Durante l’epoca della Repubblica di Venezia, con il nome di Bocche di Leone (in veneziano Boche de Leon) o Bocche per le Denunce Segrete venivano indicati dei particolari contenitori, simili alle odierne cassette postali, collocati in vari punti della città e soprattutto all’interno del Palazzo Ducale.
Erano uno strumento di controllo civico e politico: permettevano ai cittadini di inviare denunce segrete ai magistrati della Serenissima, riguardanti fedeltà, onestà, contrabbando, reati fiscali o sanitari. Queste casselle rappresentavano un modo per mantenere l’ordine e la moralità pubblica all’interno dello Stato veneziano.
Le “bocche di leone”
Il nome derivava dalla tipica decorazione scultorea: una bocca spalancata di leone o altra fiera scolpita nella pietra, attraverso la quale venivano inserite le denunce scritte. Il leone richiamava simbolicamente il Leone di San Marco, emblema della Serenissima Repubblica di Venezia.
Nonostante la promessa di segretezza, le denunce non potevano essere completamente anonime: quelle prive di firma venivano distrutte, a meno che non riguardassero casi di particolare gravità. Le segnalazioni erano esaminate dagli Inquisitori di Stato e dal Consiglio dei Dieci, organi deputati alla sicurezza e alla giustizia.
La diffusione in terraferma
Col passare del tempo, le casselle per denunce segrete si diffusero anche nella terraferma veneta. I rettori locali accettavano segnalazioni su materie molto varie: contrabbando di sale e tabacco, evasione dei dazi, falsificazione di monete, danneggiamento delle risaie e degli argini dell’Adige, reclutamenti clandestini, diserzioni, attività dei banditi e dei bravi, frodi e imbrogli durante le fiere.
Non mancavano denunce relative a questioni di sanità pubblica: epidemie di peste, malattie del bestiame, vendita di carni infette, gestione dei rifiuti, scarsa igiene e perfino l’esercizio abusivo della medicina.
Le casselle nel territorio veronese
Le bocche di pietra non erano diffusissime, ma presenti soprattutto nei palazzi pretori, presso logge o scalinate. Tra il XVII e il XVIII secolo se ne documentano diverse: nella fortezza di Legnago, a Peschiera e in una piazza pubblica, in pietra, dedicata alle denunce contro i contrabbandieri.
A Verona esistevano due bocche di pietra note: la prima, collocata sotto la Loggia del Consiglio dopo il 20 febbraio 1701, raccoglieva denunce su maneggi, brogli, preghiere e conventicole; la seconda era destinata alle segnalazioni contro usurai e contratti illeciti.
La cassella di Sanguinetto
In provincia di Verona si registrarono soltanto altre due bocche in pietra: una a Cologna Veneta, per denunce contro cancellieri e coadiutori infedeli, e l’altra proprio a Sanguinetto, località infeudata tra Quattrocento e Settecento alle famiglie da Leonessa, Lion di Padova e Avogadro di Brescia.
La cassella, nota come “Cassella delle denuntie secrete”, testimonia la presenza anche nel Basso Veronese di un sistema di controllo e vigilanza sociale ispirato al modello veneziano, un documento storico raro e affascinante della cultura amministrativa della Serenissima.
