Curiosità e personaggi illustri

CONCAMARISE E L'ORIGINE DI UN NOME

P1010333 ridIl corso d'acqua "Sanuda" Una delle più frequenti curiosità su Concamarise è proprio l'origine del suo nome. In effetti le ipotesi legate al toponimo del paese risultano le più varie. Da una ricerca effettuata dallo studioso Giovanni Rapelli, il quale si rifà ad alcuni antichi documenti, vediamo che una prima menzione del paese risale al 1144, dove viene riportato Salizzole con Camarisa mentre un documento successivo risalente al 1184, riporta Conca Marisia. Nel secolo successivo già si parla di Concamarise menzionando la proprietà del signor Bartolomeo da Palazzo; siamo nel 1225 ed il nome riportato è Conchamarisia. Alla fine del 1300, precisamente nel 1396 il nome risulta Concamarise e così in un altro documento del 1589. Per capire però l'origine del nome è necessario risalire al nome di una località situata proprio nel comune di Concamarise comunemente detta “la Marìsa”. Infatti il nome più antico del paese sarebbe appunto Camarisa e questo lo si desume da vari documenti.
Dal documento del 1225 si può risalire al luogo dove ebbe origine il paese infatti si trovava dove oggi sorge Corte Verità in Villa e dove è presente la vecchia chiesa intitolata a San Lorenzo. Inoltre il primo componente del toponimo, cioè Conca, è una voce che ricorre molto sia nel veronese che nel Veneto. Essa sta ad indicare un avvallamento, una concavità, una zona quindi più bassa rispetto alle altre ed in effetti questa potrebbe essere riconducibile proprio ad un luogo posto nei pressi di un corso d'acqua, e verosimilmente poteva trattarsi di quel corso, che aveva un tracciato parallelo a via Piazza e che costeggiava l'antico villaggio. Infatti risultava situato “in capo al ponte di pietra”, come riportano gli antichi documenti; l’attuale Sanuda.
Se pensiamo che all'epoca avere un ponte di pietra e non di legno, come spesso capitava nei pressi di un abitato, voleva dire trovarsi di fronte ad un centro di un certo interesse e di una certa importanza, capiamo bene come il nucleo del paese di Concamarise si trovasse proprio a ridosso di questo corso d'acqua scavalcato da un ponte e che questo fosse ubicato proprio dove si trova la tenuta dei Verità. Se da un lato quindi si è fatta chiarezza sulla prima parte del nome di Concamarise e cioè Conca, sulla seconda, Marise, la cosa è un po' più difficile. Qualcuno tende infatti ad accostare il termine con il latino meridies e cioè mezzogiorno o meriggio proprio per indicare un luogo dove fermarsi a mangiare a mezzogiorno piuttosto che indicare un luogo posto a mezzogiorno. Ma questo viene escluso dal Rapelli che richiama piuttosto il nome come derivato da un nome di persona o, piuttosto, a qualche cosa riferibile proprio alla conca dove si trovava il centro del paese. Il ricercatore tende ad escludere la prima ipotesi anche se vi sono nomi come Merìse, adattamento veneto ad un altro toscano, oppure derivazioni dall'antico francese Almerigo che poteva quindi far pensare a Conca Marìsia poi passata a Conca Marise. Con molta probabilità, l’ipotesi più corretta sembra che la seconda parte del nome derivi proprio da lama, voce veneta che sta ad indicare uno stagno, una pozza d'acqua ferma, una palude. Quello di Concamarise infatti, non è l'unico toponimo presente nel Veneto, ne troviamo molti altri che hanno lo stesso significato o uno molto simile. Probabilmente Conca Lamarése stava ad indicare una concavità del terreno che era soggetta ad impaludamento ma anche luogo adibito alla macerazione della canapa. Con l'andare del tempo il termine da Conca Lamarése passò a Conca Lamarìsa quindi, riprendendo la località iniziale e cioè la Marìsa, anche in questo caso la parte iniziale venne scambiata per l'articolo femminile che, in seguito fu fatta cadere per prendere il nome definitivo di Concamarise.
 

LA DAMA BIANCA DI VILLA BRESCIANI

concamarise 01Villa Bresciani Villa Bresciani per la gente di Concamarise conserva ancora questo nome, anche se oggi ha come padrone un silenzio immobile e irreale che l'avvolge tutta: le statue sbriciolate, i muri, i tetti, le stanze, i saloni e i cortili abbandonati alle intemperie e all'incuria. Solo l'edificio centrale e la pesante torre quadrata resistono all'assedio del tempo. Invece, se ne stanno andando per sempre i rustici laterali e il parco, un tempo il più maestoso di tutta la Bassa. Da ragazzi si entrava di nascosto scalando il muro di cinta scivolando poi tra cespugli e tronchi. Quel parco aveva richiami proibiti e misteriosi, era l'invito ad un'intrusione sacrilega in uno spazio abitato da pochi fortunati, i signori della villa, intravisti talvolta intorno ai tavoli del giardino ricoperti di tovaglie bianchissime o a passeggiare ombreggiati da candidi ombrellini di seta, lungo i vialetti e intorno al laghetto. Per tutti quel parco apriva sentieri umidi e freschi, specchi d'acqua e brevi canali attraversati qua e là da ponticelli di legno. Ninfee e carpe galleggiavano a pelo d'acqua, mentre una moltitudine di uccelli improvvisamente calava sugli argini o s’immergeva nel folto fogliame. Villa Bresciani mostrava ancora, in quegli anni lontani del dopoguerra, l'incanto di un piccolo paradiso sopravvissuto agli sconvolgimenti feroci della storia. Finiti gli spaventi e le fughe, riprendeva la vita e la villa riapriva le sue stanze affrescate, riaccendeva i focolari delle sue antiche cucine, animava i suoi cortili e i sentieri coperti di ghiaino che andavano a girare intorno alla collinetta della ghiacciaia e, più lontano, al laghetto alimentato da un ramo della Sanuda, il corso d'acqua che scorre a fianco della villa. I ragazzi, nascosti o infilati nei cespugli del parco, attendavano il calare del buio, con il cuore che batteva forte aspettavano l’apparizione, raccontata tante volte dai vecchi del paese. Ancor oggi, alle prime ore della notte, si può vedere la porta posteriore della villa che si apre, senza far rumore, e una giovane donna adorabilmente bella, vestita di bianco, con il volto velato e i piedi scalzi, uscire nel parco e correre tra gli alberi cantando una triste cantilena d’amore, quasi una ninna nanna flebile e lamentosa. Si dirige sicura nell’incerta luce lunare, verso il laghetto attraversandolo, e sfiorando il pelo dell’acqua che al suo passaggio lievemente s’increspa e poi va verso il fondo del parco per svanire, in un brivido di freddo, tra le piante della giazzara abbandonata. Questa Dama Bianca non è altro che lo spirito di una giovane bellissima ma povera, rapita nei secoli lontani da un signore della villa mentre a piedi scalzi tornava a casa dai campi. Egli la teneva nascosta in una stanza della villa, vestendola sempre di bianco, obbligandola a celare il viso con un velo leggero, perché nessuno della servitù la riconoscesse. Per passare il tempo cantava una bellissima e struggente ninna nanna al suo bambino che aveva lasciato nella culla in quella casa tra i campi, il giorno che fu rapita. Una notte, però, la giovane, aperta la porta della stanza, fuggì nel parco e di corsa, avvolta nel suo vestito bianco, si diresse verso la fine del parco nella speranza di trovare un pertugio nelle mura che lo racchiudevano. Questa corsa folle e disperata durò ben poco perché la giovane scivolò nel laghetto dal ponticello di legno che era bagnato dall’umidità. Sfinita, afflitta e disperata si lasciò morire affogata tra le erbe e le pinte palustri che abbellivano il piccolo specchio d’acqua, nell’incerta e tremolante luce lunare. 

PERSONAGGI ILLUSTRI:

-          Adriano Pizzini, atleta appassionato di podismo che è stato quattro volte campione provinciale di maratona UMV (1976 - 1980 - 1981 - 1984)

-          Generale Umberto Parodi