Ville, Palazzi, corti e musei

Uno spazio specifico meritano le Case a Corte e le ville sparse nel territorio legnaghese. Sono luoghi spesso sconosciuti ma da sempre punto di riferimento non solo per il territorio ma anche per l’ambiente economico-culturale che ci circonda. Se ne sono censite e studiate ben 64; luoghi ancora magici che conservano ancora oggi la storia e le tradizioni del passato. Le Case a Corte sono infatti quel complesso di edifici che consentivano il pieno utilizzo operativo e funzionale di un territorio, di un fondo, di un’appartenenza locale dove, accanto alla villa, esistevano sempre uno o più possedimenti collegati.

VILLA AMBROSO, TONETTI DETTA “EL BATORCOLO”

legnago 36Si trova all’incrocio di una centuriazione romana, a nord della frazione di San Pietro di Legnago, ai confini con il Comune di Angiari, e rappresenta uno degli esempi più interessanti di corte rurale che si è sviluppata nel corso dei secoli senza mai perdere la sua importanza. Dopo un periodi di silenzio, a riportarla all’antico splendore sono stati gli importanti ritrovamenti fatti al suo interno dall’attuale proprietario l’avvocato Tonetti. Di questa corte, denominata Corte Mezzane, Ambroso, Tonetti, si hanno notizie già dal 1368. Visse, come tante altre dimore del territorio, le traversie di secoli difficili e fu sottoposta più volte a rimaneggiamenti anche se il corpo centrale è sicuramente di origine cinquecentesca. Recenti restauri hanno messo in luce vari affreschi di notevole pregio. L’ingresso è caratterizzato da due sculture raffiguranti cani ringhianti. La facciata della villa è stata appena restaurata con la ripresa dell’intonaco precedente e ha riportato alla luce una bella meridiana seicentesca divisa in due da un camino realizzato in periodi successivi. Al centro della facciata spicca un balconcino balaustrato cinquecentesco. Da annotare, poco sopra il portale d’ingresso che immette nel salone centrale, un bel disegno floreale cinquecentesco. Il salone principale conserva splendidi affreschi mentre altre tre sale sono arricchite da affreschi di epoche successive. I soffitti, in legno, sono a cassettoni decorati. Vi sono anche altre sale affrescate ma purtroppo solo una parte di quanto si trovava un tempo è stato finora recuperato. Di fianco ad essa sorge un cinquecentesco oratorio dedicato alla Madonna della Neve.

PALAZZO BIANCHI ORA FERIOTTO-SCODELLARI O PALAZZO DEL CAPITANIO 

DSCF1867Palazzo Feriotto-Scodellari si trova lungo via Minghetti nel cuore di Legnago e dalle sue finestre è possibile vedere gli argini del fiume che scorre lento a poca distanza. Distrutto e ferito dopo i terribili bombardamenti del 1944, rappresenta quel poco di antico che Legnago conserva ed è la diretta testimonianza di come dovevano essere, in periodo veneziano, le abitazioni nobili delle famiglie legnaghesi più facoltose.
Oggi la Palazzina Veneziana o il Palazzo del Capitanio come molti la chiamano, internamente è ben diversa dalla dimora del 1500. Nella parte centrale è abbellita da un tipico cortile interno in cui, un tempo, campeggiava un pozzo. Al primo piano presenta finestre contornate da marmi riccamente decorati mentre una pregevole bifora denota l’eleganza delle sue forme. Un loggiato, di epoca più recente rispetto al nucleo centrale, completa l'edificio. Non sono originali gli stucchi che contornano i due portali che si trovano al piano terra ma l’interno è caratterizzato da un artistico cortile e da dei bei portali in tufo e marmo lavorati. Il palazzo è strutturato su tre livelli ed i lavori succedutisi nel corso dei secoli, ne hanno radicalmente modificato l’assetto interno. Una scala collega pian terreno con il primo ed il secondo piano mentre gli elementi più interessanti si trovano al primo piano. Qui troviamo un bel soffitto in legno a cassettoni decorato databile tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500 dove i fiori e le varie allegorie dipinte, risultano di elegante fattura. La stanza viene impreziosita poi da una cornice dipinta a ridosso del soffitto che ricorda come lavorazione sia il Batorcolo a San Pietro di Legnago, sia palazzo Sanguinetti a Casaleone, sia villa Cainaqua a Caselle di Pressana. La stanza adiacente, illuminata dall’elegante bifora, ha invece un soffitto riccamente dipinto nell’800 con motivi floreali, strumenti musicali, cesti di fiori ed altre allegorie realizzate con colori intensi sopra il quale, nascosto dall’incannucciato che lo ricopre, potrebbe trovarsi un altro quattrocentesco soffitto a cassettoni simile a quello della stanza a fianco. Il resto dell’edificio non ha null’altro di rilevante dal punto di vista pittorico mentre il complesso viene considerato da tutti come la più bella dimora gotico-veneziana di Legnago.
 

PALAZZO SAN BONIFACIO 

palazzo sanbonifacioPalazzo San Bonifacio rappresenta una caratteristica corte urbana posta nel cuore di Legnago. Confinante con l’attuale Pretura che un tempo ospitava le carceri locali e all’interno della quale sono ancora conservati alcuni graffiti praticati sui muri dai detenuti (da ricordare sempre che Legnago è stata una delle fortezze del quadrilatero e che qui funzionava anche un tribunale che emetteva condanne che venivano scontate sul posto), l'intero complesso è stato più volte restaurato nel corso dei secoli e, a riprova di ciò, vi sono alcune "impronte" di finestre in stile veneziano che si possono ammirare da piazzetta San Rocco.
Il vicino edificio, ora sede di uffici e di studi legali, venne costruito in epoche antiche ed ha molti richiami legati ad antiche dimore cittadine come Casa Romei a Verona. Durante i lavori di restauro sono infatti venuti alla luce alcuni elementi che fanno pensare anche alla presenza di una torre medievale e anche alcune mura esterne avvalorano questa ipotesi. Nel corso dei secoli il palazzo fu in più occasioni modificato e trasformato dai San Bonifacio, i feudatari residenti a Villa Bartolomea, come la Corte urbana, la casa di città che poteva essere utilizzata nel centro storico Legnaghese per i momenti sia culturali ma anche politico/amministrativi della nobile famiglia. La famiglia del Conte Milone San Bonifacio, fu tra i fondatori del teatro Salieri e il palazzo veniva pure utilizzato per partecipare alle rappresentazioni teatrali della cittadina legnaghese giungendo magari in città qualche giorno prima dello spettacolo e ritirandosi al termie dello stesso senza dover di notte intraprendere un poco sicuro rientro fino a Villa Bartolomea in carrozza.
Delle varie stanze una in particolare risulta affrescata. E’ il salone delle feste il cui soffitto è abbellito da pitture legate alle arti ed in particolare la musica, la letteratura, l’astronomia e l’architettura con lo stemma della famiglia San Bonifacio che troneggia. I lavori sono riconducibili alla fine del 1600, inizi del 1700 mentre in una stanza fa bella mostra di sé un camino del 1800.
Della presenza dei San Bonifacio nelle nostre terre si parla già in alcuni atti del 1400. Fu a seguito delle doppie nozze tra Francesca da Forano e Lodovico di San Bonifacio e Margherita de Terzi, figlia di Francesca e vedova di Ottone de Terzi con Marugola di San Bonifacio, che il feudo di Villa Bartolomea passò alla famiglia dei Conti di San Bonifacio che ottennero il riconoscimento della successione e l’investitura del feudo di Villa Bartolomea dalla Serenissima Repubblica di Venezia per tutti i discendenti maschi della loro famiglia. Rimase tale dal 1433 fin dopo la fine della Repubblica Veneta. Tra le varie proprietà ed i palazzi di Villa Bartolomea, la famiglia acquisì pure questo edificio a Legnago che provvide a sistemare e ad ampliare.
Palazzo San Bonifacio, imponente ed elegante, è disposto su tre piani oltre al sottotetto ed ha in sé tutte le caratteristiche delle corti di città ma con tanti altri elementi aggiuntivi come la stalla, le scuderie, un cortile interno con abbeveratoio per i cavalli e due ingressi. Quello principale dà su Piazza San Martino mentre la villa è divisa in due da un passaggio carrabile tra le strade San Martino e Carceri. A pian terreno trovavano dislocazione oltre all’ingresso principale, la legnaia ed il deposito, la scuderia, la cantina, un cortile interno ed i servizi per la servitù. Nell’ala staccata si trovavano invece le stalle. Al centro invece c’è il grande scalone d’onore che permette l’accesso ai piani nobili. Il primo era occupato da un salone in battuto veneziano, un soggiorno, tre salotti, la grande sala delle Feste o delle Arti con i vari affreschi e, a fianco, le camere da letto. Un balconcino passante permetteva di vedere dall’alto il cortile interno. Il secondo piano era invece riservato per gli ospiti mentre alcune stanze erano utilizzate dalla servitù. Anche qui vi è una stanza con soffitto a cassettoni ed un’altra camera con pavimento veneziano, ulteriore riprova che anche questo piano aveva un utilizzo non certo di servizio. L’ultimo piano, oggi adibito ad uffici, era uno spazio unico caratterizzato da un’antica travatura e con pavimenti con tavolette in cotto. Tra i vari elementi del palazzo possiamo osservare alcune finestrelle romaniche, il pavimento in battuto veneziano ed alcune artistiche lavorazioni nelle varie cornici.
Alcune curiosità sono legate ad una porticina, chiamata porticina dei morti e che dà su via San Martino. Era utilizzata, specie nel periodo medioevale, per fare uscire i morti dal palazzo, facendoli transitare per il loro ultimo viaggio, dal retro e non dal portone principale della villa. Il palazzo, infine, vide questo quartiere trasformato in zona poco raccomandabile, sia come quartiere cinese di Legnago sia come luogo usato dalle prostitute.
 

VILLA BRAGADIN, DETTA “LA BRAGADINA” - S. PIETRO DI LEGNAGO

DSCF1793Villa Bragadin, a San Pietro di Legnago, è un complesso di grandi dimensioni un tempo di proprietà della famiglia dogale dei Bragadin, poi Treves quindi Centin. La nobile famiglia veneziana, che diede il nome alla villa e al suo esteso complesso, aveva proprio nel legnaghese un vasto latifondo con terreni arativi, prativi e anche paludosi. Per la sua gestione e per il suo controllo, la famiglia veneziana si attivò per costruirvi gli estesi edifici annessi. L’immobile, infatti, è per buona parte del XV secolo anche se alcuni interventi successivi ne hanno modificato in parte la struttura. Nella seconda metà del Settecento la famiglia Bragadin ne aveva l’affitto mentre proprietaria risultava la Magnifica Comunità Legnaghese con circa un migliaio di campi dei quali buona parte coltivati a risaia.
Oggi l’intero complesso, dipinto di colore rosso pompeiano e restaurato dal barone Gastone Treves de Bonfili, colpisce per la sua grandiosità e per la vastità sia della residenza che dei rustici annessi; oltre 50 sono infatti le stanze della Villa. L’interno è funzionale e, a pian terreno nessuna stanza risulta affrescata. Una scala in tufo permette di accedere ai piani superiori dove spicca il salone centrale abbellito da un cornicione appena sotto il soffitto in legno. Sulla destra della villa si trovano l’oratorio settecentesco abbellito nella facciata da quattro fine colonne e da una finestra ovale che da luce all’interno così come le due finestre poste ai lati della facciata.
 

VILLA CASORATI -AVRESE, GIAON - VILLA MARIA VIGO DI LEGNAGO

villa mariaIn passato centro economico amministrativo di un’estesa proprietà e trasformata nell’Ottocento ad imitazione gotico veneziana, villa Maria sorge nella periferia di Vigo, lungo la strada che porta verso Villa Bartolomea. Anche se negli ultimi anni versa in uno stato d’abbandono, per arrivavi è necessario imboccare una stradina graziosa, fiancheggiata da alberelli e da una siepe sempreverde. La villa era un tempo, forse casa di caccia e sede amministrativa dell’intera tenuta e venne trasformata in casa di campagna dai coniugi Casorati- Avrese, facoltosa famiglia legnaghese.
Il palazzo è la caratteristica residenza a mattone scoperto con il salone d’entrata a piano rialzato per affrontare le inondazioni. L’Adige è, infatti a poche centinaia di metri e proprio in questi luoghi il suo alveo compie una leggera curva proprio verso destra e cioè verso il paese di Vigo. La villa venne quindi progettata per contenere anche eventuali inondazioni assicurando anche una piacevole visione grazie alle forme che ricordano un antico castello con torre merlata. La costruzione, pur già presente in epoche antiche, venne trasformata nell' Ottocento dalla nobile famiglia legnaghese Giò Batta Bianchi (1824- 1899) e Amalia Maggioni (1831 - 1906) ad imitazione gotico veneziana divenendo una suggestiva ed accogliente dimora agreste con grande aia e rustici.
Sul finire del secolo scorso il podere passò alla famiglia Avrese; poi la proprietà venne ceduta ad Angelo (1875-1945) che l'acquistò nel 1920 dalla signora Maria Avrese vedova Casorati, donna distintissima appartenente ad una eminente famiglia legnaghese di fine Ottocento. I proprietari successivi di villa Maria sono Guido Giaon e i discendenti del fratello Lino. Ora la nobile dimora, è di proprietà della ditta Si.Be. s.r.l. che intende ristrutturarla per ricavarne degli appartamenti.
 

VILLA FAGIUOLI, SOLIMAN – CANOVE

villa fagiuoliVilla Fagiuoli rappresenta la realizzazione di un sogno che un illustre uomo politico di Legnago volle rendere concreto nella campagne del Basso Veronese. Il sito era conosciuto già in antichità anche se i documenti sono scarsi e a volte poco comprensibili ma qui, proprio di fronte alla strada che da Porto di Legnago conduce a Terrazzo, il giureconsulto Achille Fagioli, insigne ed eminente uomo politico della cittadina legnaghese, volle costruire, attorniata dalle sue proprietà, la propria dimora. Fagioli, nato nel 1843 e morto nel 1896, rimase famoso non solo nella propria cittadina ma in tutto il Basso Veronese e in tutto il Veneto, grazie allo «Studio Fagiuoli». Egli, prima di trasferirsi in questa nuova dimora, abitava a Porto in un palazzo in contrada Bastia (Fioroni); la decisione di andarsene dalla propria abitazione venne presa dopo la rotta dell'Adige del 1882, allorquando l'intero borgo dove egli abitava fu abbattuto per allargare l'alveo del fiume. Il Fagiuoli allora, si trasferì proprio a Canove (cioè Case Nuove) dove volle realizzare una casa con una fisionomia caratteristica e uno slancio particolare.
Arrivare alla villa è semplicissimo. Infatti, percorrendo la strada che da Canove conduce a Legnago, l'occhio corre dall'ingresso al giardino, che regge due offerenti in tufo, al ciuffo degli alberi e, soprattutto, all' ottocentesca serra con belle colonne doriche. Dentro la villa c’è ancora un simpatico accento stilistico liscio e curato. Saloni, sale, varietà di stanze, impressioni vive e agili, venute volta a volta a soleggiare il buon gusto che il proprietario aveva capito e rispettato. Da qui il Fagiuoli gestiva ed amministrava i propri interessi e le sue proprietà e la gente ricorda che quando era da lui abitata, gli interessi di questa costruzione erano costituiti, oltre che dai campi, dai vetri di Venezia e dall'ottimo arredamento che rendeva le stanze e i saloni molto accoglienti.
Il proprietario, purtroppo, non godette molto i benefici di questa casa e la proprietà venne acquistata intorno agli anni Venti da Giuseppe e Giovanni Soliman. Nel 1898 il Comune a sue spese, costruì nel cimitero di Legnago la cappella «Beneficis in patriam» a onore dell'illustre cittadino.
 

PALAZZO SAN GIOVANNI - CANOVE

palazzo san giovanni ridNon sono molti gli edifici antichi situati alla sinistra dell'Adige. Tra essi, nella frazione di Canove in contrada San Giovanni, l'omonimo palazzo. E' una residenza settecentesca a due piani con sottotetto illuminato da finestre quadrate.
Un tempo residenza della famiglia Celeri, che la donò all’ospedale di Legnago, e ora proprietà Fochesato, della villa colpiscono il portale d'ingresso sovrastato da un balcone in ferro battuto e l'entità dell'intero complesso delimitato e cinto da un muro in cotto. Il portale d’ingresso ha un grosso mascherone a significare la forza e la potenza del proprietario. Particolare il recupero effettuato sul portale in tufo che conserva ancora oggi i lineamenti e l’eleganza di un tempo. Palazzo San Giovanni rappresenta la tipica residenza di campagna a due piani, il pian terreno occupato da cucina, salone per i ricevimenti e quello superiore dove trovavano dislocazione le camere da letto. L’ultimo piano era riservato a granaio e deposito. Due comignoli, situati nella parte esterna dell’edificio, attestano la presenza di camini esterni ripresi pure nella parte posteriore dell’edificio. Foto antiche documentano come, sulla parte destra della facciata, vi fosse pure tra le finestre, un’antica meridiana. Il retro, in parte nascosto da alte piante, riprende gli stessi lineamenti e la stessa disposizione della parte anteriore con balcone in ferro battuto (murato). Un sapiente restauro ha, oggi, donato l’antico splendore alla nobile residenza che, in passato, era ricordata pure per la grande aia. Da annotare anche la barchessa di grandi dimensioni e i rustici utilizzati per le attività della campagna, oltre al muro di cinta che delimitava l’intera proprietà.
 

VILLA POMPEI, PEREZ-ARMELLINI A VANGADIZZA DI LEGNAGO 

imagesCQ2X6ETPPosta quasi a metà strada tra le frazioni di Vangadizza e San Pietro di Legnago, di questa villa colpiscono una bellezza e l’imponenza della grande torre detta “del Serraglio”. Attorno ad essa da sempre si è avuto un alone di mistero con leggende vere o presunte che si narravano incunearsi tra le sue mura come quella dell’esistenza di un passaggio segreto che conduce ad un altro antico edificio situato poco lontano. L’intero complesso si può adatta tra il ‘500 e il ‘600 mentre la torre oggi è nota con il nome de “la Colombara”. La facciata ha un alto portale sagomato a bugne e finestre con inferriata sporgente. Due finestre forniscono luce ai vari piani e caratteristica è pure una bella bifora posta quasi a metà della torre oltre ad uno stemmo marmoreo posto poco sopra e murato nella parte alta che dovrebbe appartenere a Girolamo Pompei. Quattro finte colonne caratterizzano la parte centrale della torre mentre altre due piccole finestrelle ovali situate sopra un marcato cornicione, permettono di accedere alla parte conclusiva della torre la più bella e la più riccamente lavorata. La villa sembra stata prolungata nel Settecento fino all’angolo esterno del muro di cinta. A fianco si trovava una barchessa inserita nell’elegante linearità dell’intero complesso. L’interno della villa è caratterizzato da ampi saloni con soffitti a travature uno dei quali conserva ancora un camino di notevoli dimensioni. Oggi, purtroppo, Villa Pompei si trova in stato di abbandono e della nobile residenza dei conti Pompei, rimane solo il nome e l’eleganza delle forme architettoniche.

CORTE MORATELLO – VILLA CORRUBIO A SAN PIETRO DI LEGNAGO 

legnago 39Corte Moratello è un edificio imponente posto all’ingresso di San Pietro di Legnago. Maestosa la torre con merlatura ghibellina di fianco alla quale si sviluppa la casa patronale e, tutt’attorno, le barchesse che delimitano un’immensa aia. L’intero complesso venne costruito nella prima metà del 1800 anche se alcune mappe cinquecentesche del territorio attestano che in tale luogo già vi fosse un precedente edificio. Oggi Corte Corrubio, ora Moratello è caratterizzata da una elegante facciata con portale d’ingresso lavorato sopra il quale si trova un balcone. Due leoni in tufo vigilano all’ingresso. Sul lato sinistro svetta la torre merlata e di fianco il brolo anch’esso racchiuso da un altro muro un tempo abbellito da varie statue sempre in tufo. La corte fu costruita dall’ingegner Antonio Bianchi (1833-1894), venne acquistata da De Stefani, quindi dalla famiglia Moratello. L’interno ha i soffitti dei saloni affrescati in buona parte in stile liberty e impreziositi da disegni floreali o geometrici. L’ampio salone d’entrata divide in due la casa disposta elegantemente su entrambi i lati. Il piano superiore conserva le cose più interessanti. Infatti il salone centrale è completamente affrescato con opere presumibilmente della seconda metà del 1800. Sono ripresi scorci di Venezia, in particolare l’Arsenale e il nuovo ponte ferroviario che collega Venezia alla Terraferma; alcune immagini agresti; una veduta del Nord Europa e un’altra che richiama l’antica Cina. Anche il soffitto è dipinto con fregi e decorazioni floreali oltre agli emblemi dei segni zodiacali e lo stemma di Verona e della signoria scaligera. Anche le altre stanze, adiacenti al salone centrale, sono affrescate con colombe e putti.

VILLA CA’ BIANCA IN LOCALITA’ CASETTE 

ca bianca ridLungo la strada che dallo Stadio porta a Vangadizza, in località Paradiso spicca sulla destra un grande parco che fronteggia una villa conosciuta come Ca’ Bianca di proprietà De Stefani. La bella dimora rappresenta una delle poche memorie storiche di Casette di Legnago. La costruzione, degli inizi del 1900, venne rifatta ed ampliata nel 1927 su progetto dell’architetto Mario De Stefani (1901-1969) ed è situata su di un terreno confinante con il “palazzotto” che era un’altra proprietà del padre l’ingegner Giovanni De Stefani (1870-1929). Questa insigne persona fu sindaco di Legnago dal 1905 al 1909 in un periodo caratterizzato da agitazioni e scioperi che aggravarono ancor più le già disagiate condizioni economiche del legnaghese. Terminati i lavori di rifacimento, la   Casa Bianca venne abitata per alcuni anni da una famiglia di coloni locali e, nel 1933, vi si stabilì definitivamente la vedova Bianca De Stefani (1877-1964) con i figli suor Emilia, l’architetto Mario, Caterina, Antonio, Leone morto in Africa nel 1941, Paolo, Giandomenico e Stefania. La villa, già in origine caratterizzata da un atrio vastissimo, ha la forma di loggiato con vele e colonne a elementi e fasce di decorazione in cotto scoperto. La facciata, bella ed elegante, è caratterizzata da tre maestosi archi a pian terreno mentre un balcone, anch’esso a tre luci al piano superiore, riprende il motivo sottostante. Le finestre ricalcano lo stile su di ogni piano mentre ai lati, alcune particolari lavorazioni quasi degli stemmi, forniscono ulteriore eleganza all’intero complesso.

VILLA I SANTI, GIANNELLA, ZERBINATO A PORTO DI LEGNAGO 

villa zerbinatoPoco fuori Porto di Legnago, nei pressi del fiume Terrazzo, si trova la casa cosiddetta dei Santi. L’intera area è bagnata dal canale Dugal-Terrazzo che la divide e si presenta come un territorio a sé che si snoda e si sviluppa proprio sulle rive di questo antico canale veneziano. La dimora, abbellita anche da un oratorio dedicato a Santa Maria, si trova propri a ridosso del fiume; per accedervi è necessario oltrepassare un magnifico portone in cotto, sovrastato da strutture in pietra, chiuso da un portone in ferro battuto di antica fattura cui si appoggia la chiesetta in strutture neoclassiche. La casa padronale è strutturata alla veneziana con un ampio salone, stanze laterali su entrambi i lati, scala di accesso al piano superiore, e un ampio salone al piano nobile con stanze laterali disposte come i vani sottostanti. Dalla villa era possibile accedere direttamente alla cappella. L’intero complesso dal 1750 e fino alla fine del dominio austriaco, fu di proprietà dei principi Pianella mentre oggi appartiene alla famiglia Zerbinato. Nonostante il trascorrere del tempo, conserva ancora molti dei suoi elementi originali come soffitti a cassettoni, pavimenti in cotto, serramenti belli e originali. Davanti alla casa, un bel parco all’italiana, piccolo ma arricchito da piante secolari. Sul retro invece, vi è l’aia delimitata da un muro perimetrale che si apre verso la campagna. L’oratorio fu eretto verso la fine del 1600 ed è impreziosito da un altar maggiore in marmo nel 1754. L’interno è ad un un’unica navata con abside centrale, piccolo ma molto elegante con una grata in legno da dove i nobili partecipavano alla messa.

VILLA COLOMBARA VALERI, MORATELLO, PESARIN A SAN VITO DI LEGNAGO 

Villa Pesarin Moratello ridA poche decine di metri dalla superstrada, si incontra questa casa contraddistinta da un’elegante torre colombara con annessi rustici. Da alcune ricerche fatte da studiosi locali sembra che la casa abbia origini molto antiche e che fosse appartenuta ad una famiglia proprietaria di estesi beni proprio in questi luoghi. La torre colombara così come oggi noi la vediamo, può ricondursi all’edificio originario del XV secolo. Accanto alla casa padronale, infatti, si trovano la torre colombara, inserita in un secondo momento nel complesso abitato nobile, i rustici e i ripostigli. La torre, a tetto spiovente, aveva di sicuro un duplice scopo: quello di allevare i colombi ma anche quello di difesa. Avvicinandosi all’edificio, degno di nota è il portone di ingresso, in origine a tutto sesto con massicci serramenti originali asportati prima del restauro. Appena oltrepassato l’uscio, non si può non alzare lo sguardo ed ammirare il bel soffitto a botte con mattoni faccia a vista che sovrastano l’androne. Le sale interne, grandi ed accoglienti, non sono quelle di un tempo proprio per la nuova destinazione della colombara ma offrono ancora oggi al visitatore l’idea di come fosse un tempo l’interno. La torre è disposta su tre piani e con due belle finestre ovali al primo mentre, poco sopra le aperture dell’ultimo, si trova un fregio originario. Un altro camino svetta sul tetto della torre. Annessi troviamo i rustici, sulla destra della casa, disposta su due piani e ritornata ad essere la dimora di un tempo dopo decenni di abbandono. Sulla sinistra è poi disposta la barchessa un tempo utilizzata per il ricovero di attrezzi e degli animali. Davanti alla Colombara si apre un ampio parco così come un tempo si apriva l’estesa aia. La Colombara dopo varie traversie giunse, verso la metà del 1800, alle famiglie Valeri, Moratello e quindi Pesarin.

Palazzo Cagalli, Bertassello

cagalliNella frazione di San Pietro di Legnago degno di essere visto è questo interessante complesso settecentesco di cui rimane, riferibile a quell’epoca, solo il palazzetto centrale con portale d’ingresso ad arco a tutto sesto. Della nobile e signorile dimora di un tempo rimangono, purtroppo, solo la villa ed alcuni rustici ad essa annessi in parte recentemente restaurati. Il palazzo, in passato di proprietà dei nobili Cagalli, aveva davanti all’entrata un’estesa aia oggi sostituita da un parco mentre, annesso alla villa, si trovava un esteso fondo agrario scorporato dalla residenza ormai da lungo tempo. In passato un muro di cinta delimitava l’intera proprietà composta da villa, barchesse e abitazioni dei lavoratori mentre, all’interno dell’intero complesso, si trovava anche un oratorio settecentesco ora andato perduto. Da vedere il bell’abbaino centrale caratterizzato da un’apertura centrale con una particolare forma geometrica e i due camini costruiti in stile veneziano con canne fumarie esterne. Le quattro finestre esterne danno geometria ed eleganza all’intera struttura che trova il suo completamento nell’arco abbellito dal balcone che caratterizza il salone centrale al piano superiore.

 

Villa Centin, detta “La Rosta”

la rostaCostruita con caratteristiche similari alla “Bragadina”, villa Centin, detta “La Rosta”, fu voluta dal barone Camillo Treves nell’Ottocento per la raccolta e la vendita del riso. Oggi parte di essa sta cadendo mentre solo parzialmente un attento restauro ha riportato all’antico splendore un’ala del complesso. Sorte diversa stanno subendo alcuni rustici annessi, prossimi al crollo; uguale sorte il bellissimo fienile posto oltre un fiumicello che ancora oggi delimita a sud la grande aia. Villa Centin è situata lungo la strada che dal centro di Vangadizza di Legnago porta verso Torretta ed è collegata alla “Bragadina” con un lungo viale rettilineo alberato; la proprietà è infatti divisa dal fiume Bussè. In passato doveva rappresentare un complesso poderoso come ancora oggi attestano le grandi barchesse e la stalle. Tutto attorno pioppeti e, un tempo, risaia e pascolo ora in parte sostituiti da grano e tabacco. Da antichi documenti risulta che una parte del complesso era riservata a una pila da riso che si univa alle altre due presenti in villa Bragadin. Dei nobili che ne furono proprietari, vi è ancora oggi testimonianza grazie a due stemmi, uno visibile sulla facciata del complesso edilizio, l’altro invece recuperato dalla famiglia De Berti e conservato all’interno della casa; è lo stesso stemma che si trova incassato sul camino di corte Bragadin appartenuta ai Treves. Entrando oggi nella proprietà colpisce il grande portale a volta sotto il quale passavano i vagoni ferroviari direttamente collegati con “La Bragadina” che trasportavano prodotti agricoli e persone. Al centro degli edifici due torri colombare conferiscono eleganza e maestosità all’intero complesso. La casa dei signori, utilizzata raramente vista la vicinanza con l’altra, è situata ad ovest ed è delimitata da un piccolo giardino interno. Al centro della barchessa una grande meridiana scandiva il tempo e sotto di essa si apre una bocca di leone dalla quale probabilmente veniva gettato il frumento sui carri. Il grande fabbricato è suddiviso in 7 arcate e l’intero complesso era dipinto in rosso pompeiano. Tutto intorno torri, abitazioni per i braccianti, depositi per attrezzi agricoli e un’ampia aia. Curiosa la campana situata sul tetto dell’edificio utilizzata per chiamare a raccolta i numerosi braccianti a servizio dei signori. La proprietà, oggi divisa tra le famiglie De Berti-Ortolani e Giarola, vede nella parte ovest due portali identici delimitati da colonne in tufo sopra ciascuno dei quali si trovano due tipici balconcini con ringhiera in ferro battuto. Parte del le finestre sono pure contornate in tufo, forse a identificare la porzione della casa riservata al signore. Sono oltre 20 le stanze interne alcune delle quali conservano nei soffitti affreschi con disegni geometrici. Caratteristica, in una stanza, la presenza di due colonne ottocentesche oggi incassate nel muro ma un tempo forse usate come abbellimento della sala.

Colombara Giannotti, Tieni-Sboarina

Uscendo dall’abitato di Porto di Legnago e dirigendosi verso Boschi Sant’Anna, nel bivio dello Slavacchio si può osservare una grande torre quadrata. Comunemente è chiamata “La Colombara” e documenti certi attestano come essa agli inizi dell’Ottocento fosse di proprietà dell’ingegner Giovanni e del fratello Scipione Giannotti per poi passare, nel 1930, all’avvocato Camillo Bellisai di Padova. Il complesso edilizio, di probabile origine veneziana, si può far risalire al XV secolo ed è situato in un punto strategico per la disposizione del territorio situato sulla sinistra del fiume Adige alla confluenza di due vie, la prima comunale detta “dello Slavacchio”, la seconda che da Legnago porta a Marega di Bevilacqua. Le sue vicende storiche sono difficilmente riscostruibili anche se vi è chi la inserisce, come sede amministrativa isolata, all’interno di un più vasto possedimento smembrato durante i secoli. La tradizione e anche alcuni studi locali, fanno presumere che la torre isolata nella campagna fosse utilizzata con compiti di difesa e di controllo del territorio. Da rilevare pure che, a poca distanza, si trovava il “bosco di Porto” fondamentale per l’economia della Serenissima e del quale venivano utilizzati i preziosi alberi per costruire le navi della flotta veneta; era fatto divieto a chiunque di prelevarne legname da costruzione senza formale autorizzazione. Non è quindi escluso che la torre potesse avere entrambi i compiti: amministrativo ma anche di controllo e di difesa di un’area di indubbio valore. Essa, comunque, non si differenzia da altre presenti sul territorio con i due piani inferiori abitabili e con l’attico privo di aperture. Le stanze all’interno sono piccole e di ridotte dimensioni e le stesse scale sono anguste e ripide. Un recente restauro ha riportato alla luce vari particolari tra cui i cornicioni dentellati con fregi di mensoletta pensili in cotto e con l’inferiore dei due abbellito negli angoli da testine di animali scolpite in pietra bianca. L’apparato decorativo risulta molto raffinato anche se sembra non databile oltre la metà del XV secolo. Delle aperture originarie, con davanzali sporgenti in pietra di profilo gotico, due monofore ad arco al primo piano vennero murate durante lavori che riguardarono l’intero complesso edilizio. Addossata alla torre si trova la barchessa, anche questa presumibilmente del Cinquecento.

Villa Betti, detta “La Pioppa”

la pioppaLungo la strada che da Porto di Legnago conduce a Boschi Sant’Anna, superata via Slavacchio, è ben visibile un’elegante costruzione che si erge isolata e circondata dal muro di brolo. Villa Betti fu posseduta, sino al 1894, da Albina Betti-Gianotti, e venne acquisita in eredità da Rosalbina Betti che cedette il fondo “La Pioppa” con villa e rustici a Giovanni Borasca di Sant’Anna nel 1933. La nobile residenza, chiamata “La Pioppa”, aveva acquisito questo nome grazie a un gigantesco e frondoso platano che era stato piantato al sorgere della villa, sul limite della strada, e che fu abbattuto durante l’ultimo conflitto mondiale allo scopo di fornire legna. La villa è costruita con il tipico schema distributivo della villa veneta; la sala passante del piano nobile attraversa i due prospetti principali della villa: su entrambi i lati del salone si aprono doppie stanze. Il complesso prosegue, sulla sinistra, con alcuni edifici rustici ed è chiuso dal muro di brolo, in buona parte ancora originario. I fronti hanno un disegno simmetrico e la facciata principale è analoga a quella retrostante con un doppio loggiato e un bel portale d’ingresso presente sui due lati. A fornire eleganza all’intero complesso edilizio sono i frontoni di coronamento, formati dal timpano triangolare con sopralzo adibito a soffitta, conclusi da elementi decorativi ai vertici. Ai due lati della finestra quadrata centrale del sopralzo sono ancora visibili le due specchiature ottagonali che si ripetono specularmene su ambo i fronti. Appena a fianco del loggione, sulle falde del tetto dei prospetti, campeggiano artistici camini. L’elemento di spicco è la grande monofora centinata del piano nobile completamente profilata da elementi in pietra e inserita all’interno di una specchiatura di forma rettangolare. Anche le finestre rettangolari che si aprono ai lati della monofora sono caratterizzate da modanature in pietra lievemente aggettanti. Alla villa si accede dal lato in affaccio al piccolo giardino, delimitato anch’esso dal muro di cinta, attraverso un cancello che riprende gli elementi decorativi dei vertici del timpano principale. Addossate sulla sinistra della nobile dimora le barchesse, dai grandi archi a tutto sesto, e altri rustici collegati.
La villa venne eretta nel 1696 come attesta un’iscrizione apparsa sulla faccia del cortile. Per la sua particolare posizione essa doveva offrire un invidiabile silenzio fra la serena maestà dei pioppi che la contornavano e ombreggiavano l’allegra varietà delle aiuole del giardino attiguo alla strada. Il palazzo esce indubbiamente dalla architettura civile minore ma l’espressione della sua nobiltà trova conferma nella presenza dei saloni interni dagli alti portali, nei soffitti in legno a cassettoni, nell’eleganza dei rossi camini ottagonali, nelle scuderie padronali e altre notevoli testimonianze.
 

Corte Donà detta “La Marchesa”

la marchesa ridÈ situata nell’estremità sud del territorio legnaghese, all’interno della frazione di Vigo ed è parte di un imponente complesso che si snoda addossato ad un corso d’acqua, il Dugalone, un tempo approdo per le imbarcazioni che trasportavano i prodotti della campagna veronese. Oggi abbandonata, rappresenta un luogo magico della campagna, isolata dal mondo esterno ma protetta e difesa dall’imponente torre colombara. La località fu certamente abitata in età romana e “La Marchesa” sorge proprio su un incrocio della centuriazione romana, in un territorio ricco di reperti. I grandi mattoni che si scoprono un po’ dovunque riportano, come bollo laterizio, un fiore in rilievo, particolarità che non si
riscontra altrove e il solido corpo del torrazzo, probabilmente il nucleo più antico, è sostenuto da fondazioni romane.
“La Marchesa” è una costruzione lineare, di tipo rurale, ingentilita dalla poderosa torre colombara di origine cinquecentesca: disposta su quattro piani, con finestrelle a volto a tutto sesto delimitate da ghiere in mattone, presenta, nei suoi due lati che guardano la strada, la doppia risega in mattoni sormontata dalla cornice a dentelli del sottogronda. L’edificio immediatamente appoggiato alla torre non è la dimora abitativa bensì la barchessa, caratterizzata dai tre archi, ora a sesto ribassato ma che in origine dovevano essere grandi archi a tutto sesto; oltre alla torre e i rustici, si trovano il palazzo e le vecchie rimesse restaurate nell’Ottocento. Gli evidenti segni di interventi e modificazioni fanno presumere che, almeno in origine, l’aspetto del complesso edilizio fosse diverso e che di quella che un tempo doveva essere un’imponente casa padronale poco purtroppo è rimasto. A ricordare comunque la sua antica bellezza si possono ancora ammirare alcune finestre in tipico stile veneziano. Buona parte della vita della “Marchesa” è legata alla nobile famiglia veneziana dei Donà. La corte fu, infatti, un antico possedimento dei fratelli Bartolomeo e Piero Donà. Molte sono le ipotesi sul suo utilizzo specie in epoche antiche. Infatti il nome “La Marchesa”, come afferma lo storico Ernesto Berro, induce a supporre una antica liberalità della gentildonna Matilde di Canossa che nella Bassa aveva parecchi investimenti (San Salvaro, Cerea, Nogara). Si ipotizza che il luogo, per riconoscenza alla pia contessa, riportò nei secoli il diritto di tramandare l’alto titolo di “marchesa” ai vari proprietari succedutisi nei secoli.
 

Corte Donà Righetti, detta “La Concola” in località Vigo

la concolaL’antico palazzetto, legato alla famiglia veneziana dei Donà che proprio in località Concola aveva estesi possedimenti, si presume essere originario della fine del XIV secolo e rappresenta un tipico esempio di casa-torre. A riprova delle antiche origini di questa località si hanno documenti presenti nell’archivio municipale di Legnago e cioè la «pertichatio» eseguita nel 1417 da Matheo e Alberto de Terzo in cui figura proprio che in località Concola vi erano 36 campi posseduti dalla chiesa di San Bartolomeo della Levata di Verona. Su questa proprietà si trovava anche un’abitazione dalla quale veniva gestita l’attività amministrativa dei terreni annessi. Alla colombara, dalla caratteristica triplice cornice dentellata, si accede da un bel portale bugnato sormontato da un balconcino: simmetricamente si estende l’edificio, caratterizzato dalle ampie finestre rettangolari del piano terra sormontate dalle finestre più piccole del piano superiore. Due grandi camini si ergono simmetricamente ai lati della torre colombara. Davanti alla “Concola” si apre un giardino e poi un’aia ampia funzionale alle attività agricole.

Villa Donin

villa doninDi probabile origine seicentesca, ora quasi nascosto dalla vicinissima superstrada Transpolesana, troviamo villa Donin. Vi si accede da sud, attraverso il cancello in ferro della cinta muraria che divide l’edificio dalla strada: sopra il cancello uno stemma che riporta la scritta «DP 1815». Davanti alla nobile dimora un piccolo giardino ora trasformato in orto. La casa padronale, a quattro piani, si estende fra due ali di rustici ed è caratterizzata dalla doppia balaustrata delle grandi monofore sovrapposte del primo e del secondo piano. Aperture rettangolari dai profili in tufo aggettanti si aprono simmetricamente rispetto all’asse centrale. Ancora visibili sul tetto il caratteristico lucernario e la campanella. Uno stradello porta sinuosamente all’ingresso del palazzo per raggiungere poi il rustico ottocentesco delle scuderie, abbellite sugli archi da teste di cavallo in tufo. L’antico possesso era, nel 1815, di proprietà di Piero Donin che innalzò le mura di cinta costruendo un capitello all’incrocio della stradella della Madonnina. Nel 1858 vennero rifatti i porticati dei rustici. Successivamente i beni e la villa passarono alla famiglia Passuello quindi alla famiglia Bonanomi De Stefani e, dal 1929, ai fratelli Lonardi.

Villa Rossato in località San Pietro di Legnago

villa rossatoNobile villa con annessa estesa proprietà fu, per lungo tempo, dimora della famiglia Rossato e venne ceduta, ai primi del Novecento, al parroco perché ne facesse un asilo. Il corpo centrale è appoggiato a quattro torrette sporgenti delle quali due sormontate da lanterne esagonali. Da notare i profili dei massicci fumaioli e, sul retro, il bel porticato con tre colonne doriche in tufo che sostengono la trabeazione. Alla fine dell’Ottocento, sul portale d’ingresso compariva una lapide che recitava: «Hinc Gasparis de Barberis len. civis erga xri – pavperes pietas et charitas spectantvr – anno MDXCV». Sembra ormai certo che essa venne costruita da Gaspare De Barbieri nel 1695 sindaco di Legnago dopo l’unione con Porto avvenuta nel 1594. Sull’alto dell’ingresso principale campeggia uno stemma coronato, probabilmente quello del successivo casato. All’interno il palazzo presenta il tipico salone centrale e uno scalone a doppio giro da dove è possibile accedere a stanze, vani e vestiboli. Dai vestiboli a vele si entra nel salone delle feste con soffitto lateralmente arcuato e affrescato con rosette incastonate e sporgenti in pietra. Bello il parco con una zona verde all’italiana.

CASA SEVERI A VIGO DI LEGNAGO 

casa saveriChi uscendo da Legnago si dirige verso Rovigo, non può fare a meno di notare sulla destra nel bel mezzo del centro di Vigo lungo la strada che taglia a metà le tante abitazioni, un complesso a corte con una singolare torre/vedetta. L’aspetto di questo edificio, conferitogli dallo stato di estremo abbandono, riporta alla fantasia a leggende legate a ricchi signori, streghe e fantasmi. E a dire il vero la residenza, originariamente del XV secolo, un alone di mistero di sicuro lo conserva. L’interno è diviso in molte stanze, salette e vani adattati nel tempo a seconda dei diversi utilizzi della dimora. Prossimi al palazzo troviamo i tradizionali rustici, barchessa, pozzo ed aia che hanno perduto da tempo le loro funzioni. La dimora ha solo malinconici resti e può considerarsi una “villa perduta”. Resta qualche cosa nell’ambiente, dell’eleganza con cui era stata costruita la villa, della ricercatezza nelle forme e nelle dimensioni come per la tipica torretta, con bertesche coniche, sporgenti a semicerchio sulla quale si sale mediante una scaletta a chiocciola in tufo. Un recente intervento sul grande spazio antistante ora destinato a piazza, ha ridato interesse a questo luogo per lungo tempo nascosto da piante e sterpaglie. Eppure, analizzandola in dettaglio, Casa Severi rappresenta uno dei più lineari, completi ed essenziali esempi di casa a corte del nostro territorio, un tipico modello classico nella pianta, nella disposizione delle costruzioni e nella loro destinazione. Molte sono state le interpretazioni su cosa fosse stata in passato Casa Severi. Una villa, una dimora di campagna o qualcos’altro. Il complesso fa pensare ad un piccolo monastero, forse appartenente ad una comunità benedettina, disposto in mezzo alla campagna ma anche vicino ad una strada di collegamento sicuro tra una serie di centri tra la Bassa e il Polesine.

IL TORRIONE

Legnago Torrione ridE' situato in piazza proprio di fronte al duomo di Legnago, mentre alle sue spalle scorre lento e silenzioso l’Adige. E’ solo un torrione quello che resta dell'antica rocca fortificata di Legnago, tanto ammirata dagli esperti in fortificazioni, fin dai tempi dalla dominazione scaligera. In effetti incuteva rispetto e timore per chi, scendendo l’Adige, vi passava proprio nel mezzo. Di forma quadrangolare, ai suoi angoli si trovavano quattro torrioni a pianta circolare. Due torrioni erano in prossimità dell'Adige, uno era posizionato nell'attuale corte Bordoni e il quarto è quello che ora si ammira al centro di piazza della Libertà. Quest’ultimo torrione subì numerose modifiche strutturali nel corso dei secoli venendo anche inglobato in edifici di carattere pubblico e privato. La rocca di Legnago fu riprodotta da Martin Sanudo nel 1490, il quale la definì "fortissima e inexpugnabile". Era cinta da una doppia e spessa muraglia con tre porte di accesso munite di ponte levatoio e al suo interno si ergeva il "torrion di mezzo" con funzione di deposito di munizioni. Una seconda struttura di pianta quadrangolare ospitava l'abitazione del castellano, il forno, il mulino e i magazzini. I borghi veri e propri, con abitazioni e botteghe artigiane, si trovavo all'esterno della cinta muraria. Fino al 1944 il Torrione, unitamente ad alcuni edifici annessi, divideva l'attuale piazza della Libertà in due piazzette attigue: piazza Grani nella quale si svolgeva anche il mercato e una seconda piazza (prima detta "piazza d'armi" e poi chiamata piazza Vittorio Emanuele II per una statua dedicata al sovrano, ora posta nei giardini comunali) nei pressi della quale si trovava il Municipio.
Le continue incursioni aeree dell'ultimo conflitto mondiale hanno completamente distrutto gli edifici delle due piazze tanto da farne mutare completamente l'aspetto urbanistico. Quelle che un tempo furono il centro politico, culturale e religioso di Legnago, furono trasformate nell’unica attuale Piazza della Libertà. Degli antichi edifici oggi rimangono solo il Torrione, il Duomo, completato in periodo francese e una porzione di edificio privato (purtroppo demolito per ricostruirlo anziché restaurarlo) posto nell'angolo con l'attuale via Fiume.
 

CASA NATALE DI ANTONIO SALIERI 

A causa delle innumerevoli modifiche che il centro storico ha subito nel corso dei secoli anche a seguito degli eventi bellici, della casa natale di Antonio Salieri rimane solo il portale che Maria Fioroni recuperò e che ora adorna la porta di accesso dal cortile interno del Museo Fioroni. L’abitazione del famoso musicista, distrutta dai bombardamenti, si trovava nell’attuale via della Disciplina vicino alla chiesa abbattuta per motivi urbanistici. Una lapide ne ricorda l’esatta posizione. Si narra che il Salieri fosse solito frequentare la chiesa della Disciplina che a quei tempi era posta quasi di fronte alla sua abitazione. In tale chiesa, in giovane età, Salieri ne divenne organista.Antonio Salieri era nato a Legnago il 18 agosto del 1750, all'età di sedici anni si trasferì a Vienna ove divenne direttore del Teatro dell'Opera e compositore della Cappella di Corte. Fu maestro di Beethoven, Schubert e Liszt. A lui si devono una cinquantina di melodrammi, tre sinfonie, concerti, cantate sacre e una messa da requiem. Morì a Vienna nel 1825.

PALAZZO E MUSEO FIORONI 

DSCF1744In questo ottocentesco palazzo, posto nel centro storico di Legnago, trova sede la Fondazione Fioroni, la più prestigiosa istituzione culturale del Basso Veronese, sorta nel secondo dopoguerra grazie a Maria Fioroni, ricercatrice e custode delle memorie locali. Nelle sale del grande palazzo è ospitato un museo storico mentre nell’antica foresteria, trova sistemazione la sezione archeologica. Entrambe furono promosse e realizzate da Maria Fioroni che diede corpo, nelle sale della propria dimora, ad una esposizione di reperti e documenti che si trasformarono in un museo. Al palazzo, colpito da ordigni bellici durante l’ultimo conflitto, furono apportate modifiche associando arredi d’epoca a cimeli e documenti, in modo da creare nel visitatore l’illusione di entrare in abitazioni reali. All’inizio la Fondazione comprendeva soltanto il Museo, ma nel 1964, fu aperta una biblioteca, ancora oggi molto frequentata grazie alla ricca collezione di libri che ammonta oggi a più di 40.000 volumi. Il museo si compone di cinque sezioni: il piano terreno è dedicato alla famiglia Fioroni e alla storia di Legnago. Alle pareti delle sale sono numerose immagini di edifici distrutti durante la seconda guerra mondiale, ritratti di personaggi che diedero lustro alla cittadina veneta e ceramiche, graffite e ingobbiate, prodotte da botteghe legnaghesi intorno al XV e XVI secolo. Un piatto riproduce un delicatissimo angelo (il Cherubino Fioroni, simbolo del museo) e denota in particolare, l’abilità di questi artigiani la cui fama si diffuse oltre le mura cittadine. Un ampio salone accoglie i ricordi di viaggio e di caccia grossa appartenuti a Oreste Fioroni, fratello di Maria, fra i quali si segnalano numerose pelli di animali esotici, messali copti e monili provenienti da regioni asiatiche e africane. Suppellettili (tra cui pregiati servizi in porcellana) e mobili databili al XVII – XVIII e XIX completano l’allestimento di queste sale. DSCF3008 RIDAl primo piano, un imponente salotto ottocentesco, nelle cui vetrine si conservano accessori femminili (ombrellini, borsette e ventagli), separa le sezioni riservate ai sanguinosi conflitti del XX e XIX secolo. Le pareti di quest’ultima sezione, in particolare, sono arricchite da proclami emanati dai governi delle province unite d’Italia e dal regno di Lombardia e da numerose litografie di battaglie oltre a “bollettini straordinari” sull’andamento dei conflitti stessi. Armi appartenute a generali francesi e a garibaldini, ritratti di patrioti legnaghesi, lettere autografe di Giuseppe Garibaldi, raffinate calcografie completano, con mobili e preziosi suppellettili d’epoca, l’allestimento di queste sale. Cimeli relativi alla guerra di Spagna, vessilli italiani e resti di una super fortezza volante, caduta a Minerbe il 10 giugno 1944, ornano la sezione dedicata agli eventi bellici del 1915-18 e 1940-45, tra i quali l’eccidio della divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù nel settembre 1943. La visita al primo piano di Palazzo Fioroni si conclude con una sala nella quale sono esposte spade, lance e parti di armature medioevali trovati, nel luogo dell’antica rocca, a Legnago. Fra le armi, i cui esemplari più antichi risalgono all’età barbarica, vi sono un cappello di ferro del XIII secolo e alcune spade usate dai Franchi e dai Longobardi nel X secolo. Le antiche foresterie accolgono reperti provenienti da scavi nelle valli veronesi. Spunti interessanti sulla vita quotidiana del primo e secondo secolo vengono forniti dal pavimento musivo con scene di caccia proveniente dalla villa urbano-rustica di Venezia Nuova, di Villa Bartolomea, alla quale appartengono anche le numerose olle in ceramica comune e una pavimentazione in cotto.

CENTRO ARCHEOLOGICO AMBIENTALE DI LEGNAGO

DSCN6147 ridVoluto dagli Austriaci agli inizi del 1800 come caserma di cavalleria e successivamente utilizzato come ospedale militare, l'antico edificio denominato "ex Ospedale alla Prova" ospita oggi il Centro Archeologico Ambientale. Dal 1999 l'immobile è stato completamente restaurato ed il recupero è avvenuto rispettando le originali caratteristiche progettuali ed architettoniche.
Il progetto ha voluto tutelare e valorizzare l'ambiente fluviale dell'Adige e degli altri corsi d'acqua minori, nonché il sistema archeologico delle Valli Grandi Veronesi ricco di reperti e di documenti storici. Il Centro è stato quindi previsto come una struttura viva polivalente dove accanto agli spazi espositivi si possono abbinare luoghi per convegni, conferenze ed eventi culturali di vario genere e spazi per la didattica e l’insegnamento.DSCN8227 rid
Nelle sale espositive si possono ammirare materiali unici ed esso risulta essere uno tra i musei più estesi dell'Italia settentrionale. Al suo interno si possono osservare, non solo preziosi reperti (monili, armi, vasellame), ma anche ricostruzioni di ambienti, insediamenti e necropoli ritrovati nelle campagne della pianura veronese; suggestiva, per l’età del Bronzo, è la ricostruzione di una sepoltura ad inumazione individuata nella necropoli di Franzine Nuove a Villa Bartolomea. La parte romana del museo è raccolta in tre stanze dove, oltre ad alcune lapidi di carattere sepolcrale, si possono ammirare numerosi corredi di tombe a cremazione appartenenti ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C..
Il Centro è quindi dedicato all'ambiente fluviale dell'Adige e al sistema archeologico delle Valli Grandi con spazi espositivi sul Neolitico e l’Età del Bronzo (dal 5000 al 1000 a.C.), i Veneti antichi (IX-IV secolo a.C.) e i Celti (II-I secolo a.C.).
 

IL TEATRO SALIERI 

esterno teatroL’attuale struttura del teatro cittadino risale agli inizi del secolo scorso e si erge isolata ed imponente in Via XX Settembre, all’incrocio con Viale dei Caduti, in un’area che all’epoca era di proprietà comunale e si trovava appena al di fuori della mura demolite della fortezza austriaca.
La facciata del teatro, in stile neoclassico, si eleva sul piano stradale e presenta un corpo avanzato centrale che ospita il foyer e, al piano superiore, la sala del Ridotto; la caratterizzano tre porte d’ingresso racchiuse da un motivo di finte colonne con bugne lisce e fasce continue fino al marcapiano e sovrastate al piano superiore da finestroni con balaustre; sia le porte d’ingresso che le finestre laterali recano nell’architrave un cartiglio col nome di famosi scrittori di teatro, testimonianza della vocazione lirica cui l’immobile era stato destinato: Goldoni, Boito, Bellini, Verdi, Donizetti, Ponchielli, Rossini, Paisiello.
Le finestre e le porte del primo piano sono incorniciate da motivi ornamentali a timpano e ad arco superiore con mascherone intervallati da tondi. Sopra la trabeazione a mensolette spicca, nella parte centrale, un fregio con decoro e scritta TEATRO SALIERI; nel corpo centrale più arretrato si erge il timpano che reca lo stemma del Comune di Legnago: un tronco di ramo con foglie verdeggianti.
La struttura che vediamo oggi è il risultato di vari progetti esecutivi stesi sul progetto originario che risale al 1911 ad opera dell’architetto Vittorio Bressan e dell’ingegnere Benvenuto Maggioni incaricati dalla “Società Anonima Teatrale”, di dotare Legnago di un teatro per spettacoli lirici dopo la chiusura del settecentesco Teatro detto “Sfesa”. La costruzione occupava un’area di 1.229 metri quadrati, prevedeva una capienza di 1.300 posti e una facciata in stile neorinascimentale tipica di molti edifici del primo Novecento.FOTO077 rid
Nel 1914 la struttura del nuovo edificio era già impiantata quando i lavori vennero interrotti a causa della scarsità di mezzi e dello scoppio della guerra. Di fronte alle difficoltà economiche, la “Società Anonima Teatrale” cedette la struttura al Comune, il quale assunse l’impegno di ultimare il fabbricato non appena fosse stato economicamente possibile.
Nel 1925 venne completata in gran fretta la sistemazione della Sala e del Ridotto in occasione delle celebrazioni del I° centenario della morte di Antonio Salieri organizzate da un Comitato Cittadino che affidò la gestione musicale al maestro Giuseppe Magnani, direttore della Scuola d’Istrumenti ad Arco di Legnago e autore di una biografia sul musicista. Il teatro poté aprire i battenti al pubblico nel 1933, ma solo per spettacoli cinematografici, non essendo stato realizzato il palcoscenico; la successiva inaugurazione del Ridotto con la collocazione del busto di Antonio Salieri, opera dello scultore Albino Loro, sancì l’intitolazione del teatro al compositore legnaghese (1934).
Nel 1941 l’amministrazione comunale affidò all’architetto Luigi Piccinato l’incarico di progettare l’interno del teatro e la facciata ma il suo progetto, steso in chiave razionalista secondo i dettami culturali del tempo, rimase inattuato anche a causa del deflagrare di una nuova guerra.
Solo all’inizio degli anni ’50 ripresero i lavori di sistemazione della sala su progetto dell’architetto Ottorino Ortensi e del professor Alberto Sartori per arrivare alla inaugurazione il 15 settembre 1956 con l’opera “La Bohème” di Giacomo Puccini.
Da allora e per più di trent’anni il Teatro Salieri è stato il fulcro di una intensa attività di spettacolo nei settori della prosa e della musica cui si affiancò l’utilizzo come sala cinematografica.
La necessità di effettuare lavori di straordinaria manutenzione e di adeguamento alle nuove norme di sicurezza ne impose la chiusura nel 1989. I lavori vennero affidati all’architetto veronese Luciano Cenna che privilegiò un restauro di tipo conservativo con il recupero delle strutture e dei materiali originari soprattutto negli elementi decorativi delle colonne e delle lesene dell’atrio e della sala del Ridotto; vennero eliminati i palchi nei due ordini di gallerie e ripristinata l’ampia area della cavea col soffitto a forma di “ferro di cavallo” mentre andarono perduti gli affreschi decorativi interni del soffitto e dell’arco del palcoscenico eseguiti dal pittore Giuliano Tommasi negli anni ’30. Dopo dieci anni di chiusura, il teatro venne riaperto il 13 febbraio 1999 restituendo a Legnago una struttura che è divenuta il punto di riferimento per le attività sia di spettacolo che socio-culturali non solo della città ma di tutto il territorio circostante.
 

Il Palazzo di Giustizia

Pretura Legnago ridIn questo edificio un tempo erano anche ospitate le carceri locali. Interamente sono ancora conservati alcuni graffiti praticati sui muri dai detenuti (da ricordare sempre che Legnago è stata una delle fortezze del quadrilatero e che qui operava anche un tribunale che emetteva condanne che venivano scontate sul posto). L’intero complesso è stato più volte restaurato nel corso dei secoli e, a riprova di ciò, vi sono alcune “impronte” di finestre in stile veneziano che si possono ammirare da piazzetta San Rocco. Dopo un attento e lungo restauro, Il Palazzo della Pretura ha ospitato di recente le controversie in campo civile ricoprendo per diversi anni il suo originale ruolo.

Villa De Stefani

Municipio Legnago ridL’antico municipio si trovava nell’attuale piazza della Libertà. Era uno splendido edificio posto nel cuore della città a due passi dal Duomo costruito in stile sanmicheliano e andato completamente distrutto dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. La scelta della nuovo sede municipale cadde su “Villa De Stefani”, edificio di notevoli dimensioni, che allora, ben si prestava all’uso. Si decise di acquistare l’intera proprietà che in quel tempo, oltre all’edificio principale, era composta da una seconda unità immobiliare di dimensioni più ridotte (attuale sede dell’ufficio tecnico), e da un lussureggiante parco (attuale piazzale interno ora asfaltato). Anche la cancellata, che circonda l’edificio comunale, è originale degli ultimi anni del 1800. Il nome della villa è legato alla famiglia De Stefani che si stabilì a Legnago fin dal 1745 e i cui membri ricoprirono cariche pubbliche di notevole responsabilità.   L’interno disposto per ospitare uffici, sale riunioni e spazi per accogliere il pubblico, ha perso buona parte della propria connotazione originale ma conserva alcune opere di indubbio valore artistico che raffigurano personalità di spicco della Legnago di un tempo, oltre a quadri seicenteschi e settecenteschi di buona fattura

Palazzo Sbampato-Pescarini

Poco lontano dal Duono e quasi di fronte alla palazzina gotica del Capitanio, lungo via Fiume troviamo un artistico palazzetto demonetato Palazzo Sbampato-Pescarini ora sede di un Istituto bancario.
E’ un sontuoso edificio e venne eretto nel 1929 in sostituzione di un edificio molto più piccolo e meno appariscente, che sorgeva al suo posto. L’edificio sontuoso sia come struttura esterna sia per le decorazioni, richiama molto da vicino Il Palazzo del Forno o del Ginnasio Imperiale che si trova poco lontano costruito anch’esso in stile gotico veneziano solo quattro anni prima. Secondo il progetto dell’epoca, Palazzo Sbampato doveva rappresentare uno degli edifici più sontuosi di via Fiume, la direttrice posta sopra l’antica via Mantova che confluiva nel borgo del Lotto. Fu la prima via pedonale di Legnago completamente lastricata e già nel 1929 venne fatto divieto di transito. Accanto alla particolare lavorazione in mattoni che ricopre la parte più bassa del palazzo, degne di note sono le grandi arcate, belle ed eleganti che forniscono slancio alla bifore poste al piano superiore. La parte sotto gronda risulta riccamente lavorata e gli affreschi, oltre a disegni floreali, riprendono alcuni stemmi (da ricordare quelle della città di Verona) ed altre forme geometriche. L’intera facciata, nei suoi quasi cento anni di vita, non ha subito particolari modifiche ed il suo stile architettonico.
 

Villa Maggioni-Stopazzolo

Lungo via Marsala ma collegata grazie ad un cortile interno anche a via Duomo, troviamo villa Maggioni-Stopazzolo: un palazzo bello ed imponente tra i pochi usciti indenni dai terribili bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. La villa è posta nelle immediate vicinanze dal luogo dove un tempo si trovava la chiesa di Sant’Antonio, un complesso conventuale molto vasto con chiesa, convento, chiostro, brolo ed edifici annessi. Poco o nulla rimase di questo immenso complesso poiché nel 1768 il convento fu soppresso ed i vari edifici venduti. La villa fu costruita dopo la vendita del terreno del convento. Il complesso, a pianta veneta, ricalca le antiche dimore veneziane e si presume sia di origine ottocentesca. Oggi la facciata della villa si presenta elegante ed imponente divisa su tre piani con un portale centrale a volta sopra il quale troviamo un artistico balcone. Sul retro, oggetto di vari interventi di restauro, un cortile interno con stalle e relativi annessi dai quali i nobili uscivano con il calesse. L’interno di villa Maggioni-Stopazzolo ricalca le ville della Serenissima con salone centrale a pian terreno che taglia in due l’intero edificio e con quattro aperture laterali e un imponente scalone che ci conduce al piano nobile. Le stanze al piano superiore sono state oggetto di vari interventi di restauro e conservano dei bei soffitti un tempo affrescati ed in buona parte andati perduti a seguito dei bombardamenti che hanno l’ambito l’edificio. Oggi le stanze, cosi come sono state pensate dalla signora Stopazzolo, portano il nome di “sala dello scalone”, “sala azzurra”, “sala del camino” e “sala delle colonne”. Tutte le stanze contengono degli affreschi, dipinti della signora Jolanda Stopazzolo che ricordano casolari di campagna, estese risaie e molti altri elementi a ricordo della vita campestre del momento. La villa in epoche recenti è stata prima abitazione privata, sede di uffici amministrativi, di uffici commerciali, ristorante e fino a diventare ora sede di un Istituto bancario.        

Villa Scrami- località Porto

E’ uno dei pochi edifici salvatisi dai terribili bombardamenti che Legnago e Porto subirono durante la Seconda Guerra Mondiale. Villa Scrami si trova posto sulla riva opposta del fiume Adige a Porto di Legnago e oggi l’imponente complesso edilizio, grazie ad un recente intervento, è tornato all’antico splendore. Villa Scrami è legato alla presenza di due signore che alla comunità legnaghese diedero molto. Carlotta ed Amalia Scrami, infatti, erano due sorelle eredi della ricca famiglia Scrami che abitavano proprio nel palazzo signorile che nel 1880 sorgeva sulla via che oggi si chiama Lungadige Scrami, in riva al fiume. Il palazzo nel corso dei secoli subì radicali interventi e modifiche e oggi dopo la piena del 1882 la facciata, divisa su tre piani con sei aperture nel sottotetto, presenta un balconcino centrale con due porte abbellite da un timpano mentre fregi e decorazioni si trovano nelle altre aperture della facciata. Sparito il grande timpano principale, sono state pure tolte le sei arcate a pian terreno così come una parte del primo e del secondo piano con una terrazza interna. Il palazzo è poi arricchito da una particolare lavorazione nel sottogronda che conferisce all’immobile eleganza e signorilità.