Ville, Palazzi e corti

Palazzo Vescovile

F0022006E’ un sontuoso palazzo situato nel centro di Bovolone e rappresenta uno dei simboli della cittadina veronese. Il nome “Palazzo Vescovile”, fa intuire la sua importanza che, anche in passato diede a questa dimora un ruolo fondamentale nell’attività sociale ed economica per l’intera comunità. Di questa possessione si hanno notizie già in epoche antiche, infatti il Vescovo di Verona vantava in questi luoghi possedimenti fondiari già nel IX Secolo. Un successivo "Privilegium" rilasciato da Eugenio III al vescovo Tebaldo l'11 maggio 1145, menziona, tra i vari possedimenti, anche la "Plebem Bodoloni cum cappellis, decimis et curte" oltre ad altri documenti. Con molta probabilità, quindi, il Vescovo aveva proprio in questo sontuoso edificio la propria residenza. Sembra, comunque, che il palazzo già appartenesse al vescovado nel 1460.
Questa corte-castello era, quindi, il centro nevralgico di tutta l'organizzazione preposta alla gestione dei patrimonio vescovile; qui venivano ammassati e conservati i prodotti agricoli come frumento, cereali minori, uva e fieno derivanti dalle decime, censi e livelli e dalla gestione diretta dei numerosi campi.
Con la fine del 1700, il vescovo Giovanni Andrea Avogadro ne decise una radicale ristrutturazione per rendere più bella e sontuosa la propria dimora.
Ecco quindi che torri e i merli lasciarono spazio al portale d’accesso ornato di obelischi e vasi mentre sui pilastri vennero sistemate delle statue. La torre colombara e l’antica palazzina divennero parte integrante del nuovo edificio mentre la facciata assunse l’aspetto dell’elegante dimora davanti al grande parco. Il tetto venne quindi abbellito da una balaustra e da obelischi mentre il portale cinquecentesco a bugnato trovò sistemazione nel cortile posteriore. La dimora rimase del Vescovato di Verona fino al 1862 per poi divenire centro amministrativo e di rappresentanza dell’intero paese.
 

Villa Gagliardi

F4910006 ridA pochi passi dalla parrocchiale di Bovolone si trova questa splendida dimora chiamata Villa Gagliardi. In passato era un possedimento del Vescovo di Verona e da questi venne alienata in epoche successive. Di una residenza su questo terreno, i primi documenti risalgono al XVII secolo quando venne edificata una casa a due piani in muratura riportata in un disegno di Iseppo Cuman nel 1691. All’epoca i proprietari erano i Bottari che conservarono la proprietà fino al 1815 quando venne ceduta a Cesare Bertoli quindi, nel 1867, a Giovanni Gagliardi. Fu proprio in questo periodo che si decise di dare incarico a uno dei più insigni architetti veronesi quale Giacomo Franco, per una completa ristrutturazione della villa trasformando l’edificio e il parco annesso.
Interpretando il gusto neomedioevale, fuse elementi del Romanico veronese e del Rinascimento con il massiccio cornicione ad archetti e con la decorazione pittorica a fasce gialle e rosse della facciata mentre, ispirato al Quattrocento, volle disegnare il bugnato del pian terreno. Il risultato è splendido ed oggi villa Gagliardi rappresenta uno dei più begli esempi di architettura del territorio. Davanti la villa un grande parco tipico all’italiana con siepi, viali e soluzioni geometriche affiancati al tipico parco all’inglese con boschetti, prati e un laghetto.
 

Palazzo Marogna, Bottari, Fantato

Poco lontano dal Palazzo Vescovile, lungo via Accordi, si trova questo bello ed elegante palazzo. Il suo nome è legato ad alcune importanti famiglie che proprio qui a Bovolone, vissero per lungo tempo. La storia del palazzo ha radici antiche, quando Alvise Barbaro nel 1477, ricevette l'investitura di tre “Pezze di terra casamentiva” situate nel luogo ove sorgerà la corte rurale e la riprova dell'antichità del palazzo viene confermata da alcuni elementi ancora oggi ben visibili come la bifora sorretta da una colonnina in pietra bianca con capitello databile proprio al periodo Cinquecentesco, quando fu presumibilmente eretto il palazzo.
Anche a seguito di una relazione della Soprintendenza viene confermato che l'edificio rappresenta un'importante testimonianza di dimora signorile cinquecentesca nel territorio. Viene attestato che fu tra le prime erette nel centro di Bovolone e che pur, nella sobrietà delle forme, conserva dei preziosi elementi architettonici che ne attestano le origini.
Grazie alle ricerche storiche effettuate da Remo Scola Gagliardi, sappiamo che dopo Barbaro la corte passò alla famiglia Marogna e che, nel 1682 Daniele Marogna, figlio di Filippo e residente nella contrada veronese di San Pietro Incarnarlo, tra gli altri beni che possedeva a Bovolone, aveva anche questa casa che comprendeva anche brolo, corte, barchessa e colombara. Lo mantennero fino al 1734, quando la cedettero a Domenico Bottari, figlio di Giulio e abitante a Bovolone. Nel 1745 Domenico era proprietario di 86 campi, di due case in Piazza affittate e di, come viene riportato dal Gagliardi, “Una casa da Patron in contrà della Piazza in via del Molin detta la Casa Marogna ove abito”. In questo periodo il complesso fu interessato da alcuni lavori ma, dalla descrizione dell'immobile, esso era composto da fabbricati che comprendevano il palazzo residenziale, una serie di rustici, 10 campi annessi ad uso di orto, brolo e prato.
Le forme di questo intervento sono ancora presenti nella metà sinistra del fabbricato e si caratterizzano soprattutto nei due portali di accesso ai saloni inferiore e superiore e nell'elegante balcone rococò. Nel 1776 il Bottari volle far affrescare il soffitto dello scalone principale dal celebre pittore veronese Saverio della Rosa. L'opera viene attribuita al famoso pittore anche dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali che ha dichiarato il palazzo di interesse culturale.
La villa è bella e sontuosa e oltre alla bifora sorretta da colonnina con capitello a foglie d'acanto, eleganti sono i portali ad arco e le tre grandi aperture del salone principale con portali in tufo. Un imponente scalone in pietra con balaustra, conduce ai piani superiori e, proprio sopra questo scalone, si trova il soffitto decorato dall'affresco di ottima fattura di Saverio della Rosa. Anche il salone al piano nobile contiene affreschi con figure, disegni geometrici ed altro e questi ulteriori abbellimenti ne fanno senza dubbio uno dei palazzi più belli di Bovolone. L'affresco di della Rosa, rappresenta “Tritolemo spedito da Cerere sopra il suo carro a spargere il grano sopra la terra”. L'opera è divisa in tre fotogrammi ben distinti e vede la figura centrale con Cerere e Tritolemo ed altre due figure più defilate rispetto alla scena centrale. E' un'opera di indubbio valore che l'artista dipinse probabilmente tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800.
Saverio della Rosa, figlio di Nicola e di Felice Libera Cignaroli, nasce a Verona il 1 giugno 1745. Dopo aver studiato umanità e retorica studiò pittura presso lo zio Giambettino Cignaroli. Attratto da Paolo Veronese, né acquisì il metodo e riuscì anche ad imitarlo e, accanto il forte ingegno e alle capacità come insegnante, resse con onore la direzione dell'Accademia di pittura istituita per merito dello zio Cignaroli, ed ebbe il grandissimo merito di vegliare sul patrimonio artistico cittadino durante la dominazione francese e di salvarlo in parte, dalla distruzione giacobina. Promosse l'istituzione della Galleria Comunale, primo nucleo del Museo civico.
Fu pure scrittore d'arte e a lui dobbiamo opere essenziali per la storia della pittura e della scultura veronese. Sposò una patrizia veronese Angela Malfatti Verità che gli dette tre figli, tutti pittori dei quali Domenico fu il migliore. Di Saverio dalla Rosa il Museo di Castelvecchio possiede un saggio in Busto di Bartolomeo Lorenzi. La chiesa del Collegio Vescovile ha una Immacolata; a San Pietro Incariano un' “Ultima cena”. Altre opere si trovano a San Luca con “Vescovi veronesi”, a San Giovanni Lupatoto, una “Madonna e Santi”; a Sandrà una “Crocifissione”; a San Michele Extra un “San Benedetto”; a Pressana una “Sacra Famiglia”. Opera di Saverio della Rosa si trovano a Bergamo, Vlaeggio sul Mincio, Venezia, Vienna. Tra i tanti documenti in nostro possesso si scopre che nel 1821 una tela “Endimione e Diana” fu spedita da Saverio a Londra. La morte però lo colse a Verona il 7 dicembre 1821 mentre stava elaborando un'opera illustrata dei Libri di Palladio.
Tornando a parlare di Palazzo Marogna, alla fine del secolo l'immobile fu acquistato da Bartolomeo Guaita e nel 1802 i suoi due figli Vincenzo e Francesco lo divisero in due parti: quella orientale, comprendente l'ingresso principale che spettò al primo, mentre al secondo toccò quella occidentale con i relativi rustici. Nel 1849 la parte sinistra dell'edificio apparteneva a Marianna Guaita, figlia di Vincenzo, mentre quella di destra venne ristrutturata e arricchita con cornici in tufo alle finestre di stile neoclassico.
 

Villa e Corte Tosi  

La villa, esempio di corte rurale veronese, di origine cinquecentesca, appartenne alla nobile famiglia veronese dei Tosi, che ebbe molta influenza politica sul territorio di Bovolone. L'intero complesso venne restaurato completamente verso la metà del Settecento. Il portone d'ingresso alla corte, risale al sec. XVIII, ed è decorato con statue raffiguranti personaggi mitologici. La facciata fu disegnata dall’architetto veronese Adriano Cristofoli nel 1754. All'interno delle villa si conservano dipinti a tempera rappresentanti paesaggi inseriti entro cornici in stucco.
La villa che si trova in via Madonna è un esempio di dimora di campagna del barocco veronese dove l’equilibrio dei volumi va di pari passo con la finezza degli stucchi.
 

La Corte Brenzon – Malmignati al Molinello sec. XV – XVIII

CIMG3838 ridL’era del riso iniziò a Bovolone nel 1565, quando Gaspare Brenzon acquistò la possessione del Molinello con relativo molino da Iseppo Barbaro. Il mulino era stato costruito nel 1447, quando Zaccaria Barbaro ne ricevette l’investitura dal Vescovo di Verona. Fu Gasparo Brenzon che per primo si adoperò per trasformare la valle del Molinello e renderla adatta alla risicoltura. La possessione del Molinello passò più tardi al nipote Cesare Malmignati e successivamente al figlio che nel corso degli anni aumentò l’estensione del podere dando nuovo impulso all’azienda con l’estensione delle risaie.
Parallelamente al boom della risicoltura bovolonese, prosegue la fortuna dei Malmignati, ottenendo dalla Comunità di Bovolone il permesso di usare l’acqua della Vallesella per far risaia dietro il pagamento di 500 ducati.
La possibilità di coltivare il riso e lavorarlo nell’ambito dell’azienda consentiva ottimi guadagni e fu grazie alla fortuna accumulata che i Malmignati riuscirono a ristrutturare e a ricostruire l’imponente palazzo impreziosito in finiture in tufo che si vede giungendo da Verona lungo la strada principale che conduce al centro di Bovolone.
Il bel palazzo conserva ancora oggi la struttura legata alla settecentesca ristrutturazione. La villa non è particolarmente elevata pur essendo disposta su tre piani ed è caratterizzata da due portali sovrapposti ad arco a tutto sesto con lo stemma in altorilievo che ricorda la proprietà Malmignati. In passato il complesso era caratterizzato anche da una torre colombara che venne tolta in occasione dei lavori degli inizi del 1700. L’edificio comprende anche un mulino oggi senza gli apparati meccanici ma in passato elemento fondamentale dell’intero complesso che vedeva, dietro la villa, un’estesa pezza di terra. Villa Barbaro, Brenzon, Malmignatti, Ferrero, ha comunque origini molto antiche essendo già presente nel Quattrocento tra le ville di Bovolone. Dopo un primo periodo felice, il palazzo, così come la proprietà, vissero una serie di traversie economiche durante la seconda metà del 1600 tanto che il complesso risultò bisognoso di un radicale restauro. I lavori del secolo successivo non solo lo salvarono ma lo fecero giungere in buono stato fino ai giorni nostri.
 

Villa Noris

Continuando sulla direttrice che conduce verso nord, si arriva all’unica frazione di Bovolone, Villafontana. Appena entrati in paese si scorge la grandiosa facciata di Villa Noris, edificio dell’omonima famiglia nobiliare, grande possidente terriera a Villafontana e nei dintorni.
Un’idea di quel che doveva essere la villa la può dare la grande aia antistante l’edificio patrizio. A suo tempo è stata una corte rustica con una ventina di campi attorno un stabile dalle forme assai semplici.
Un certo movimento si nota nella facciata laddove gli archi ciechi si succedono alle lesene. L’interno, presenta un grande salone centrale con stanze attigue. La porta sinistra del palazzo è stata ricostruita interamente dopo la distruzione tedesca dell’ultima guerra. Nelle sottostanti cantine sono presenti affreschi. La villa è stata adattata ad appartamenti.
L’edificio assume un’elevata importanza in quanto fu il luogo dove soggiornò Napoleone Bonaparte nel luglio 1796.  
  

Corte Montagna

Il complesso originario di questa elegante corte rurale, risale al XV secolo. Sorge in località Canton, in prospetto alla campagna che si dirige verso il Bosco di Bovolone. L'edificio necessiterebbe di un lavoro di recupero e restauro conservativo. Al suo interno sono ben visibili affreschi e decorazioni che ci riportano all'antico splendore di cui godeva tale palazzo. Al suo esterno sono presenti un particolare giardino e, su una delle quattro colonne del cancello d'ingresso diretto verso la campagna, è rimasta una delle 4 statue che un tempo padroneggiavano l'accesso alla villa e che raffiguravano le 4 stagioni. Corte Montagna ha subito rimaneggiamenti nel corso del XVII secolo e del XVII secolo.

Mulino della Comunità

Situato sul fiume Menago, lungo la strada che conduce ad Isola della Scala, è di antica origine. La sua esistenza è attestata su alcuni documenti di compravendita di terreni, risalente al 1569. Nei secoli il mulino è appartenuto dapprima alla nobile famiglia dei Serego, i quali lo dotarono di una pila da riso nel corso del Seicento e poi, nel 1739, alla famiglia dei Fracastoro. Il mulino è tutt'oggi funzionante, alimentato da energia elettrica.

Palazzo e Corte Salvi  

foto01bPalazzo che risale al XVIII secolo è caratterizzato da una facciata allungata semplicissima, mossa solo dal portale sporgente a lesene e semicolonne. La facciata fu disegnata dall’architetto Adriano Cristofoli (1718-1788). L’attività principale del Cristofoli, specialmente negli anni giovanili, fu di ingegnere idraulico: nel 1748 ebbe l'ufficio di secondo ingegnere dell'Adige e dal 1754 al 1765 di primo ingegnere, carica che lo assorbì moltissimo. Nel 1759, in seguito ad una piena del fiume, dovette ricostruire il ponte delle Navi e restaurare ponte Pietra a Verona. Di questa sua attività, oltre alle relazioni al Senato della, Repubblica di Venezia, restano alcune mappe del territorio veronese, assai interessanti anche dal punto di vista cartografico. Nel 1765 il Cristofoli assunse la carica di ingegnere dei Tartaro, che tenne fino alla morte e che era particolarmente importante, ma anche gravosa, dato che il fiume scorreva anche nel territorio mantovano, ed era quindi causa di numerose liti tra le due città. Gli incarichi ufficiali e l'attività del Cristofoli come ingegnere ci spiegano perché la sua opera di architetto sia piuttosto scarsa: per lo più si tratta di rifacimenti di palazzi e di ville, spesso di edifici da lui progettati, ma portati a termine dai suoi collaboratori. Nelle opere di architettura il Cristofoli specialmente nella prima sua attività, non si rivela molto originale: caratteristica della sua produzione, specie nei palazzi costruiti o progettati per Verona, è il ritorno e il recupero del linguaggio sammicheliano, che dà ai suoi edifici un particolare sapore classicheggiante. Situata nei giardini di Palazzo Corte Salvi una Pietra Storica. La pietra, un lastrone di 7 quintali, è stata realizzata a fine anni ’90 in occasione del passaggio al nuovo millennio da un artigiano locale, Vitaliano Marzotto, scultore marmista, basandosi su una ricerca storica di Remo Scola Gagliardi, da un’idea di Luigino Massagrandi, l’allora presidente della Pro Loco. La pietra è situata su un basamento in cemento ed è riparata da un vetro antisfondamento. Su di essa sono state scolpite le tappe salienti di 3000 anni di storia bovolonese, un percorso che si sviluppa a spirale e che trae origine dall’età del bronzo fino agli anni ’70. C’è spazio pure perché i posteri la completino.

Villa Panteo, Tebaldi, MaestrelloVia Ospedale, 18 ⁄ 20

Villa Panteo, Tebaldi, Maestrello si dispone con un fronte laterale e un allungato corpo rustico lungo la via che conduce all’ospedale. A delimitare la proprietà dalla sede stradale vi è pure un alto muro ove si inserisce un elegante ingresso scandito da quattro pilastri che sulla sommità hanno un vaso in pietra, attraverso il quale si accede al giardino antistante la villa che presenta il suo fronte principale esposto a sud. L’intero complesso è formato dal corpo principale a tre livelli; da un secondo edificio a carattere rustico a due piani, addossato al lato nord, sempre prospiciente la strada, e da vari altri corpi affiancati sul lato est dell’edificio padronale. Quest’ultimo, sebbene abbia elementi decorativi risalenti a periodi successivi, si presenta con un volume regolare di forma parallelepipeda la cui massiccia severità rivela intatto lo schema e la tipologia compositiva cinquecentesca. Tale origine costruttiva, confermata anche da fonti storiche, sarebbe quasi contemporanea all’insediamento della famiglia Panteo nei territori di Bovolone nella prima metà del Cinquecento quando Alvise Panteo ricopriva la carica di Vicario del luogo nel 1559.
La facciata principale, dal carattere estremamente semplice, si presenta simmetrica e con cinque assi di aperture architravate, con davanzali e cornici modanate in tufo leggermente in rilievo, e il triplice concio al centro degli architravi. In corrispondenza dell’asse mediano, a sottolineare l’atrio passante della pianta, si posiziona il portone d’ingresso su cui si imposta un balconcino balaustrato, con ringhiera in ferro battuto, sorretto da mensoloni in tufo, a voluta fortemente sporgente, collocati nei pennacchi dell’arco del portone. Un timpano curvilineo dal profilo aggettante sormonta invece la monofora architravata del piano nobile. Conclude il volume un semplice architrave sorretto da eleganti mensole su cui si imposta la copertura a padiglione. All’interno, il salone centrale passante con le stanze laterali simmetriche ripete lo schema compositivo veneto senza elementi di particolare rilievo.
Il corpo padronale con gli edifici confinanti, dal semplice aspetto, facevano un tempo parte del vasto fondo agricolo, ora quasi totalmente compreso nel centro urbano, nel quale trovavano posto le barchesse, gli edifici rustici, l’orto e il brolo. L’intera proprietà venne acquistata alla fine del Seicento da Antonio Tebaldi, il quale trasferì a Bovolone la propria residenza di campagna e provvide a una radicale ristrutturazione dell’edificio padronale, come indica una scritta in latino sull’intonaco di un rustico. Si potrebbe ipotizzare che in quella circostanza le finestre vennero contornate da eleganti profili e i portali ornati con elementi in tufo lavorato. La famiglia Tebaldi abitò l’antica casa padronale sino a tutto l’Ottocento.
 

Villa Tosi, Lucato, detta “Il Palazzone” Via Madonna, 115

Il complesso dominicale appartenuto alla famiglia Tosi occupa, con i suoi edifici, la parte occidentale di un ampio lotto di terreno ancora inserito in un contesto naturale caratterizzato dalla campagna coltivata che si estende sino al Menago. L’ingresso principale si apre con un elegante cancello in ferro, collocato tra due pilastri bugnati sormontati da statue a carattere mitologico, lungo un viale di cipressi sulla provinciale che porta a Verona. Nella parte meridionale, un secondo accesso, alberato un tempo su entrambi i lati, conduce alle acque del fiume. Il complesso, risalente al XVI secolo, presenta oggi uno sviluppo planimetrico a “L”, dato dall’unione del corpo della villa con un edificio rustico disposto ad angolo retto e proteso verso est. Il loro collegamento tuttavia venne realizzato successivamente come pure il corpo di fabbrica affiancato all’ala laterale sinistra che si allunga, con un profondo porticato, sul retro della corte. Il corpo dominicale è costituito da un edificio a pianta rettangolare alto tre piani a cui si affiancano due ali, lievemente più basse, destinate a fienile e ad abitazione rurale. Di particolare interesse, l’elegante porticato ad arco a tutto sesto situato a destra del corpo padronale.
La facciata principale, simmetrica e tripartita, è caratterizzata lungo l’asse mediano da un elegante portale d’ingresso, ad arco a tutto sesto, ornato da paraste, capitelli, volta e chiave d’arco in tufo finemente lavorato, sul quale si inserisce un balconcino in lieve aggetto con parapetto in ferro battuto. Una porta dal profilo mistilineo e dall’interessante cornice modanata con motivi decorativi permette l’acceso a questo poggiolo. L’asse si conclude con un piccolo timpano rialzato con volute laterali, quasi certamente di origine settecentesca. Le aperture delle parti laterali presentano davanzali modanati e cornice intonacata a profilo lineare con l’aggiunta, al piano nobile, di un piccolo frontone triangolare. Una lunga fascia modanata, che avvolge l’edificio su tutti e quattro i lati, segna il limite inferiore delle piccole aperture rettangolari del sottotetto mentre un alto cornicione a dentelli conclude lo sviluppo verticale della facciata. Sulla copertura a padiglione, quasi a incorniciare il piccolo abbaino centrale, si innalzano due snelli camini a forma di torre. All’interno l’edificio presenta la tradizionale organizzazione spaziale tripartita con salone passante al centro e stanze laterali simmetriche. Sebbene la struttura abbia subito spogliazioni e alcune trasformazioni, in una piccola stanza sono ancora visibili alcuni paesaggi a tempera, disposti entro cornici di stucco finemente lavorate, attribuiti alla scuola del Porta. Il fronte posteriore ripete, seppure senza elementi decorativi, la partizione e la forma delle aperture della facciata principale.
L’edificio, come riportano recenti fonti storiche, subisce nella prima metà del Settecento una radicale ristrutturazione che si conclude nel 1754 con la realizzazione di uno dei più riusciti esempi di corte rurale del veronese, nella quale l’equilibrio delle masse va di pari passo con la finezza delle decorazioni. Il termine dei lavori è documentato da un’iscrizione su di un pilastro del sottotetto, dove si legge: Quam Priores Domum Fundaverant Carolus Tosi Sacerdos Soror et Nepotes Subrestauraverunt et Superedificaverunt Anno Domini 1754 F.P.F.. La famiglia Tosi era proprietaria delle terre in contrada della Madonna ancora dal 1557, quando un certo Andrea Tosi stipula una locazione di livello perpetuo con la comunità di Bovolone e, poco dopo, riceve il permesso di cingere la sua casa con una muraglia. L’edificio è rappresentato in un disegno, ad opera di Lorenzo Giavarina e datato 1610, nel quale si nota il complesso a corte disposto perpendicolarmente alla strada per Verona e il lungo viale alberato che porta al Menago. Solo agli inizi dell’Ottocento la proprietà passa ai conti Salvi e da questi successivamente ai Lucato.
 

Corte Capello, Fiorio in località San Pietro

La famiglia Capello, che fu proprietaria per lungo tempo di questa corte situata a Bovolone, giunse in paese nel 1490, quando Girolamo ottenne dal vescovo di Verona la locazione del fondo Seccavezza. Altri documenti ne attestano la presenza nel Cinquecento: infatti Gerolamo, nel suo testamento nel 1568, obbligava gli eredi al mantenimento del cappellano nella chiesa di San Pierin. Nello stesso atto veniva suddivisa la proprietà e citata la Casa Grande di corte Capello. Fu nel secondo decennio dell’Ottocento che i possedimenti della famiglia furono ceduti al marchese Antonio Cavalli che, nel 1886, disponeva non solo di campi ma della casa padronale e dell’oratorio privato. Buona parte di corte Capello è giunta fino a noi integra nelle sua cinquecentesca struttura originaria.
L’imponente portale ad arco dà accesso alla corte dove si estende la casa padronale dalla severa partitura di facciata: il portale ad arco d’ingresso è accompagnato, lateralmente, da piccole finestre quadrate e, al di sopra, in coincidenza con il piano nobile, si apre una serie di finestre rettangolari; eleganti e stilisticamente perfetti gli ovali del sottotetto.
Da segnalare l’oratorio intitolato a San Pietro, probabilmente modificato nel Settecento e oggi dall’aspetto classicheggiante.
 

Corte Zampieri in località Ponte Nuovo

Lo stemma della famiglia Zampieri posto su di un pilastro del portone d’accesso attesta come la dimora fosse tra le più eleganti della zona: il portale bugnato si apre centralmente all’edificio affiancato da finestre binate coincidenti con il salone centrale. Modanature in rilievo perimetrano le finestre rettangolari del piano terra e del piano nobile e, più semplicemente, contornano le finestre quadrate del piano soffitta. Due originali camini si ergono lateralmente sul tetto. All’interno le stanze si aprono ai lati del salone centrale. Per accedere alla villa, davanti alla quale si trova un parco con piante secolari, si attraversa un ponte sul fiume Menago. L’area era, in origine, priva di fabbricati e apparteneva, agli inizi del Seicento, alla famiglia Panteo. È con la fine di quel secolo, dopo la vendita del terreno a Francesco Zampieri, che viene documentata la presenza di una casa con brolo. Era un edificio di modeste dimensioni, non certo riferibile a quello attuale. Infatti, con gli inizi del Settecento, la famiglia Zampieri decise di ristrutturare l’intero edificio rendendolo molto simile a quello giunto fino a noi. La famiglia fu proprietaria della corte fino a quando l’ultima erede Luigia Zampieri, nel 1849, la portò in dote al marito Gatti.