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Bertoldo nella leggenda veronese

Uno dei personaggi più conosciuti e raccontati la sera durante i filò era quello di Bertoldo, un uomo capace, intelligente e scaltro che da secoli è protagonista assoluto delle storie popolari veronesi. Umile ma astuto, sapeva sempre come cavarsela, prendendosi gioco persino del re, che non riusciva mai a imbrigliare le sue trovate e i suoi stratagemmi. Era goffo, poco bello, un po’ rozzo e con modi contadini, ma la sua saggezza popolare lo rendeva invincibile. Non a caso, ancora oggi si dice “el gh’in fa pì de Bertoldo” per indicare una persona particolarmente furba.


Le origini di Bertoldo

La paternità del personaggio ha da sempre suscitato dispute: Veronesi e Bolognesi si contendono il diritto di chiamarlo “loro”. A scrivere per primo di lui fu Giulio Cesare Della Croce, poeta e fabbro bolognese del Seicento, autore di un libriccino che raccontava le gesta del nostro eroe. Tuttavia, la figura di Bertoldo era già nota in racconti e leggende molto più antiche, risalenti addirittura al VI secolo, quando il Nord Italia era dominato dai Longobardi e Verona era la residenza del re Alboino.

Si ritiene che Bertoldo fosse un villico vissuto proprio alla corte di Alboino e della moglie Rosmunda, figlia del re dei Gepidi. La sua astuzia e il suo spirito ironico irritavano e al tempo stesso divertivano la corte, tanto che le sue trovate divennero leggendarie. Accanto a lui compaiono altri personaggi della saga: la moglie Marcolfa, il figlio Bertoldino — più ingenuo del padre — e il nipote Cacasenno, più colto e brillante.


Bertoldo e il popolo veronese

Le espressioni popolari “te g’in sé pì de Bertoldo” o “te si furbo pì de Bertoldo” sono ancora oggi diffuse in tutto il territorio veronese, a testimonianza del suo radicamento nella cultura locale. Che fosse della Lessinia, della Val d’Illasi o della Bassa Veronese, poco importa: Bertoldo rappresenta l’anima del popolo veneto, capace di affrontare le difficoltà con ironia, ingegno e buon senso.

I detti popolari come “fare il Bertoldo” o “combinarne come Bertoldo” richiamano il carattere burlesco, ironico e brillante che da sempre contraddistingue i veronesi, spesso definiti affettuosamente “tutti matti”.


Le astuzie di Bertoldo

Molte sono le storie tramandate nei secoli su Bertoldo e le sue trovate geniali. In una di esse, il re gli ordinò — sotto pena di morte — di strigliare il suo cavallo senza lasciare un solo granello di polvere sul manto. Bertoldo prese l’ordine alla lettera: scorticò il cavallo, togliendogli la pelle. Il re, furioso, gli impose un nuovo compito: presentarsi né nudo né vestito. Bertoldo si presentò avvolto solo in una rete da pesca — la “nigossa” — suscitando l’ilarità della corte e lasciando il re senza parole.

In un altro episodio, il sovrano gli chiese di portare un cesto pieno d’acqua. Bertoldo arrivò con un cesto coperto da un tovagliolo: quando lo scoprì, tutti videro che dentro c’erano pezzi di ghiaccio. “Volevate dell’acqua? Eccola — disse — ma affrettatevi, o si scioglierà!”

Ancora, per obbligarlo a inchinarsi, il re fece abbassare l’arco della porta della sala del trono. Bertoldo, sempre pronto, entrò “’ndrio cul” — a schiena indietro — così da non piegarsi davanti al sovrano.


La fine (mai avvenuta) di Bertoldo

Stanco delle sue beffe, il re decise di condannarlo a morte, ma commise l’errore di lasciargli scegliere come morire. Bertoldo rispose che desiderava essere impiccato e chiese di poter scegliere lui stesso l’albero. Da allora, secondo la leggenda, Bertoldo cammina ancora per i boschi con il boia e il corteo al seguito, in cerca dell’albero giusto da cui farsi penzolare.

Così, tra saggezza contadina e ironia raffinata, Bertoldo resta per sempre l’emblema della furbizia e dell’intelligenza veronese, un eroe popolare che ha saputo sfidare il potere con la forza della parola e del buon senso.

Fonte: Attilio Benetti, Ezio Bonomi, “Le storie de Bartoldo nei filò della Lessinia”, Vago di Lavagno, 2010.


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