvicina lo sconfitto Aluccio alla sua fidanzata. Qualcuno invece avvicina l’affresco al vittorioso imperatore Alessandro Magno nell’atto di ricevere la famiglia dello sconfitto Dario re di Persia.
Sulla parete opposta viene raffigurata forse la Continenza o più semplicemente la moglie del proprietario della villa nell’atto di implorare perdono. Un’allegoria che comune il pittore volle imprimere sul muro secondo le indicazioni del suo committente forse per perdonare alla propria consorte qualcosa da lei fatto come in un gioco amoroso. Sul sovrapporta vi sono poi un cigno ed un serpente mentre le altre quattro figure di grande rilevanza, sono quattro allegorie raffiguranti i quattro continenti come: Europa, una giovenca bianca; Asia, un crostaceo; Africa, un moro con il copricapo; America del Sud, una figura umana con copricapo da soldato Maya. Sono affreschi riconducibili ad altre ville del territorio come a Villa Pellegrini e rivestono un alto valore simbolico. Infatti nella saletta a fianco, possiamo vedere alcuni simboli specifici dell’amor sacro e dell’amor profano con il cigno ed il serpente.
Un altro dubbio è poi legato al suo autore. Ignoto a tutti fino ad oggi e forse riconducibile ad artisti di quell’epoca di sicuro valore. Infatti molti elementi non solo restringono il campo di attribuzione ma delineano abbastanza chiaramente come l’autore delle opere possa essere il pittore Paolo Ligozzi. L’artista, probabilmente allievo del Farinati, del quale esprime la maniera nelle poche opere che ci sono rimaste, lavorò in molte chiese della città come a San Luca dove dipinse “L'Invenzione della Croce” e nella chiesa di San Rocco di Quinzano dove si può ammirare l’affresco della “Vita di San Rocco”. Un’altra curiosità è legata alla presenza di una meridiana in una stanza interna della loggia e dipinta sul muro con molta probabilità un tempo esterno all'edificio.
 

LA NOTTE DI SAN PIETRO

P1020787 RIDLa chiesa parrocchiale di San Pietro di Morubio è intitolata ai Santi Pietro e Paolo Apostoli. E’ posta nella piazza principale del paese e racchiude al suo interno alcune opere di grande interesse storico ed artistico tra cui la statua raffigurante una Madonna con bambino, realizzata da Antonio Giolfino in pietra tufacea e databile all'inizio del XV secolo. L’intitolazione della chiesa ai due grandi santi ricorda però una leggenda di questa terra che viene commemorata ogni anno nel periodo estivo.
Infatti San Pietro con San Giovanni e Sant’Antonio sono i cosiddetti “santi mercanti di tempesta”. La leggenda vuole che nella magica notte d’estate di San Pietro raccogliendo in una bottiglia dell’acqua di rugiada da una fonte pura e versandole all’interno una chiara d’uovo, sia possibile osservare il mattino seguente con un po’ di fantasia, il formarsi di una figura a forma di barca, chiamata amichevolmente proprio “San Piero in barca”. La bottiglia deve essere posta su un balcone tra i fiori del giardino o tra le piante dell’orto al tramonto di quel magico giorno e deve essere ripresa prima del sorgere del sole il giorno dopo. Se all’interno della bottiglia si vedrà un grande vascello i raccolti dei campi saranno fruttuosi e porteranno ricchezza, altrimenti il raccolto dell’anno sarà scarso. Questa antica leggenda era molta diffusa nel Veneto rurale e nella provincia veronese in particolare e ancora oggi molti contadini cercano, con questo metodo, di capire come sarà il raccolto dell’anno.
 

IL FILOSOFO ALBERTO CARACCIOLO

caraccioloIl filosofo Alberto Caracciolo, nasce a San Pietro di Morubio il 22 gennaio 1918. Suo padre era medico condotto “militarizzato” ed era arrivato in paese nel 1913. La guerra era lontana ma la paura di un’avanzata nemica fin nelle nostre terre, aveva creato un timore mai sopito nella popolazione. La prematura morte della madre, Alberto aveva solo tre anni, portarono il padre il dottor Ferdinando, ad iscrivere il figlio che intanto aveva frequentato le elementari a San Pietro di Morubio, prima nel Collegio Vescovile di Verona e poi al liceo Maffei. Così, lontano dal padre che continuava a svolgere la sua professione di medico condotto nel comune di San Pietro, Alberto e sua sorella Luigina iniziarono una nuova vita in città.
Si impegnò con costanza negli studi laureandosi in Lettere nel 1940 per poi vincere una borsa di studio sulla cultura e sul pensiero dei tedeschi garantendosi un soggiorno a Monaco per una anno. Non fu facile per lui conseguire il permesso di espatrio viste le idea antifasciste del padre e dello stesso Alberto, ma la sua costanza vinse le reticenze ed il giovane studioso riuscì ad ottenere il visto. Nel 1941 Alberto Caracciolo vince il concorso per cattedre nei Licei ed è inviato prima a Lodi e poi a Brescia. Qui avvia contatti con la resistenza e trova anche l’amore sposandosi nell’immediato dopoguerra. Il conflitto era finito e l’Italia doveva pensare alla ricostruzione non solo materiale ma anche politica ed intellettuale. Alberto, conosciuto Michele Federico Sciacca, diviene suo assistente e decide di seguirlo quando egli è chiamato nella Facoltà di Lettere dell’Università di Genova. Dall’ateneo genovese Caracciolo non si sposta più divenendo libero docente, professore incaricato di Estetica e di Filosofia della Religione fino a divenirne professore ordinario.
Era il 1962 quando va a ricoprire la prima cattedra in Italia di Filosofia della Religione. Alberto Caracciolo muore a Genova il 4 ottobre del 1990. Tra le sue opere che lo portarono ad essere annoverato come il miglior filosofo italiano della religione, ricordiamo: L’estetica e la religione di Benedetto Croce del 1948, Studi jaspersiani del 1958, La religione come struttura e come modo autonomo della coscienza del 1965, Arte e Linguaggio del 1970, Religione ed eticità del 1971, Pensiero contemporaneo e nichilismo del 1976, Studi heideggeriani del 1989 e Nulla religioso e imperativo dell’eterno. Studi di etica e di poetica del 1990.
 

PERSONAGGI ILLUSTRI

ü  Alberto Caracciolo filosofo.

ü  Pietro Guerra, ciclista

ü  Francesco Favalli, insegnante e storico

ü  Sante Zamboni, poeta

ü  Lucia Menini Beltrame, scrittrice e poetessa

ü  Alfio Canova, pittore

ü  Charlie, pittore