Curiosità e personaggi Illustri

Dal riso alla canapa, la strana storia di Nogara

Nogara è situata in una posizione strategica nel territorio della pianura veronese e da sempre l'agricoltura è stata l'attività trainante dell'economia locale. Lo stesso fiume Tartaro che lambisce l'abitato, ha giocato un ruolo importante nello sviluppo economico e abitativo del paese. Tuttavia nel corso dei secoli, l'attività lavorativa dei nogaresi ebbe diversi mutamenti che videro la gente del luogo improvvisarsi da abili contadini ad esperti impagliatori di sedie, con la raccolta della canna palustre che risultava essere il prodotto più pregiato del luogo; una canna che veniva tagliata nei mesi invernali e consegnata ad alcune aziende che provvedevano a trasformarla in “arele” mentre il lavoro più richiesto era quello legato all'utilizzo della “careza” con cui venivano prodotte le borse tanto più che la stessa “careza” serviva durante il Secondo Conflitto Mondiale, per fabbricare corde e reti ai tedeschi per mimetizzare i loro mezzi di trasporto.
Era un mondo segreto e misterioso come ricorda lo studioso Giordano Padovani, che vedeva a Nogara crearsi addirittura un porticciolo per raccogliere i numerosi barconi che venivano utilizzati per il trasporto della “careza”. Con l'andare del tempo le valli vennero via via bonificate e l'agricoltura legata al sempre maggior numero di terre da coltivare, non solo privò estesi possedimenti della originaria “terra di valle” di quegli antichi appezzamenti sommersi dalle acque di palude, ma si arrivò ad una radicale trasformazione di quelle che erano le colture tradizionali di queste terre. Ecco quindi che nelle zone sottratte alle acque, iniziarono a coltivarsi frumento e mais oltre naturalmente all'incontrastato riso padrone della tavola di oggi.
La famiglia ValmaranaLa famiglia ValmaranaAd avviare questa nuova coltura furono dei nobili vicentini, i Valmarana i quali nel 1500, dopo aver adottato alcuni specifici interventi sul territorio, posero a risicoltura ampi appezzamenti di terreno paludoso situati lungo il fiume Tartaro. Fu questa un'attività molto remunerativa per secoli e proseguì felicemente fino al termine della Seconda Guerra Mondiale quando alle risaie vennero sostituite altre coltivazioni come la barbabietola da zucchero e il tabacco. E proprio due nuove colture per il territorio di Nogara trasformarono l'economia del paese da economia agricola ad economia industriale. Erano il tabacco e la canapa. E se per il tabacco venne istituito nell'immediato dopoguerra un Tabacchificio, per la canapa sorse uno stabilimento.
A dire il vero la coltivazione della canapa ha, nel territorio nogarese, origini antiche anche se un vero incremento si ebbe agli inizi del 1900 quando lo stabilimento che produceva cordami di juta, venne trasformato in canapificio. Così come ha Vigasio anche a Nogara questa nuova realtà economica che prese avvio nel 1923 fornì lavoro a molte persone. La coltivazione della canapa ebbe proprio in quegli anni un notevole incremento e proprio qui lo stabilimento che vide crescere attorno ad esso molti abitazione costruite per ospitare operai specializzati e soprattutto dirigenti provenienti da fuori, andò ad integrare un'economia da sempre agricola favorendo anche l'immigrazione dalle province vicine.
Il canapificio impiego molte persone e ne gli anni più floridi ebbe anche tre turni giornalieri di lavoro rimanendo attivo fino al 1957. Subì anche un bombardamento durante il Secondo Conflitto Mondiale, danneggiato da aerei angloamericani nel 1944, e ben due incendi il primo nel 1929 e il secondo nel 1932 che misero seriamente alla prova la continuità operativa dello stabilimento.
Come altre strutture presenti sul territorio, pian piano anche il canapificio di Nogara ridusse la propria produzione e gli operai vennero progressivamente licenziati riducendo sempre di più la propria attività fino alla sua definitiva chiusura avvenuta alla fine degli anni '50

 

I curiosi affreschi di Palazzo Rizzoni-Maggi

palazzo maggiPalazzo Rizzoni-Maggi rappresenta una delle residenze più interessanti ed enigmatiche del territorio. Al suo interno sono conservati dei pregevoli affreschi; brani pittorici che appartengono a due diversi momenti decorativi. Il primo riconducibile al tardo Trecento, il secondo legato al periodo rinascimentale ed è proprio questo secondo periodo che ci interessa maggiormente con disegni che richiamano temi legati alla natura o ad attività agricole e, soprattutto, integrati con episodi mitologici. Una particolarità e una curiosità che troviamo anche in palazzi edificati a San Pietro di Morubio, a Casaleone, a Caselle di Pressana e ad Angiari.
Palazzo Maggi ha al suo interno come affreschi più antichi quelli che si trovano sulle pareti che collegano il piano terra con il corpo-loggia dove sono dipinti motivi geometrici e floreali con diverse gamme di colore. Questi richiamano alcuni palazzi di Verona e ci fanno capire come il palazzo fosse, quasi sicuramente, un edificio di rappresentanza. Se andiamo poi ad analizzare l'apparato pittorico posto all'esterno, vediamo un fregio sottogronda che richiama un movimento continuo di putti. Questo un gioco illusorio aveva l'intenzione di creare un particolare effetto nell'ampio loggiato peccato che oggi è per buona parte scomparso, ma la qualità di quello che resta è indubbiamente un esempio del valore degli stessi. Entrando nell'edificio vediamo interessanti affrescature sia a pian terreno con un’Annunciazione dipinta nel tardo Cinquecento, posta in una lunetta a protezione di chi entra nel palazzo oltre ad altri decori. Le cose più interessanti però si trovano al primo piano, dove sono presenti sulle pareti, poste nel lato che guarda a mezzogiorno, dei particolari ed enigmatici fregi a grottesche. Altri si trovano nella parte più orientale della casa costruita, molto probabilmente nel tardo Cinquecento, e sono disposti lungo tre fasce che si estendono lungo la parte superiore dei muri. Si vedono delle situazioni molto particolari, dove il rovesciamento dei ruoli è ben visibile e per alcuni studiosi sono di varia interpretazione. I fregi a grottesca sono disposti su tre pareti con figure veramente curiose che, partendo dalla parete est raffigurano un individuo zoomorfo con le ali, un uomo in abiti d'epoca, un asino che scalcia, un arciere, una nave e poco lontano un'altra imbarcazione somigliante ad una canoa, attorno alla quale svolazzano due gazze insidiate da due serpenti. Al centro di questo fregio si vedono degli animali come un maiale con abiti umani che sta lavando i panni in una tinozza, un’altra figura indefinibile sta facendo e propri bisogni in uno strano contenitore, un uomo che viene disarcionato dal cavallo ed un grosso ragno o granchio. Sono tutte immagini illusorie e allegoriche delle quali difficilmente si riesce a dare una chiara interpretazione. Le fasce pittoriche sono tutte incorniciate e attorniate da drappi colorati. affrescao Palazzo MaggiSe il fregio del lato est è alquanto curioso, lo stesso possiamo dire di quello posto sul lato ovest, dove si vedono degli animali, degli uomini attorno ad un tavolo che stanno parlando anche se l'immagine più fantasiosa e curiosa è quella posta al centro di questo fregio sulla parete ovest. Gli studiosi lo chiamano “il concilio degli animali”, infatti attorno ad un tavolo alle cui estremità si trovano due asini, sono seduti una lepre, una scimmia, una farfalla, una giraffa, un cavallo, uno scorpione ed altri animali la cui natura è difficile da identificare. Tutto attorno, la vita è in movimento con altri animali che si muovono e una fontana. Il fregio prosegue con due individui osservati da una gigantesca formica, che ha sopra di lei sospesa una spada, mentre un'altra figura nuda si dirige verso un animale che non si riesce a identificare. Il terzo fregio si trova a sud e qui gran parte della scena è occupata da una figura centrale che diviene il punto focale dell'intero disegno. Infatti troviamo un nobile ben vestito posto al centro di un baldacchino alla cui destra si trova un contadino che sta salendo le scale mentre dietro di lui c’è un'altra figura isomorfa difficilmente identificabile. Sul lato sinistro e quindi sull'altra parte della scalinata c’è un uomo in atto di rispetto di fronte al nobile e molto più sotto due persone una delle quali sembra un sacerdote nell’atto di confessare un fedele. Tutto attorno animali che si muovono in continuazione quali due asini, varie libellule, una giraffa, un'anatra è sono disposti su vari livelli. Gli altri fregi del palazzo riguardano i vari miti come quello di Apollo, Dafne, il Ratto di Europa, il mito di Marte e altri elementi mitologici. Di tutti questi particolari fregi a grottesche e difficile individuarne gli autori anche se è possibile indicare il periodo storico riconducibile alla seconda metà del Cinquecento; il loro significato invece ci richiama ad un repertorio molto amato in quel periodo e che ritroviamo anche a San Pietro di Morubio in villa Verità, a Caprino Veronese in villa Carlotti, nel palazzo Sanguinetti a Casaleone e nel palazzo Cainacqua a Caselle di Pressana. L'intento degli artisti ma soprattutto dei committenti, era di riprendere un repertorio con animali, centauri, esseri mitologici, navi o altre imbarcazioni, satiri, putti, statue, esseri creati dalla fantasia umana, dialogare e vivere all'interno di episodi tratti dalla favolistica antica. Tanti soggetti sono ispirati dall'antichità classica e dalla mitologia ma lasciano ampio spazio all'inserimento di animali alcuni tipici di queste zone come l'asino, il cavallo, la libellula, la lepre, il cervo, altri invece esotici come l'elefante, la tigre, la giraffa, il serpente, lo struzzo e molti altri. Tutto questo rientra comunque all'interno d’immagini legate alla vita quotidiana e occupano la parte centrale delle varie opere. Un altro aspetto interessante riguarda l'ambito erotico e amoroso della vita, dove le libellule e le farfalle indicano leggerezza e salute; gli uomini nudi, gli asini sono interpretati come figure oscene anche in rapporto agli atti che stanno facendo. Le carrozze con all'interno un uomo e una donna e il satiro, emblema di lussuria, rappresentano un elemento iconografico basato sull'amore e sulla passione dell'amore stesso, che trovano molta più presa nelle raffigurazioni dipinte nelle case di campagna rispetto ai palazzi di città. Nello specifico a Nogara, la presenza di tanti animali e soprattutto asini sembra stia a significare il “mondo alla rovescia” dove la satira la si utilizzava per dare esempi di moralità.

 

Nel letto del fiume Tartaro i resti delle guerre preistoriche

IMG20100127161330397 184Nei pressi dell’alveo del fiume Tartaro, si trova un’interessante necropoli situata sulla sponda destra del fiume, lunga oltre 300 metri, in un’area posta ad Ovest del centro di Nogara. I primi rinvenimenti risalgono agli anni 1936-1937 ma la prima vera e propria campagna di scavo, porta la data del 1987. Furono recuperate 19 sepolture, mentre le successive campagne sono state realizzate dal 1990 al 1997.
Complessivamente sono state scavate oltre 530 sepolture. Lungo il margine Ovest del sepolcreto si trovava la recinzione formata da due palizzate parallele distanti fra di loro 6 metri e mezzo. La necropoli ebbe una frequentazione molto lunga che va dalla fine del Neolitico all’età altomedioevale anche se prevalgono le sepolture ad inumazione della media età del Bronzo. Un gruppo di 40 sepolture ha come corredo una spada deposta sul fianco o sul petto, inoltre alcune di esse hanno associato anche un pugnale o dei vasi d’offerta, posti presso il capo. Le sepolture femminili hanno come corredo una coppia di grandi spilloni posti sul petto con la testa rivolta verso il basso e aghi d’ambra come ferma-spillone. Spesso sono associati a spilloni più piccoli o pettini sia in bronzo che in osso. Molte tombe sono di bambini o neonati, alcuni con corredo di pendaglio in bronzo. Alcune sepolture, ad incinerazione, sono costituite da un’urna contenente le ceneri e da una ciotola che la copre. All’interno della necropoli vi sono anche due sepolture di bovidi sacrificati. Tutti i corredi delle tombe si trovano presso la Soprintendenza Archeologica per il Veneto Nucleo Operativo di Verona.
Invece a Pila del Brancon, sul Tartaro e a due chilometri da Nogara, nel XII secolo avanti Cristo se le diedero di santa ragione; infatti, durante l’età del Bronzo medio (1200 anni avanti Cristo) vi fu un acceso scontro tra guerrieri armati di lance, pugnali e spade. I vincitori depredarono i soccombenti e ne gettarono le armi in un rogo come bottino di guerra da sacrificare per celebrare la vittoria. Un rito che le popolazioni nordiche avrebbero ripetuto fin nel medioevo. Una scoperta archeologica che ha aperto nuovi scenari: forse il Tartaro era il confine tra popolazioni in conflitto. La scoperta è avvenuta a Sud di Nogara, dragando il letto del Tartaro nuovo, a 100 metri dal vecchio alveo del fiume. Qui, durante i lavori, sono state recuperate dieci spade e 50 punte di lancia dell’età del Bronzo; tutte le armi apparivano piegate, deformate, spezzate, un fatto che per l’esperto documenterebbe, appunto, la loro distruzione rituale. Spiega infatti l’archeologo Luciano Salzani direttore del sito: “Distruggere e abbandonare nel mucchio le armi sottratte al nemico vinto assumeva a perenne memoria una valenza ammonitrice; i resti della pira restavano a testimonianza storica di possesso del territorio”.
Singolarmente non è stata trovata invece traccia di scudi nel deposito votivo. Uno studioso austriaco, Arnoldt Yung, ha fatto il campionamento metallurgico dello straordinario bottino di guerra del Tartaro di Nogara e lo sta confrontando con quello della composizione dei metalli di altre armi di matrice greca, trovate a Salonicco; se la tipologia di quelle veronesi è italica, pare che le loro tecniche e materiali di fusione siano di probabile derivazione greco-micenea.
Spiega sempre Salzani: “C’è l’ipotesi che la nota necropoli di armati di un abitato a Olmo di Nogara, allora a contatto con un passaggio-guado sul Tartaro e posta solo ad un chilometro più a Sud di questo ritrovamento, sia la testimonianza indiretta di una battaglia”. Continua l’archeologo: “È da ritenersi che nel 1200 avanti Cristo il Tartaro rappresentasse una specie di confine territoriale. Tant’è che nel 1876 una necropoli è stata trovata a Povegliano (con spade), poi ci sono state le scoperte a Olmo di Nogara e ora a Pila del Brancon. Il fiume», conclude lo studioso, «può ragionevolmente essere ipotizzato come una separazione geografica fra popolazioni diverse e in conflitto tra loro. È un tema affascinante, tutto da approfondire, mentre altre ricerche sono in progetto lungo tutta l’asta del corso d’acqua”.
 

PERSONAGGI ILLUSTRI 

  • Olga Visentini, scrittrice e studiosa dei problemi pedagogici riguardanti il mondo dell’infanzia;
  • Gaetano Gobbi, musicista
  • Egidio Rebonato, è stato un agronomo italiano che ha operato soprattutto in Messico;
  • Napoleone Montessori, medico di cui si riconosce la sua missione a sostegno delle persone bisognose;
  • Gaetano Terzo Franceschetti, sindaco inizio ‘900 che mutò il volto di Nogara con importanti opere;
  • Ines Cara, missionaria in Africa;
  • Alessandro Cherubini, medaglia d’argento per meriti militari riferiti alla Prima Guerra Mondiale;
  • Nereo Costantini, scultore di fama internazionale, autore fra l’altro, della statua di Giulietta posta proprio sotto il famoso balcone di via Cappello a Verona;
  • Adolfo Pellegrini, medico garibaldino e sindaco di Nogara.
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