Uno dei personaggi maggiormente conosciuti e raccontati la sera facendo filò, era quello di Bertoldo un uomo capace, intelligente e scaltro che da tempo immemorabile risultava l’assoluto protagonista delle storie veronesi. Era un uomo umile, ma sagace e furbo ed in ogni occasione sapeva come cavarsela prendendosi scherno anche del Re che non riusciva ad imbrigliare le sue trovate ed i suoi stratagemmi e che veniva ogni volta gabbato da questo giovane per niente bello, goffo nel parlare, anche un po’ sporco e, per molti, un zoticone. Ed il termine coniato un po’ da tutti “el gh’in fa pì de Bertoldo” è sintomatico di come egli fosse conosciuto. Questo su rapporto con il territorio, ha così portato ad una “lotta” per l’attribuzione di paternità sul luogo di nascita di Bertoldo e, soprattutto, sui luoghi dove Bertoldo commise le sue furberie. Ma quando è vissuto il buon Bertoldo e da dove proveniva.

Da varie ricerche, risulta che per primo a scrivere di Bertoldo fu un poeta e fabbro, tale Giulio Cesare della Croce, un bolognese vissuto nella seconda metà del 1600 che narrò le gesta del nostro eroe in un in un antico libercolo, ma la vita e la storia di questo giovane era già stata narrata almeno 600 anni prima, da sempre ambientata nel Nord d’Italia quando questa terra era occupata dai barbari e Verona era la casa del re dei longobardi.

Siamo nel 570 e da quella data in poi, il nostro protagonista divenne il paladino di tutti e tutti ne rivendicano la paternità; i bolognesi proprio perché il primo scritto proveniva di là, i veronesi perché buona parte dei riferimenti storico-ambientali, lo vedono protagonista da noi. E se per molti non vi sono ormai più dubbi sulla sua paternità veronese, sia gli abitanti della Bassa che quelli della montagna, sono convinti di esserne i padrini. Ne sono prova le tante storie e le tante avventure che Bertoldo visse  sia tra le campagne sia tra le montagne e dalle quali ne uscì sempre indenne.

Una saga, quella di Bertoldo, che proseguì nei secoli e che vide il nostro protagonista, come prima evidenziato, vissuto alla corte di Alboino con la moglie Rosmunda figlia del nemico Cunimondo re dei Gepidi che Alboino sconfisse e del quale ne sposò la figlia. Bertoldo era un villico, un rozzo ma di sicuro astuto tanto che il suo comportamento ed il suo atteggiamento fanno diventar matti sia il re che la regina. Bertoldo ha anche una moglie, Marcolfa ed un figlio Bertoldino che di certo non è arguto come il padre. Il successo delle gesta di Bertolodo e anche quelle del meno intelligente Bertoldino, portarono a proseguire a raccontare le gesta della famiglia ed ecco che nacque anche il nipote di Bertoldo, tal Cacasenno figlio di Bertoldino, più colto ed intelligente di quest’ultimo ma con il quale viene spesso confuso.

Bertoldo e le frasi “te g’in sé pì de Bertoldo”, o “te si furbo pì de Bertoldo”, sono la prova che in effetti egli fu un po’ il padre di tutti, dalla pianura alla collina, dal lago alla montagna e numerose sono le opere che hanno raccontato la vita di questo curioso e unico personaggio. La tradizione e la leggenda lo vogliono della Lessinia, della Val d’Illasi, della Pianura Veronese o della Bassa. Sta di fatto che i modi di dire “fare il Bertoldo” o “essere come Bertoldo” o “combinarne come Bertoldo”, sono tutti tipici della gente veronese che viene da molti definita in modo gogliardico e burlesco “veronesi tutti matti”.

Tra le tante storie che si raccontano di lui, sono da ricordare quando un giorno il re gli ordinò sotto pena di morte, di strigliare il suo cavallo senza che sul manto si potesse trovare un solo granello di polvere, tolse tutta la pelle dell’animale. Il re adirato allora gli ordinò di presentarsi al suo cospetto né nudo né vestito e Bertoldo, dopo aver pensato sul da farsi per molti giorni, si presentò davanti al re vestito solo di una “nigossa”, cioè con solo la rete per andare a pescare. Tutte risposte e tutte soluzioni a richieste considerate impossibili dal re a cui Bertoldo sapeva sempre come rispondere che richiama per certi versi il carattere del tipico giovane veronese, astuto e sempre in grado di risolvere le questioni più difficili ed intricate.

La corte del re ricordava che un cantastorie raccontava di un popolo che trascorreva intere giornate nell’inutile tentativo di attingere acqua da un pozzo dove, attaccata alla pertica, invece di un secchio vi era un cesto dal quale l’acqua fuoriusciva copiosa.

Il re decise allora di chiamare Bertoldo e gli ordinò di portare il giorno dopo un cesto colmo d’acqua sicuro che il povero Bertoldo non potesse riuscire nell’intento. Ed invece il giorno seguente Bertoldo giunse alla residenza del re con una pertica in fondo alla quale vi era il cesto coperto da un tovagliolo che ogni tanto gocciolava. Nessuno riusciva a vedere cosa il cesto contenesse e il nostro protagonista si diresse verso la sala del trono. Arrivato al suo cospetto, depose il cesto davanti al re e tolse il tovagliolo così tutti videro che il tovagliolo era colmo di pezzi di ghiaccio. Tutti rimasero ammutoliti e Bertoldo sorridendo disse. “Volevate dell’acqua, eccola ma affrettatevi a prenderla altrimenti il ghiaccio si scioglierà tutto e voi non potrete più bere”.

Bertoldo poi non voleva inchinarsi davanti al re quando il sovrano gli compariva di fronte e così il signore, stanco per questa mancanza di rispetto nei suoi confronti, ordinò che fosse abbassato l’arco della porta d’ingresso della sala dove accoglieva le persone. Bertoldo non si perse d’animo e, dopo aver saputo quanto fatto dal re, una volta chiamato in udienza, entrò ma “’ndrio cul” cioè a schiena indietro proprio per evitare di inchinarsi a Sua Altezza.

Stanco per queste prese in giro, il re decise di condannare a morte il giovane ed anche qui l’errore fu quello di lasciar scegliere a Bertoldo come venir ucciso. Infatti il giovane disse di voler essere  impiccato e chiese di essere lui a scegliere l’albero giusto per la sua impiccagione. La leggenda dice che  Bertoldo, accompagnato dal corteo per l’esecuzione ed il boia, siano ancora a passeggio per il bosco a scegliere l’albero da dove farsi penzolare.

 

Attilio Benetti, Ezio Bonomi, Le storie de Bartoldo nei filò della Lessinia, Vago di Lavagno 2010